L’analisi del saggista e storico britannico RICHARD NEWBURY all’indomani delle elezioni 2010 in Gran Bretagna
Cos’è successo al New Labour, che con Tony Blair nel 1997 aveva vinto con una maggioranza di 179 seggi, infliggendo ai Tory la loro peggior sconfitta dal 1832?
Come mai il New Labour è finito così? Perché i Conservatori, guidati da un privilegiato come David Cameron, e i Libdem, guidati da un altro privilegiato come Nick Clegg, hanno avuto risultati così buoni? Una risposta è che il Labour di Gordon Brown è parso abbandonare quella zona sfuggente chiamata centro per quella più confortevole dell’organizzazione tribale socialista e della guerra di classe. Questo ha certamente puntellato il voto dello zoccolo duro e consentirà al partito di vivere per nuove battaglie, ma significa anche che il Labour di Gordon Brown non sta pescando là dove potrebbe intercettare quei voti fluttuanti indispensabili a una strategia vincente. Nel 2005, all’inizio delle tre settimane di campagna elettorale, i sondaggi davano Blair sconfitto con 60 seggi. Invece vinse con 65. Cos’era successo? Con il suo istinto politico, aveva intuito dove fossero le zone erogene economiche del voto fluttuante e quanto fossero progredite socialmente. L’aveva capito anche perché lui, a differenza di Brown che era nato nella «tribù» laburista scozzese, aveva «scelto» di entrare nel partito e ne era diventato il leader scalandolo dall’esterno. Per lui era stata una scelta da consumatore, come lo è quella dell’elettore fluttuante, pronto a cambiare partito come a cambiare chiesa. Nelle società pluraliste, c’è un mercato degli adepti che va conquistato.
Lo zoccolo duro degli elettori sostiene il suo partito come fosse una squadra di calcio - che vinca o che perda. L’elettore fluttuante invece sceglie secondo il suo tornaconto personale e segue il successo. E’ impossibile vincere un’elezione senza attrarre questi elettori spesso volubili, e ai partiti tocca sedurli. Tuttavia, come il centro, anche loro sono in continuo movimento. Dove vadano, è la storia della Gran Bretagna post-bellica.
Furono i reduci della Seconda Guerra Mondiale a votare massicciamente per il Labour, portando la pianificazione centralizzata del tempo di guerra nella previdenza sociale e nell’economia. I conservatori, accettando la nuova distribuzione della ricchezza, ma promettendo di regolarla meglio, nel 1951 vinsero e governarono per 13 anni. Quello che nel 1964 li fece perdere fu il fatto che venivano visti come estranei al Paese, degli aristocratici ex allievi delle grandi scuole private. Così in effetti erano Eden, MacMillan e Home. Vinse la meritocrazia nella persona del laburista Harold Wilson.
Margaret Thatcher «rubò» al Labour «Syd», l’operaio specializzato, e lo sedusse con il miraggio della proprietà. Ispirati dalla sua mossa leninista contro il Partito conservatore del «noblesse oblige», nel 1983 Tony Blair, Gordon Brown, Peter Mandelson e Alistair Campbell progettarono il New Labour per riconquistare «Syd» che però nel 1992, come ben capì Blair, era diventato un po’ più ricco e si era trasformato nel «Mondeo Man»: artigiano autonomo, con villetta bifamiliare gravata da mutuo e Ford Mondeo. Anche lui era diventato un conservatore e Blair capì che, tassando i ricchi, tassava le sue aspirazioni. Così il socialismo si trasformò nella Terza Via e nel 1997, con una maggioranza travolgente di 170 voti - un’autentica sorpresa -, il New Labour scoprì che i Mondeo Man erano milioni.
Nel 2001 l’uomo qualunque era diventato una donna, la Worcester Woman: casa più grande nei sobborghi, auto 4x4, due bambini. Voleva più soldi per scuole e ospedali e meno tasse. «Rubando» ai Tory lo schema del partenariato pubblico-privato (Private Finance Initiative) - il privato costruisce scuole, ospedali e carceri e li affitta al governo - Blair riuscì di nuovo a comperare gli elettori fluttuanti.
In questa elezione 2010 l’elettore fluttuante è stato identificato in una nuova entità socio-economica: Motorway Man, l’uomo dell’autostrada. Lui/lei vive in una delle aree residenziali costruite negli ultimi cinque anni lungo le autostrade, perché è un tecnico o un junior manager che viaggia per ore, mangia e naviga in rete nei caffè delle aree di servizio e sogna di possedere una casa più grande - e magari mandare i figli a una scuola privata diventando senior manager. L’ultima volta ha votato per Blair, ma ora non pensa più che i conservatori, e soprattutto Dave Cameron, siano estranei rispetto alla sua realtà e alle sue aspirazioni, mentre è preoccupato che la sua casa ora valga meno del mutuo.
Così la stazione di servizio dell’autostrada è diventata il campo di battaglia di questa elezione: lì, a parte gli addetti alle pompe di benzina, ci sono ben pochi elettori dello zoccolo duro Labour. Il Motorway Man ha lo stesso Dna dell’elettore fluttuante che è stato la doppia elica nel corpo Labour come in quello Tory almeno dal 1945. Tony Blair l’avrebbe identificato e inglobato in un nuovo Centro: quello dove la battaglia si vince spingendo l’avversario alle ali estreme, perché essere visti come «moderati» fa vincere le elezioni ed essere visti come «estremisti» le fa perdere.
venerdì 7 maggio 2010
sabato 1 maggio 2010
Il comportamento di Fini è perdente e politicamente immorale
Dalla rilettura di questi giorni degli analisti di “Farefuturo” ne ricavo le segfuenti riflessioni. Credo che la questione Fini-Berlusconi, al di là degli ‘infiocchettamenti’ dei media, sia molto più semplice di quanto si pensi.
Fini, da fine dicitore qual’è, formato alla scuola almirantiana, da quando si è autocandidato alla Presidenza della Camera, non cerca che visibilità. Oggi, chi lo ha presentato ad Almirante si dice pentito di averlo fatto: mira alla conquista del potere personale inerpicandosi tra gli specchi. “Uno psicoanalista direbbe che voglia uccidere il padre, però Almirante ha tolto l’incomodo. Ora il padre è Berlusconi” (Giovanni Salvi).
Non dimentichiamo ch'egli viene da quella scuola. Una scuola le cui radici prendono linfa dalla violenta contestazione anticomunista, ma non antiautoritaria. Non dimentichiamo quando con la kippà sul capo cosparso di cenere allo 'yad vascem' ha annunciato al mondo che "il fascismo fu il male assoluto". Non dimentichiamo quando si presenta alle fosse ardeatine proferisce questa frase: “E' stato grazie agli uomini della Resistenza che la Patria non solo sopravvisse, ma si rigenerò''. Ad essere malizioso, in quell’occasione erano presenti i rappresentanti dell’AMPI, e Napolitano... E ancora non dimentichiamo quando appena l'atro giorno nel direttivo nazionale del PDL Berlusconi gli faceva notare di essersi sempre defilato alle riunioni di presidenza. Non possiamo dimenticare quando all'indomani della designazione a presidente del Parlamento criticava l'impostazione che Berlusconi aveva dato al Partito che lui stesso aveva contribuito a fondare. Non possiamo infine dimenticare l’aspra reazione per non essere stato consultato anzitempo allorché Silvio, dal famigerato "predellino" annunciava di voler completare il disegno di un partito liberale moderno contrapposto alla cultura post comunista e postmarxista ancora dominante nei gangli dello Stato, etichettando il premier come uomo della “deriva plebiscitaria”.
Non è questo un comportamento sussiegoso a tratti tratufesco che non si attaglia ad un alta carica dello Stato? Voglia di rimettersi in gioco? Voglia di revanche? Desiderio di potere per il potere o voglia di saccheggiare l’idea federalista mai sopita in Italia? Certo col se e col ma non si può fare il processo ad alcuno, tuttavia se questi sono i fatti, laddove, come si dice dalle nostre parti, “si lisca e si loda per poi tirargliele in tasca”, allora l’atteggiamento in questi due anni di legislatura di Gianfranco verso il suo amico Silvio viene chiaramente alla luce, e diviene ancor più chiaro allorché si consideri l’affermazione risentita del presidente dell’altro ramo del Parlamento: a queste condizioni “è meglio tornare alle urne!”.
In questa ottica non si può non biasimare chi, beneficiando una posizione di potere, oggi reclama il diritto al dissenso o addirittura come inizialmente paventato, una sua corrente partitica, verso chi lo aveva "sdoganato".
Le recentissime aperture di dialogo con Berlusconi che Fini ha espresso pubblicamente nella “Terza Camera”, apparirebbero credibili se non vi fosse stato da un quindicennio uno stillicidio di critiche al Governo e al premier in ogni sua esternazione, dalle quisquilie ai temi di vitale importanza, come i problemi bioetici, la reiterata decretazione d’urgenza e il reato di immigrazione clandestina.
Ingrato, fedifrago, giuda? Vogliamo accettare questo modo di far politica? Certo, due uomini forti di temperamento e di valore etico, prima o poi vengono in conflitto. Ma quando trattasi di conflitto tra un vertice dello Stato e il capo dell’esecutivo, appaiono incomprensibili e deleterie per il Paese, tanto più se appartengono allo stesso Partito.
In ogni caso criticare pubblicamente il progetto che lo stesso onorevole Gianfranco Fini aveva contribuito a elaborare non è certo un bello spettacolo all’estero: è da sconsiderati, e come tale proseguendo su questa strada la storia e gli elettori finiranno per condannarlo.
Un’ultima riflessione. Davvero un presidente della Camera deve astenersi dal far politica? A giudicare dal modo in cui finora è stato interpretato il ruolo, non si direbbe. Iotti, Ingrao, Gronchi, Scalfaro docent. Ci provi anche lui…!
Per quanto riguarda il suo massimo “pretoriano”, Italo Bocchino, la dice lunga sulla partita che ancora sarà da giocarsi all’interno del partito. I commentatori politici più vicini al Palazzo ci fanno sapere che probabilmente le sue dimissioni “irrevocabili” presentate a ridosso della riunione dell’assemblea dei deputati chiamata a pronunciarsi, gli sarebbero state suggerite per “nascondere le divisioni tra i finiani”.
Francesco Pugliarello
Fini, da fine dicitore qual’è, formato alla scuola almirantiana, da quando si è autocandidato alla Presidenza della Camera, non cerca che visibilità. Oggi, chi lo ha presentato ad Almirante si dice pentito di averlo fatto: mira alla conquista del potere personale inerpicandosi tra gli specchi. “Uno psicoanalista direbbe che voglia uccidere il padre, però Almirante ha tolto l’incomodo. Ora il padre è Berlusconi” (Giovanni Salvi).
Non dimentichiamo ch'egli viene da quella scuola. Una scuola le cui radici prendono linfa dalla violenta contestazione anticomunista, ma non antiautoritaria. Non dimentichiamo quando con la kippà sul capo cosparso di cenere allo 'yad vascem' ha annunciato al mondo che "il fascismo fu il male assoluto". Non dimentichiamo quando si presenta alle fosse ardeatine proferisce questa frase: “E' stato grazie agli uomini della Resistenza che la Patria non solo sopravvisse, ma si rigenerò''. Ad essere malizioso, in quell’occasione erano presenti i rappresentanti dell’AMPI, e Napolitano... E ancora non dimentichiamo quando appena l'atro giorno nel direttivo nazionale del PDL Berlusconi gli faceva notare di essersi sempre defilato alle riunioni di presidenza. Non possiamo dimenticare quando all'indomani della designazione a presidente del Parlamento criticava l'impostazione che Berlusconi aveva dato al Partito che lui stesso aveva contribuito a fondare. Non possiamo infine dimenticare l’aspra reazione per non essere stato consultato anzitempo allorché Silvio, dal famigerato "predellino" annunciava di voler completare il disegno di un partito liberale moderno contrapposto alla cultura post comunista e postmarxista ancora dominante nei gangli dello Stato, etichettando il premier come uomo della “deriva plebiscitaria”.
Non è questo un comportamento sussiegoso a tratti tratufesco che non si attaglia ad un alta carica dello Stato? Voglia di rimettersi in gioco? Voglia di revanche? Desiderio di potere per il potere o voglia di saccheggiare l’idea federalista mai sopita in Italia? Certo col se e col ma non si può fare il processo ad alcuno, tuttavia se questi sono i fatti, laddove, come si dice dalle nostre parti, “si lisca e si loda per poi tirargliele in tasca”, allora l’atteggiamento in questi due anni di legislatura di Gianfranco verso il suo amico Silvio viene chiaramente alla luce, e diviene ancor più chiaro allorché si consideri l’affermazione risentita del presidente dell’altro ramo del Parlamento: a queste condizioni “è meglio tornare alle urne!”.
In questa ottica non si può non biasimare chi, beneficiando una posizione di potere, oggi reclama il diritto al dissenso o addirittura come inizialmente paventato, una sua corrente partitica, verso chi lo aveva "sdoganato".
Le recentissime aperture di dialogo con Berlusconi che Fini ha espresso pubblicamente nella “Terza Camera”, apparirebbero credibili se non vi fosse stato da un quindicennio uno stillicidio di critiche al Governo e al premier in ogni sua esternazione, dalle quisquilie ai temi di vitale importanza, come i problemi bioetici, la reiterata decretazione d’urgenza e il reato di immigrazione clandestina.
Ingrato, fedifrago, giuda? Vogliamo accettare questo modo di far politica? Certo, due uomini forti di temperamento e di valore etico, prima o poi vengono in conflitto. Ma quando trattasi di conflitto tra un vertice dello Stato e il capo dell’esecutivo, appaiono incomprensibili e deleterie per il Paese, tanto più se appartengono allo stesso Partito.
In ogni caso criticare pubblicamente il progetto che lo stesso onorevole Gianfranco Fini aveva contribuito a elaborare non è certo un bello spettacolo all’estero: è da sconsiderati, e come tale proseguendo su questa strada la storia e gli elettori finiranno per condannarlo.
Un’ultima riflessione. Davvero un presidente della Camera deve astenersi dal far politica? A giudicare dal modo in cui finora è stato interpretato il ruolo, non si direbbe. Iotti, Ingrao, Gronchi, Scalfaro docent. Ci provi anche lui…!
Per quanto riguarda il suo massimo “pretoriano”, Italo Bocchino, la dice lunga sulla partita che ancora sarà da giocarsi all’interno del partito. I commentatori politici più vicini al Palazzo ci fanno sapere che probabilmente le sue dimissioni “irrevocabili” presentate a ridosso della riunione dell’assemblea dei deputati chiamata a pronunciarsi, gli sarebbero state suggerite per “nascondere le divisioni tra i finiani”.
Francesco Pugliarello
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martedì 27 aprile 2010
In Europa il rimorso si tramuta in masochismo
di Daniel Pipes
National Review Online
27 aprile 2010
"Nulla è più occidentale dell'odio nutrito dall'Occidente". Così scrive il romanziere e saggista francese Pascal Bruckner nel suo libro La tirannia della penitenza [in Italia pubblicato nel 2007] N.d.T.), ben tradotto in inglese da Steven Rendall e di recente pubblicato dalla Princeton University Press come "The Tyranny of Guilt: An Essay on Western Masochism". "Tutto il pensiero moderno", egli aggiunge "può essere ridotto alle meccaniche denunce dell'Occidente, evidenziando l'ipocrisia, la violenza e l'abominio di quest'ultimo."
Bruckner esagera, ma non molto.
Egli dimostra come gli europei vedono se stessi come "i malati del pianeta" la cui pestilenza causa ogni genere di problema nel mondo non-occidentale (ciò che lui chiama il Sud). Quando l'uomo bianco mise piede in Asia, in Africa o in America fecero seguito morte, caos e distruzione. Gli europei si sentono nati con le stigmate: "l'uomo bianco ha seminato dolore e rovina ovunque sia andato". La sua pelle pallida è segno della sua imperfezione etica.
Queste dichiarazioni provocatorie avvalorano la brillante polemica di Bruckner, argomentando che il rimorso europeo per le colpe di imperialismo, fascismo e razzismo attanaglia il continente al punto di soffocare la sua creatività, annientare la fiducia in se stesso ed esaurire il suo ottimismo.
Bruckner stesso riconosce le pecche dell'Europa, ma la elogia altresì per la sua autocritica: "Non c'è dubbio che l'Europa ha partorito dei mostri, ma al contempo essa ha prodotto teorie grazie alle quali è possibile comprendere e distruggere questi mostri." Egli sostiene che il continente non può essere solamente una maledizione, perché le sue eccelse conquiste integrano le sue peggiori atrocità. Questo è quello che egli definisce "prova di magnificenza".
Paradossalmente, è la stessa buona volontà dell'Europa ad ammettere le proprie colpe che induce all'odio di sé, perché le società che non si lanciano in una simile introspezione non si lacerino. La forza dell'Europa è pertanto la sua debolezza. Sebbene il continente abbia "più o meno sconfitto i suoi mostri" come la schiavitù, il colonialismo e il fascismo, esso preferisce soffermarsi sul peggio del suo operato. Ecco perché il volume s'intitola The Tyranny of Guilt. Il passato, con la sua violenza e gli atti di aggressione, è congelato nel tempo, un fardello che gli europei pensano di non scrollarsi mai di dosso.
Il Sud, per contrasto, è considerato perpetuamente innocente. Proprio mentre il colonialismo svanisce nel passato, gli europei si biasimano a ragione per le condizioni delle popolazioni un tempo colonizzate. Eterna innocenza significa trattare in modo infantile coloro che non sono occidentali; gli europei si illudono di essere gli unici adulti: il che è di per sé una forma di razzismo. Ciò offre un modo per prevenire le critiche.
Questo spiega il motivo per il quale gli europei si chiedono cosa essi "possono fare per il Sud del mondo piuttosto che chiedersi che cosa il Sud del mondo possa fare per se stesso". E spiega anche il perché dopo gli attentati terroristici di Madrid del 2004, un milione di spagnoli non hanno manifestato contro i perpetratori islamisti, ma contro il loro stesso premier. E peggio ancora, ciò spiega perché essi giudicano colpevoli i civili spagnoli "dilaniati da acciaio e fuoco".
Come dimostrato dall'attentato di Madrid e da innumerevoli altri atti di violenza, i musulmani tendono ad avere atteggiamenti maggiormente ostili nei confronti dell'Occidente e i palestinesi sono considerati i più ostili dei musulmani. Il fatto che i palestinesi contrastino gli ebrei, le vittime estreme della ferocia occidentale, li rende un veicolo perversamente ideale per respingere il senso di colpa occidentale. A rendere le cose peggiori, proprio mentre gli europei depongono le armi gli ebrei prendono la spada e la brandiscono apertamente.
L'Europa assolve se stessa dai crimini contro gli ebrei, celebrando i palestinesi come vittime, poco importa in che modo crudele essi agiscano; e dipingendo gli israeliani come nazisti dei nostri giorni, poco importa quanto sia necessaria una loro autodifesa. Pertanto, la questione palestinese "torna a legittimare in sordina l'odio nei confronti degli ebrei". Gli europei focalizzano la loro attenzione su Israele con tale foga che si potrebbe pensare che il destino del pianeta sarà stabilito "in un minuscolo tratto di terra fra Tel Aviv, Ramallah e Gaza".
E l'America? Proprio come "l'Europa si sbarazza del crimine della Shoah prendendosela con Israele [così] si sbarazza della colpa del colonialismo prendendosela con gli Stati Uniti". Scomunicare i figli americani permette all'Europa di pavoneggiarsi. Da parte sua, Bruckner respinge questa facile scappatoia ed egli stesso ammira la sicurezza di sé degli americani e l'orgoglio del Paese. "Mentre l'America si fa valere, l'Europa contesta se stessa". L'autore francese nota altresì che, nei momenti di bisogno, gli sventurati della terra si rivolgono immutabilmente agli Usa e non all'Ue. Per lui, gli States sono "l'ultima grande nazione dell'Occidente".
Bruckner spera che Europa e America cooperino ancora, perché quando lo fanno, esse "conseguono meravigliosi risultati". Ma il suo stesso riscontro mette in evidenza quanto sia improbabile questa prospettiva.
National Review Online
27 aprile 2010
"Nulla è più occidentale dell'odio nutrito dall'Occidente". Così scrive il romanziere e saggista francese Pascal Bruckner nel suo libro La tirannia della penitenza [in Italia pubblicato nel 2007] N.d.T.), ben tradotto in inglese da Steven Rendall e di recente pubblicato dalla Princeton University Press come "The Tyranny of Guilt: An Essay on Western Masochism". "Tutto il pensiero moderno", egli aggiunge "può essere ridotto alle meccaniche denunce dell'Occidente, evidenziando l'ipocrisia, la violenza e l'abominio di quest'ultimo."
Bruckner esagera, ma non molto.
Egli dimostra come gli europei vedono se stessi come "i malati del pianeta" la cui pestilenza causa ogni genere di problema nel mondo non-occidentale (ciò che lui chiama il Sud). Quando l'uomo bianco mise piede in Asia, in Africa o in America fecero seguito morte, caos e distruzione. Gli europei si sentono nati con le stigmate: "l'uomo bianco ha seminato dolore e rovina ovunque sia andato". La sua pelle pallida è segno della sua imperfezione etica.
Queste dichiarazioni provocatorie avvalorano la brillante polemica di Bruckner, argomentando che il rimorso europeo per le colpe di imperialismo, fascismo e razzismo attanaglia il continente al punto di soffocare la sua creatività, annientare la fiducia in se stesso ed esaurire il suo ottimismo.
Bruckner stesso riconosce le pecche dell'Europa, ma la elogia altresì per la sua autocritica: "Non c'è dubbio che l'Europa ha partorito dei mostri, ma al contempo essa ha prodotto teorie grazie alle quali è possibile comprendere e distruggere questi mostri." Egli sostiene che il continente non può essere solamente una maledizione, perché le sue eccelse conquiste integrano le sue peggiori atrocità. Questo è quello che egli definisce "prova di magnificenza".
Paradossalmente, è la stessa buona volontà dell'Europa ad ammettere le proprie colpe che induce all'odio di sé, perché le società che non si lanciano in una simile introspezione non si lacerino. La forza dell'Europa è pertanto la sua debolezza. Sebbene il continente abbia "più o meno sconfitto i suoi mostri" come la schiavitù, il colonialismo e il fascismo, esso preferisce soffermarsi sul peggio del suo operato. Ecco perché il volume s'intitola The Tyranny of Guilt. Il passato, con la sua violenza e gli atti di aggressione, è congelato nel tempo, un fardello che gli europei pensano di non scrollarsi mai di dosso.
Il Sud, per contrasto, è considerato perpetuamente innocente. Proprio mentre il colonialismo svanisce nel passato, gli europei si biasimano a ragione per le condizioni delle popolazioni un tempo colonizzate. Eterna innocenza significa trattare in modo infantile coloro che non sono occidentali; gli europei si illudono di essere gli unici adulti: il che è di per sé una forma di razzismo. Ciò offre un modo per prevenire le critiche.
Questo spiega il motivo per il quale gli europei si chiedono cosa essi "possono fare per il Sud del mondo piuttosto che chiedersi che cosa il Sud del mondo possa fare per se stesso". E spiega anche il perché dopo gli attentati terroristici di Madrid del 2004, un milione di spagnoli non hanno manifestato contro i perpetratori islamisti, ma contro il loro stesso premier. E peggio ancora, ciò spiega perché essi giudicano colpevoli i civili spagnoli "dilaniati da acciaio e fuoco".
Come dimostrato dall'attentato di Madrid e da innumerevoli altri atti di violenza, i musulmani tendono ad avere atteggiamenti maggiormente ostili nei confronti dell'Occidente e i palestinesi sono considerati i più ostili dei musulmani. Il fatto che i palestinesi contrastino gli ebrei, le vittime estreme della ferocia occidentale, li rende un veicolo perversamente ideale per respingere il senso di colpa occidentale. A rendere le cose peggiori, proprio mentre gli europei depongono le armi gli ebrei prendono la spada e la brandiscono apertamente.
L'Europa assolve se stessa dai crimini contro gli ebrei, celebrando i palestinesi come vittime, poco importa in che modo crudele essi agiscano; e dipingendo gli israeliani come nazisti dei nostri giorni, poco importa quanto sia necessaria una loro autodifesa. Pertanto, la questione palestinese "torna a legittimare in sordina l'odio nei confronti degli ebrei". Gli europei focalizzano la loro attenzione su Israele con tale foga che si potrebbe pensare che il destino del pianeta sarà stabilito "in un minuscolo tratto di terra fra Tel Aviv, Ramallah e Gaza".
E l'America? Proprio come "l'Europa si sbarazza del crimine della Shoah prendendosela con Israele [così] si sbarazza della colpa del colonialismo prendendosela con gli Stati Uniti". Scomunicare i figli americani permette all'Europa di pavoneggiarsi. Da parte sua, Bruckner respinge questa facile scappatoia ed egli stesso ammira la sicurezza di sé degli americani e l'orgoglio del Paese. "Mentre l'America si fa valere, l'Europa contesta se stessa". L'autore francese nota altresì che, nei momenti di bisogno, gli sventurati della terra si rivolgono immutabilmente agli Usa e non all'Ue. Per lui, gli States sono "l'ultima grande nazione dell'Occidente".
Bruckner spera che Europa e America cooperino ancora, perché quando lo fanno, esse "conseguono meravigliosi risultati". Ma il suo stesso riscontro mette in evidenza quanto sia improbabile questa prospettiva.
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venerdì 26 marzo 2010
IL RITORNO DI PEPPONE E DON CAMILLO?
Chi non ricorda le infinite diatribe uscite dalla fervida penna del Guerrazzi tra Peppone e don Camillo che negli anni cinquanta si contendevano il potere sui propri concittadini di Brescello? Tali mi sembrano il sornione Bersani e il Presidente Berlusconi in questo scorcio di campagna elettorale, con una non piccola differenza: i “colpi bassi” che segnano un imbarbarimento della vita politica.
Leggendo i giornali o guardando la televisione sarà sicuramente rimasto sconcertato del malcostume diffuso che è echeggiato in tutta la sua evidenza; avrà preso atto della pochezza di ideali e di programmi da basso impero, contrapposti alla ricchezza di idee e di valori di un tempo; avrà pensato alla riesumazione della centralità del partito contro quella del singolo cittadino; alla sfrontatezza tutta emiliana contrapposta alla laboriosità lombarda: esempi che solo chi non vuol vedere non riesce a capire quale posta si sta giocando in questi giorni nel nostro Paese.
Se alla fine sono scesi in campo finanche la Cei ed il Vaticano in difesa dei valori antropologici, quella Chiesa che fino ad oggi era rimasta silente, qualche motivo dovrà pur esserci…
Leggendo i giornali o guardando la televisione sarà sicuramente rimasto sconcertato del malcostume diffuso che è echeggiato in tutta la sua evidenza; avrà preso atto della pochezza di ideali e di programmi da basso impero, contrapposti alla ricchezza di idee e di valori di un tempo; avrà pensato alla riesumazione della centralità del partito contro quella del singolo cittadino; alla sfrontatezza tutta emiliana contrapposta alla laboriosità lombarda: esempi che solo chi non vuol vedere non riesce a capire quale posta si sta giocando in questi giorni nel nostro Paese.
Se alla fine sono scesi in campo finanche la Cei ed il Vaticano in difesa dei valori antropologici, quella Chiesa che fino ad oggi era rimasta silente, qualche motivo dovrà pur esserci…
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mercoledì 24 marzo 2010
COMPETIZIONE REGIONALE ANOMALA SENZA LA PRESENZA DI ALCUNE LISTE
Elezioni poco democratiche
di Francesco Pugliarello
Firenze
Una volta i radicali erano i difensori della democrazia,
ora sono fautori della cavillocrazia per impedire
al partito avversario di esprimersi. Parole di
un ex ministro di sinistra come Francesco Forte. Ma quel che più
sorprende è il segretario del maggior partito di opposizione
che corre al carro dei radicali vestendo anch'egli la casacca
del Robespierre della democrazia: quel Bersani che ai tempi
della recente crociata contro i crocifissi dichiarò che “…a
Strasburgo la sostanza doveva prevalere sulla forma”. In
questa vicenda delle liste, quale che sia la verità sull'esclusione
del Pdl in provincia di Roma, ciò che sconcerta è il
comportamento tartufesco dell'intera coalizione di sinistra
che vorrebbe camuffare la volontà di andare al potere senza
intralci come fece Mussolini nel 1925. Ci sarà sicuramente
qualcuno di buon senso che si sarà posto la seguente domanda:
può in democrazia una coalizione, che gode nel
vedere escluso da una competizione un avversario, essere
politicamente legittimata a governare, dopo che per pochi
minuti di ritardo ha inscenato una gazzarra nel tentativo di
impedire il rivale di presentare le liste in sede preelettorale?
DA E-polis – Il Firenze 15.03.2010 pag.6
di Francesco Pugliarello
Firenze
Una volta i radicali erano i difensori della democrazia,
ora sono fautori della cavillocrazia per impedire
al partito avversario di esprimersi. Parole di
un ex ministro di sinistra come Francesco Forte. Ma quel che più
sorprende è il segretario del maggior partito di opposizione
che corre al carro dei radicali vestendo anch'egli la casacca
del Robespierre della democrazia: quel Bersani che ai tempi
della recente crociata contro i crocifissi dichiarò che “…a
Strasburgo la sostanza doveva prevalere sulla forma”. In
questa vicenda delle liste, quale che sia la verità sull'esclusione
del Pdl in provincia di Roma, ciò che sconcerta è il
comportamento tartufesco dell'intera coalizione di sinistra
che vorrebbe camuffare la volontà di andare al potere senza
intralci come fece Mussolini nel 1925. Ci sarà sicuramente
qualcuno di buon senso che si sarà posto la seguente domanda:
può in democrazia una coalizione, che gode nel
vedere escluso da una competizione un avversario, essere
politicamente legittimata a governare, dopo che per pochi
minuti di ritardo ha inscenato una gazzarra nel tentativo di
impedire il rivale di presentare le liste in sede preelettorale?
DA E-polis – Il Firenze 15.03.2010 pag.6
venerdì 12 marzo 2010
LA SINSITRA COSIDDETTA MODERATA A CORRENTE ALTERNATA
“Una volta i radicali erano difensori della democrazia, ora sono fautori della cavillocrazia per impedire al partito avversario di esprimersi". Parole di un ex ministro di sinistra come Francesco Forte.
Quel che più sorprendente è il segretario del maggior partito di opposizione che corre al carro dei radicali vestendo anch’egli la casacca del Robespierre della democrazia: quel Bersani che ai tempi della recente crociata contro i crocefissi, dichiarò che “a Strasburgo la sostanza doveva prevalere sulla forma”! In questa vicenda delle liste elettorali, quale che sia la verità sull’esclusione del PDL in provincia di Roma, ciò che sconcerta è il comportamento tartufesco dell’intera coalizione di sinistra che vorrebbe camuffare la volontà di andare al potere senza intralci, come fece Mussolini nel 1925.
Ci sarà sicuramente qualcuno di buon senso che si sarà posta la seguente domanda: può in democrazia una coalizione, che gode nel veder escluso da una competizione elettorale l’avversario, essere politicamente legittimata a governare una provincia, dopo che per pochi minuti di ritardo ha inscenato una gazzarra nel tentativo di impedire al rivale di presentare le liste in sede preelettorale?
Francesco Pugliarello
Quel che più sorprendente è il segretario del maggior partito di opposizione che corre al carro dei radicali vestendo anch’egli la casacca del Robespierre della democrazia: quel Bersani che ai tempi della recente crociata contro i crocefissi, dichiarò che “a Strasburgo la sostanza doveva prevalere sulla forma”! In questa vicenda delle liste elettorali, quale che sia la verità sull’esclusione del PDL in provincia di Roma, ciò che sconcerta è il comportamento tartufesco dell’intera coalizione di sinistra che vorrebbe camuffare la volontà di andare al potere senza intralci, come fece Mussolini nel 1925.
Ci sarà sicuramente qualcuno di buon senso che si sarà posta la seguente domanda: può in democrazia una coalizione, che gode nel veder escluso da una competizione elettorale l’avversario, essere politicamente legittimata a governare una provincia, dopo che per pochi minuti di ritardo ha inscenato una gazzarra nel tentativo di impedire al rivale di presentare le liste in sede preelettorale?
Francesco Pugliarello
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martedì 2 febbraio 2010
Sulla criminalità la CEI sbaglia le percentuali
Ho la sensazione che presso la CEI vi sia un Presidente che ignora la matematica o che gli vengano forniti dei dati errati. Mi spiego.
Monsignor Mariano Crociata (presidente della Conferenza Episcopale Italiana) ha contestato il nostro Governo affermando che "le percentuali di criminalità di italiani e stranieri sono analoghe, se non identiche". Trovo la risposta di una inusitata incredibilità. E' stata data a commento di alcune frasi del Presidente del Consiglio il quale, in un intervento pubblico, dava per scontato una prossima consistente diminuzione dei delitti collegata al calo dell'IMMIGRAZIONE CLANDESTINA.
Spiace dirlo ma prima di confutare le affermazioni di un premier, il neo-responsabile CEI avrebbe dovuto documentarsi alla fonte. Nella speranza che Mons. Crociata non diffidi della serietà delle nostre Istituzioni, sarebbe bastato che si fosse documentato incrociando i dati forniti dalla Caritas con quelli del Dipartimento carcerario.
A conti fatti, se su 3 milioni di extracomunitari il 40% è in galera (cioè circa 20.000 su 50.000 della popolazione carceraria), gli italiani reclusi 30.000 a fronte di una popolazione di 54 milioni, significa che attualmente in galera vi sono 16 “stranieri” ogni italiano. Si deduce pertanto che il tasso di criminalità degli irregolari è circa 28 volte quello degli italiani (dati del Ministero degli Interni (2008).
Che ne pensa Monsignore?
Francesco Pugliarello
Monsignor Mariano Crociata (presidente della Conferenza Episcopale Italiana) ha contestato il nostro Governo affermando che "le percentuali di criminalità di italiani e stranieri sono analoghe, se non identiche". Trovo la risposta di una inusitata incredibilità. E' stata data a commento di alcune frasi del Presidente del Consiglio il quale, in un intervento pubblico, dava per scontato una prossima consistente diminuzione dei delitti collegata al calo dell'IMMIGRAZIONE CLANDESTINA.
Spiace dirlo ma prima di confutare le affermazioni di un premier, il neo-responsabile CEI avrebbe dovuto documentarsi alla fonte. Nella speranza che Mons. Crociata non diffidi della serietà delle nostre Istituzioni, sarebbe bastato che si fosse documentato incrociando i dati forniti dalla Caritas con quelli del Dipartimento carcerario.
A conti fatti, se su 3 milioni di extracomunitari il 40% è in galera (cioè circa 20.000 su 50.000 della popolazione carceraria), gli italiani reclusi 30.000 a fronte di una popolazione di 54 milioni, significa che attualmente in galera vi sono 16 “stranieri” ogni italiano. Si deduce pertanto che il tasso di criminalità degli irregolari è circa 28 volte quello degli italiani (dati del Ministero degli Interni (2008).
Che ne pensa Monsignore?
Francesco Pugliarello
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Eurabia. Come l’islamismo è riuscito a ricattare l’Occidente
Teniamo d’occhio la signora Dalia Mogahed (consigliere del presidente Obama per i rapporti con il mondo musulmano e autrice di "Who speaks for Islam?) [E’ l’invito di Daniel Pipes]
“Credo e spero che in Europa si formi un movimento di opinione che possa costringere i governi europei, complici della politica di distruzione dell’Europa, ad un cambiamento. Solo in questo modo si può agire per salvaguardare il mondo così come lo conosciamo"... "Per quanto riguarda l’Italia è che gli italiani hanno una grande coscienza della libertà, hanno lottato per essa... Quando io vengo in Italia vedo dappertutto la parola libertà e non è un caso che anche il partito di Berlusconi ha nel suo nome la parola libertà…”. Sono stralci di un’intervista inquietante che la maggiore divulgatrice anti-islamista europea, Bat Ye’or, ha rilasciato su Tempi dal titolo, “Saremo tutti velati?” il 29 maggio 2009 e ripresa da pochi quotidiani della carta stampata.
Questa signora egiziana di nazionalità inglese, nota per aver coniato il termine Eurabia pubblicato nel 2007 e fatto proprio da Oriana Fallaci, ci rivela che ha utilizzato questo termine da un preciso progetto politico promosso da una rivista fondata a Parigi nel 1975, a seguito della guerra del Kippur scatenata dai Paesi del cartello arabo-musulmano contro Israele. “L'ideatore del «Piano Eurabia» è Lucien Bitterlin, presidente dell'Associazione per la solidarietà franco-araba, nonché esecutore e finanziatore del Comitato Europeo di Coordinamento delle Associazioni per l'amicizia con il Mondo Arabo, una organizzazione a latere della Ce, oggi Ue”.
Mentre infuriava la guerra del Kippur dell'aggressore arabo impegnato ad estendere il nazionalsocialismo nasseriano sulla neo-democrazia israeliana, i rappresentanti dell'Opec riuniti a Kwait City, per ritorsione verso le democrazie occidentali che moralmente stavano sostenendo lo stato ebraico, decidono di utilizzare il petrolio come arma di pressione, riducendo le forniture e quadruplicandone il prezzo, accelerando così il progetto parigino: un ricatto inaudito in cui, per la prima volta, un paese vincitore soccombe alla coercizione dei vinti. Ad un mese da quell'intollerabile gesto, Georges Pompidou e Willy Brandt ritennero che fosse necessario ed utile promuovere una solida amicizia con quei Paesi, proponendo «petrolio in cambio di braccia da lavoro» (leggi immigrazione): una ghiotta occasione per estendere il mai sopito desiderio del califfato sul territorio europeo (con tutte le conseguenze negative che ne sono scaturite, non ultime le informazioni riservate fornite a quei regimi totalitari). A quest'incontro ne seguirono altre decine con i rappresentanti della Lega Araba a Copenhagen, a Bonn, a Parigi, a Damasco, a Rabat, tutte manovre tese a sancire la «svendita» dell'Europa al Cartello musulmano ed ampiamente documentate nella rivista citata rivista di Betterlin, Eurabia. Secondo la Bat Ye'or: «L'obiettivo era quello di creare una identità mediterranea pan arabo-europea che permettesse la libera circolazione di persone e merci e determinasse in modo pesante la politica verso l'immigrazione nella Comunità Europea». Nell’ultimo libro della Bat Ye’or, commentato da Andrea Nardi (l’Occidentale.it, 12.12.2009) si evidenzia l’incapacità dell’Unione Europea di reagire al pericolo perchè «i governi, la stampa e la cultura sono oggi alleati con i paesi musulmani. L’UE è molto legata ai paesi arabi con accordi commerciali e le università hanno addirittura accettato libri approvati dall’Orgnaizzazione della Conferenza Islamica (OCI)”.
Ma Dalia Mogahed la prima donna col velo salita repentinamente agli altari della Casa Bianca come consigliere del presidente Obama per i rapporti con il mondo musulmano e autrice di "Who speaks for Islam?" (un libro che sta per uscire anche in Italia), rifiuta il termine Eurabia. Ella sostiene che “l’idea di Eurabia non riflette l' evidenza empirica”. Si appella al bisogno di forza di lavoro giovane “le cui origini sono in paesi musulmani per spingere l'economia occidentale ed europea in particolare”, “Dovreste pensarci” prima di contrastare l’immigrazione(Repubblica 9.12.2009 p.55).
La Lega Araba è un’organizzazione di carattere politico nata nell’immediato dopoguerra per impedire la nascita di Israele; fu la prima ad utilizzare l'"oro nero" come arma di ricatto internazionale. Sorta l’indomani della seconda guerra, obbligò paesi come gli Stati Uniti a tener conto di questa minaccia nell'appoggio del 1947 al piano di partizione della Palestina. Qualche anno dopo nacque un "ufficio per il petrolio" che il 15 gennaio 1959 fu tramutato nel Dipartimento Affari Petroliferi, sempre alle dipendenze del Comitato Politico della Lega. La sua attività, potenziata dopo la nascita dell'OPEC (1960), evolse sino a comprendere regolari congressi che sfociarono nell'espressa intenzione di usare il petrolio a fini strategici nei rapporti con le potenze occidentali. Ricordiamo a tal proposito che il quinto congresso della Lega nel 1965, fu aperto con la considerazione che "il petrolio arabo oggi è, come è sempre stato, l'asse e l'oggetto di tutte le cospirazioni ordite dal colonialismo e dal sionismo. [...] L'arma che il petrolio arabo rappresenta, può essere puntata al cuore del colonialismo e del sionismo, nel caso fossero mai tentati di commettere qualsiasi nuovo atto di aggressione". Oggi la “Lega” rinnega addirittura i suoi recenti progetti per un suo riconoscimento condizionato e si attesta su una posizione pericolosamente consonante con quella del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.
Col tempo tra le numerose organizzazioni dei Paesi a maggioranza musulmana, l’Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI), fondata nel 1969, è divenuta la più influente a livello internazionale. Similmente alle NU, questo organismo sovranazionale, opponendosi recisamente all’ingerenza esterna nei loro affari interni, si prone la conservazione e la difesa dei luoghi santi dell’islam e la promozione delle relazioni economiche e commerciali dei Paesi membri. Di recente i 58 Paesi aderenti, comprendenti oltre un miliardo di persone, hanno tenuto l’ultimo incontro nella capitale senegalese per discutere sul futuro dell’OCI. In quell’occasione, da loro ritenuta storica, hanno ribadito la necessità dell’unità della “ Ummah ” islamica, per fare fronte alle sfide del XXI° secolo. Pur presentando nel suo seno vecchi e nuovi Paesi cosiddetti “canaglia”come l’Iran, lo Yemen, l’Afganistan, il Sudan, il Senegal e la Somalia, sulla carta condanna il terrorismo sotto tutte le sue forme e manifestazioni dichiarandolo “flagello mondiale” e ripete di non essere “legato ad alcuna religione, razza, colore o paese”.
Da questi brevi dati testuali e leggendo alcuni passi dell’incontro molto più diplomatici del quinto congresso, si capisce che il “sogno musulmano” (la reconquista), non è mai venuto meno. Nei fatti l’antica pratica della taqyya (dissimulazione) dopo le Tween Towers si è ancor più accentuata, divenendo molto più insidiosa di quanto si possa immaginare, anche a causa di un Occidente privo di anticorpi. Le sanatorie, l'allargamento delle quote di coloro che possono entrare in Italia, e persino gli aiuti economici e i buoni bebé agli immigrati e tanti altri benefici riservati ai musulmani come alloggi e scuole gratis per famiglie numerose, discendono da questi trattati che l'Italia delle sinistre ha prontamente adottato. Secondo gli osservatori presenti ai loro Convegni, trent'anni di dialogo euro-arabo, nei fatti non hanno prodotto che dissidi e paure nelle nostre comunità. In Europa la gente comincia percepire una situazione di disagio, ma questa strategia è complicata e tenuta, almeno per il momento, in un profilo molto basso. “In questo modo è molto difficile difendersi contro qualche cosa che non si vede”. La ragione risiede principalmente nell'ingresso indiscriminato di sconosciuti alle frontiere e nelle migliaia di moschee sparse sul nostro territorio, il più delle volte dirette da capi spirituali privi di controllo e da oscuri personaggi provenienti dalle madrasse del Pakistan e dello Yemen finanziate con i petrodollari dei regimi sauditi, ma che nulla hanno a che vedere con i principi dell'Islam, né con la civiltà del mondo arabo, le cui tracce sono ancora presenti in molte regioni europee. Oggi il vero razzismo è esattamente l’opposto, quello dell’integralismo islamico contro gli Occidentali.
F.P.
“Credo e spero che in Europa si formi un movimento di opinione che possa costringere i governi europei, complici della politica di distruzione dell’Europa, ad un cambiamento. Solo in questo modo si può agire per salvaguardare il mondo così come lo conosciamo"... "Per quanto riguarda l’Italia è che gli italiani hanno una grande coscienza della libertà, hanno lottato per essa... Quando io vengo in Italia vedo dappertutto la parola libertà e non è un caso che anche il partito di Berlusconi ha nel suo nome la parola libertà…”. Sono stralci di un’intervista inquietante che la maggiore divulgatrice anti-islamista europea, Bat Ye’or, ha rilasciato su Tempi dal titolo, “Saremo tutti velati?” il 29 maggio 2009 e ripresa da pochi quotidiani della carta stampata.
Questa signora egiziana di nazionalità inglese, nota per aver coniato il termine Eurabia pubblicato nel 2007 e fatto proprio da Oriana Fallaci, ci rivela che ha utilizzato questo termine da un preciso progetto politico promosso da una rivista fondata a Parigi nel 1975, a seguito della guerra del Kippur scatenata dai Paesi del cartello arabo-musulmano contro Israele. “L'ideatore del «Piano Eurabia» è Lucien Bitterlin, presidente dell'Associazione per la solidarietà franco-araba, nonché esecutore e finanziatore del Comitato Europeo di Coordinamento delle Associazioni per l'amicizia con il Mondo Arabo, una organizzazione a latere della Ce, oggi Ue”.
Mentre infuriava la guerra del Kippur dell'aggressore arabo impegnato ad estendere il nazionalsocialismo nasseriano sulla neo-democrazia israeliana, i rappresentanti dell'Opec riuniti a Kwait City, per ritorsione verso le democrazie occidentali che moralmente stavano sostenendo lo stato ebraico, decidono di utilizzare il petrolio come arma di pressione, riducendo le forniture e quadruplicandone il prezzo, accelerando così il progetto parigino: un ricatto inaudito in cui, per la prima volta, un paese vincitore soccombe alla coercizione dei vinti. Ad un mese da quell'intollerabile gesto, Georges Pompidou e Willy Brandt ritennero che fosse necessario ed utile promuovere una solida amicizia con quei Paesi, proponendo «petrolio in cambio di braccia da lavoro» (leggi immigrazione): una ghiotta occasione per estendere il mai sopito desiderio del califfato sul territorio europeo (con tutte le conseguenze negative che ne sono scaturite, non ultime le informazioni riservate fornite a quei regimi totalitari). A quest'incontro ne seguirono altre decine con i rappresentanti della Lega Araba a Copenhagen, a Bonn, a Parigi, a Damasco, a Rabat, tutte manovre tese a sancire la «svendita» dell'Europa al Cartello musulmano ed ampiamente documentate nella rivista citata rivista di Betterlin, Eurabia. Secondo la Bat Ye'or: «L'obiettivo era quello di creare una identità mediterranea pan arabo-europea che permettesse la libera circolazione di persone e merci e determinasse in modo pesante la politica verso l'immigrazione nella Comunità Europea». Nell’ultimo libro della Bat Ye’or, commentato da Andrea Nardi (l’Occidentale.it, 12.12.2009) si evidenzia l’incapacità dell’Unione Europea di reagire al pericolo perchè «i governi, la stampa e la cultura sono oggi alleati con i paesi musulmani. L’UE è molto legata ai paesi arabi con accordi commerciali e le università hanno addirittura accettato libri approvati dall’Orgnaizzazione della Conferenza Islamica (OCI)”.
Ma Dalia Mogahed la prima donna col velo salita repentinamente agli altari della Casa Bianca come consigliere del presidente Obama per i rapporti con il mondo musulmano e autrice di "Who speaks for Islam?" (un libro che sta per uscire anche in Italia), rifiuta il termine Eurabia. Ella sostiene che “l’idea di Eurabia non riflette l' evidenza empirica”. Si appella al bisogno di forza di lavoro giovane “le cui origini sono in paesi musulmani per spingere l'economia occidentale ed europea in particolare”, “Dovreste pensarci” prima di contrastare l’immigrazione(Repubblica 9.12.2009 p.55).
La Lega Araba è un’organizzazione di carattere politico nata nell’immediato dopoguerra per impedire la nascita di Israele; fu la prima ad utilizzare l'"oro nero" come arma di ricatto internazionale. Sorta l’indomani della seconda guerra, obbligò paesi come gli Stati Uniti a tener conto di questa minaccia nell'appoggio del 1947 al piano di partizione della Palestina. Qualche anno dopo nacque un "ufficio per il petrolio" che il 15 gennaio 1959 fu tramutato nel Dipartimento Affari Petroliferi, sempre alle dipendenze del Comitato Politico della Lega. La sua attività, potenziata dopo la nascita dell'OPEC (1960), evolse sino a comprendere regolari congressi che sfociarono nell'espressa intenzione di usare il petrolio a fini strategici nei rapporti con le potenze occidentali. Ricordiamo a tal proposito che il quinto congresso della Lega nel 1965, fu aperto con la considerazione che "il petrolio arabo oggi è, come è sempre stato, l'asse e l'oggetto di tutte le cospirazioni ordite dal colonialismo e dal sionismo. [...] L'arma che il petrolio arabo rappresenta, può essere puntata al cuore del colonialismo e del sionismo, nel caso fossero mai tentati di commettere qualsiasi nuovo atto di aggressione". Oggi la “Lega” rinnega addirittura i suoi recenti progetti per un suo riconoscimento condizionato e si attesta su una posizione pericolosamente consonante con quella del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.
Col tempo tra le numerose organizzazioni dei Paesi a maggioranza musulmana, l’Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI), fondata nel 1969, è divenuta la più influente a livello internazionale. Similmente alle NU, questo organismo sovranazionale, opponendosi recisamente all’ingerenza esterna nei loro affari interni, si prone la conservazione e la difesa dei luoghi santi dell’islam e la promozione delle relazioni economiche e commerciali dei Paesi membri. Di recente i 58 Paesi aderenti, comprendenti oltre un miliardo di persone, hanno tenuto l’ultimo incontro nella capitale senegalese per discutere sul futuro dell’OCI. In quell’occasione, da loro ritenuta storica, hanno ribadito la necessità dell’unità della “ Ummah ” islamica, per fare fronte alle sfide del XXI° secolo. Pur presentando nel suo seno vecchi e nuovi Paesi cosiddetti “canaglia”come l’Iran, lo Yemen, l’Afganistan, il Sudan, il Senegal e la Somalia, sulla carta condanna il terrorismo sotto tutte le sue forme e manifestazioni dichiarandolo “flagello mondiale” e ripete di non essere “legato ad alcuna religione, razza, colore o paese”.
Da questi brevi dati testuali e leggendo alcuni passi dell’incontro molto più diplomatici del quinto congresso, si capisce che il “sogno musulmano” (la reconquista), non è mai venuto meno. Nei fatti l’antica pratica della taqyya (dissimulazione) dopo le Tween Towers si è ancor più accentuata, divenendo molto più insidiosa di quanto si possa immaginare, anche a causa di un Occidente privo di anticorpi. Le sanatorie, l'allargamento delle quote di coloro che possono entrare in Italia, e persino gli aiuti economici e i buoni bebé agli immigrati e tanti altri benefici riservati ai musulmani come alloggi e scuole gratis per famiglie numerose, discendono da questi trattati che l'Italia delle sinistre ha prontamente adottato. Secondo gli osservatori presenti ai loro Convegni, trent'anni di dialogo euro-arabo, nei fatti non hanno prodotto che dissidi e paure nelle nostre comunità. In Europa la gente comincia percepire una situazione di disagio, ma questa strategia è complicata e tenuta, almeno per il momento, in un profilo molto basso. “In questo modo è molto difficile difendersi contro qualche cosa che non si vede”. La ragione risiede principalmente nell'ingresso indiscriminato di sconosciuti alle frontiere e nelle migliaia di moschee sparse sul nostro territorio, il più delle volte dirette da capi spirituali privi di controllo e da oscuri personaggi provenienti dalle madrasse del Pakistan e dello Yemen finanziate con i petrodollari dei regimi sauditi, ma che nulla hanno a che vedere con i principi dell'Islam, né con la civiltà del mondo arabo, le cui tracce sono ancora presenti in molte regioni europee. Oggi il vero razzismo è esattamente l’opposto, quello dell’integralismo islamico contro gli Occidentali.
F.P.
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venerdì 29 gennaio 2010
Chi è contro Berlusconi e perché
Chi impedisce le riforme berlusconiane?
Tra le colonne dei quotidiani di queste ultime settimane trapela un inusitato cauto ottimismo per il nuovo clima che si sarebbe instaurato fra le opposte coalizioni, pd-pdl. Sembra che il tempo dell’aggressione subìta a Milano da Berlusconi sia ormai un ricordo da far pensare che la bufera sia definitivamente passata. Molti commentatori si sono cimentati nell’analizzare le ragioni di questo repentino cambiamento attribuendolo probabilmente a un fatto umanitario, altri ancora hanno voluto ricordare il tempo dell’acredine della stampa nazionale e internazionale. Ricordiamo quando, nell’estate del 2009 il premio nobel per la letteratura Josè Saramago sulle pagine del Paìs - ripreso immediatamente dalla rivista di Flores de Arcais (detto “il marchese sanculotto”), dipingeva il nostro premier come un “un saltimbanco organizzatore di orge”, o quando Barbara Spinelli su La Stampa arrivava a definire noi italiani “clintes e sudditi di un boss mafioso”: forse memore del presidente del gruppo della sinistra europea, Martin Schulz, definito “kapò” da Berlusconi.
Mai i media erano scesi così in basso come in quel tempo!
Non illudiamoci però che quest’idillio possa durare. Prima o poi ci sarà un ingrato peone giustizialista che non esiterà a pugnalare il detestato “nemico”, ancorché si apprestasse a varare un decreto volto a salvaguardare anche il suo “particulare”. Nelle cosiddette società dell’opulenza come la nostra, i peones sono gli utili idioti, funzionali all’intelligencija e da essa prodotti in quanto buoni a creare confusione nell’elettorato al fine di mantenere lo status quo.
Giova ricordare a tal proposito di quale cultura si abbevera il “nemico” del potere legittimo.
Massimo Borghesi in un articolo su Il Giornale del 10 gennaio u.s., mutuando il termine da Alfredo Oriani – “La lotta politica in Italia” e “La rivolta ideale”- definisce “Ideologia italica” quella che si richiama alle filosofie nicciana e stirneriana, perfettamente assimilate dalle élites della vecchia borghesia che, millantando una supposta “superiorità morale”, si riconoscono in una certa sinistra nostrana. Esse, tenendo in scacco il potere legittimo nei periodi di grandi svolte democratiche, si auto attribuiscono la funzione di tutela degli interessi popolari. Questa mentalità, progressista a parole, conservatrice nei fatti, secondo il Borghesi affonderebbe le sue radici nella “mancata riforma religiosa” che avrebbe fatto maturare nell’italiano piccolo borghese una predisposizione “ideologico-emotiva” destinata a fare proseliti tra gli intellettuali dei “salotti buoni”, sì da creare un grumo di interessi particolari che nel tempo si sono saldati nel ribellismo militante fascista e comunista. Sostanzialmente è quella che Gianni Baget Bozzo attribuiva come “cultura politica nell’Italia repubblicana” un illuminismo impregnato di catto-comunismo e che Craxi perse la vita nel tentativo di metterla in crisi. Lo storico di sinistra Silvio Lanaro in un pregevole lavoro pubblicato per Einaudi nel 1988 conferma questa analisi aggiungendo che “l’attitudine all’innovazione non sembra costituire il tratto dominante della mentalità imprenditoriale italiana” (L’Italia Nuova, pagina 7).
Pertanto, quando nel panorama politico si è presentato un grande riformatore come Silvio Berlusconi che proveniva dalla società civile, sarebbe scattata quella “conventio ad excludendum” che sicuramente durerà fino alla sua scomparsa dalla scena politica, come a suo tempo si augurava D’Alema. L’acrimonia verso “l’outsider senza storia”, che il sociologo delle religioni Pietro De Marco definisce ontologica, col passare del tempo si è andata sempre più acuendo chiamando a supporto un giustizialista come Di Pietro. Per convincersi di quanto esaminato, basta osservare l’ostilità che Barak Obama sta riscuotendo da parte dei cosiddetti “progressisti americani” per le riforme annunciate. Certo è che queste lobby operando senza alcun vincolo, sono irresponsabili giacché non devono dar conto all’elettorato: avendo il privilegio di esprimersi attraverso i media (asserviti alle élites padronali), possono permettersi di giocare impunemente al tiro al piccione contro chi non sia loro funzionale. Ciò che turba maggiormente è l’irresponsabile clima di tensione di cui tutti siamo vittime che si vorrebbe impunemente scaricare su chi mette la faccia nel tentativo di recuperare il senso “alto” della politica e modernizzare un vecchio Stato burocratico-napoleonico.
Ma l’elettore contemporaneo, più attento di certa classe politica, ha capito che trappole calunniose e caricaturali, volte a destabilizzare del potere legittimo impediscono il corretto funzionamento statuale e quindi l’evoluzione democratica. Lo capì fin dal secolo scorso il primo riformatore della storia moderna, Giovanni Giolitti quando, trattandosi di votare il primo intervento in Libia, tra minacce, agitazioni di piazza e campagne di stampa, bollava la sinistra di codardia e di incapacità, rilasciando ai posteri una frase quanto mai profetica: “La sinistra non sa governare e non fa governare!”.
Sic stantibus rebus non si può che sollecitare il premier di continuare a non lasciarsi irretire da quei lobbisti che tendono ad inquinare il processo democratico e proseguire speditamente sulla strada delle riforme istituzionali così come annunciato all’indomani dell’attentato subìto in piazza del Duomo.
Francesco Pugliarello
Tra le colonne dei quotidiani di queste ultime settimane trapela un inusitato cauto ottimismo per il nuovo clima che si sarebbe instaurato fra le opposte coalizioni, pd-pdl. Sembra che il tempo dell’aggressione subìta a Milano da Berlusconi sia ormai un ricordo da far pensare che la bufera sia definitivamente passata. Molti commentatori si sono cimentati nell’analizzare le ragioni di questo repentino cambiamento attribuendolo probabilmente a un fatto umanitario, altri ancora hanno voluto ricordare il tempo dell’acredine della stampa nazionale e internazionale. Ricordiamo quando, nell’estate del 2009 il premio nobel per la letteratura Josè Saramago sulle pagine del Paìs - ripreso immediatamente dalla rivista di Flores de Arcais (detto “il marchese sanculotto”), dipingeva il nostro premier come un “un saltimbanco organizzatore di orge”, o quando Barbara Spinelli su La Stampa arrivava a definire noi italiani “clintes e sudditi di un boss mafioso”: forse memore del presidente del gruppo della sinistra europea, Martin Schulz, definito “kapò” da Berlusconi.
Mai i media erano scesi così in basso come in quel tempo!
Non illudiamoci però che quest’idillio possa durare. Prima o poi ci sarà un ingrato peone giustizialista che non esiterà a pugnalare il detestato “nemico”, ancorché si apprestasse a varare un decreto volto a salvaguardare anche il suo “particulare”. Nelle cosiddette società dell’opulenza come la nostra, i peones sono gli utili idioti, funzionali all’intelligencija e da essa prodotti in quanto buoni a creare confusione nell’elettorato al fine di mantenere lo status quo.
Giova ricordare a tal proposito di quale cultura si abbevera il “nemico” del potere legittimo.
Massimo Borghesi in un articolo su Il Giornale del 10 gennaio u.s., mutuando il termine da Alfredo Oriani – “La lotta politica in Italia” e “La rivolta ideale”- definisce “Ideologia italica” quella che si richiama alle filosofie nicciana e stirneriana, perfettamente assimilate dalle élites della vecchia borghesia che, millantando una supposta “superiorità morale”, si riconoscono in una certa sinistra nostrana. Esse, tenendo in scacco il potere legittimo nei periodi di grandi svolte democratiche, si auto attribuiscono la funzione di tutela degli interessi popolari. Questa mentalità, progressista a parole, conservatrice nei fatti, secondo il Borghesi affonderebbe le sue radici nella “mancata riforma religiosa” che avrebbe fatto maturare nell’italiano piccolo borghese una predisposizione “ideologico-emotiva” destinata a fare proseliti tra gli intellettuali dei “salotti buoni”, sì da creare un grumo di interessi particolari che nel tempo si sono saldati nel ribellismo militante fascista e comunista. Sostanzialmente è quella che Gianni Baget Bozzo attribuiva come “cultura politica nell’Italia repubblicana” un illuminismo impregnato di catto-comunismo e che Craxi perse la vita nel tentativo di metterla in crisi. Lo storico di sinistra Silvio Lanaro in un pregevole lavoro pubblicato per Einaudi nel 1988 conferma questa analisi aggiungendo che “l’attitudine all’innovazione non sembra costituire il tratto dominante della mentalità imprenditoriale italiana” (L’Italia Nuova, pagina 7).
Pertanto, quando nel panorama politico si è presentato un grande riformatore come Silvio Berlusconi che proveniva dalla società civile, sarebbe scattata quella “conventio ad excludendum” che sicuramente durerà fino alla sua scomparsa dalla scena politica, come a suo tempo si augurava D’Alema. L’acrimonia verso “l’outsider senza storia”, che il sociologo delle religioni Pietro De Marco definisce ontologica, col passare del tempo si è andata sempre più acuendo chiamando a supporto un giustizialista come Di Pietro. Per convincersi di quanto esaminato, basta osservare l’ostilità che Barak Obama sta riscuotendo da parte dei cosiddetti “progressisti americani” per le riforme annunciate. Certo è che queste lobby operando senza alcun vincolo, sono irresponsabili giacché non devono dar conto all’elettorato: avendo il privilegio di esprimersi attraverso i media (asserviti alle élites padronali), possono permettersi di giocare impunemente al tiro al piccione contro chi non sia loro funzionale. Ciò che turba maggiormente è l’irresponsabile clima di tensione di cui tutti siamo vittime che si vorrebbe impunemente scaricare su chi mette la faccia nel tentativo di recuperare il senso “alto” della politica e modernizzare un vecchio Stato burocratico-napoleonico.
Ma l’elettore contemporaneo, più attento di certa classe politica, ha capito che trappole calunniose e caricaturali, volte a destabilizzare del potere legittimo impediscono il corretto funzionamento statuale e quindi l’evoluzione democratica. Lo capì fin dal secolo scorso il primo riformatore della storia moderna, Giovanni Giolitti quando, trattandosi di votare il primo intervento in Libia, tra minacce, agitazioni di piazza e campagne di stampa, bollava la sinistra di codardia e di incapacità, rilasciando ai posteri una frase quanto mai profetica: “La sinistra non sa governare e non fa governare!”.
Sic stantibus rebus non si può che sollecitare il premier di continuare a non lasciarsi irretire da quei lobbisti che tendono ad inquinare il processo democratico e proseguire speditamente sulla strada delle riforme istituzionali così come annunciato all’indomani dell’attentato subìto in piazza del Duomo.
Francesco Pugliarello
sabato 5 dicembre 2009
In Occidente si aggira un pericoloso fantasma:
è l'orgnaizzazione islamo-massonica antisionista che fa capo ai Fratelli Musulmani che vuole scardinare le nostre libertà conquistate in millenni di lotte. Una buona notizia: almeno l'Italia ha avuto il coraggio di opporsi al rapporto Goldstone votando contro (ieri all'ONU): segno che l'attuale Governo non si lascia facilmente infinocchiare dai dissimulatori islamici! Se in democrazia è lecito avere pareri differenti, non è consentito a chi critica, contrasta o peggio calpesta le leggi votate dai rappresentati della collettività autoctona. In un periodo storico eccezionale in cui si manifestano crisi di rigetto in ogni campo, PERCHè NON METTERE IN MORA I DIRITTI DI LIBERTà per chi rifiuta di integrarsi o fomenta terrore? Eppure già lo si fa con i nostri delinquenti... Gli islamisti ci stanno giocando e non ce ne accorgiamo. E' vero che i primi nemici sono in casa nostra, usando come leva per il proprio tornaconto il popolo, ma questi sono ben individuabili... e in democrazia possono essere allontanati dal potere, quelli sono "zecche cavalline": una volta addentata la polpa non la mollano, ne succhiano la linfa vitale come la mafia.
Di seguito un’agghiacciante testimonianza documentale riportata su L’Occidentale.it di Andrea Nardi.
“C’è un pericolo ben maggiore dell’estremismo islamico a minacciare le democrazie occidentali, e quel pericolo siamo noi. Noi democratici, noi garantisti, noi rispettosi della libertà e dei diritti umani, civili, e politici. La forza della democrazia è infatti anche il suo punto debole, e si chiama tolleranza: paradossalmente è utilizzando proprio questo valore occidentale che nel terzo millennio i nemici della democrazia continuano a guadagnare posizioni in Europa, e adesso anche gli Stati Uniti. Vi sono al mondo una serie di organizzazioni islamiste impegnate nel jihad, intrecciate con i gruppi terroristici armati, e propugnatrici della sostituzione della legge coranica in luogo del diritto costituzionale. Ora tutto ciò sarebbe contrastabile, se solo l’Occidente fosse, da un canto, compatto nel difendere quei valori illuministici e di democraticità messi a rischio dal jihad, e, dall’altro, non facesse della tolleranza e della libertà di espressione un uso masochistico, evitando che la difesa dei suoi valori fondamentali conduca alla resa incondizionata di fronte al nemico e quindi all’autodistruzione. I jihadisti questo lo hanno ben compreso; sono gli Occidentali – almeno una parte di essi – a non volerlo capire.
Ecco il tipico modus operandi delle organizzazioni islamiste: esse lavorano palesando una maschera pubblica rispettabile, dedita alla salvaguardia di sedicenti principi religiosi, occupata a proteggere e confortare le proprie comunità musulmane. In realtà queste associazioni sono complesse strutture reticolari impegnate nel jihad e spesso colluse con i fronti internazionali del terrorismo. Il loro compito è raccogliere finanziamenti, mantenere contatti fra i gruppi transnazionali, diffondere controinformazione mediatica e propaganda, predicare una cultura antioccidentale, e soprattutto raccogliere adepti per questo neo-islamismo radicale sviluppatosi negli ultimi venti-trent’anni. Non appena un politico, un giornale, un movimento culturale o popolare attacca queste organizzazioni criminali dal perbenismo liberal è immediatamente accusato di razzismo contro tutti i musulmani, di caccia alle streghe, di intolleranza antidemocratica, di “fascismo”. Ed è molto triste ammetterlo, ma le Sinistre ci cascano sempre.
L’ultimo caso si sta verificando negli USA. È appena stato pubblicato un libro-dossier intitolato Muslim Mafia. Inside the Secret Underworld That’s Conspiring to Islamize America, di P. David Gaubatz e Paul Sperry. I due autori con l’aiuto del figlio di Gaubatz, Chris, hanno condotto un’inchiesta precisissima su una delle più note organizzazioni islamiste americane, il CAIR, Council on American-Islamic Relations, sorto nel 1994. Tale associazione è da anni nel mirino degli osservatori per le sue attività e ideologie fortemente antioccidentali, tanto da essere nata perfino una contro-organizzazione, l’Anti-CAIR, mirante a contestarla denunciandone l’attività illecita. Adesso però questo documento di Gaubatz e Sperry porta quelle che sarebbero le prove delle strategie cospirazioniste del CAIR.
Per scoprire quanto denunciato, Chris ha lavorato sotto copertura per sei mesi nella sede del CAIR a Washington, acquisendo 12.000 pagine di documentazione e 300 ore di video. Ne emerge un quadro grave. Innanzi tutto i finanziamenti non sarebbero per niente donazioni popolari di musulmani americani ma sovvenzioni estere provenienti principalmente da sceicchi e istituti di credito sauditi: poi, le attività del CAIR più che la difesa dei diritti umani riguarderebbero occupazioni politiche e commerciali in favore delle imprese saudite e degli Emirati Arabi per favorirne in tutti modi la penetrazione negli USA; non mancherebbero, infine, legami con gruppi terroristici e jihadisti.
Già da anni, figure del calibro di Daniel Pipes accusano il CAIR di fare apologia di al-Qaida, di adulare bin Laden, d’essere legato alla Fratellanza Musulmana, di giustificare il terrorismo, oltre a voler negare la Shoa, censurare la libertà d’espressione, e soprattutto di voler islamizzare gli Stati Uniti portandovi la sharia. Il CAIR, secondo gli autori del libro, è «un’organizzazione segreta che domina la maggior parte dei gruppi islamici e delle moschee in America, mentre sfrutta, manipola, e persino vittimizza gli americani islamici rispettosi della legge». Secondo Steven Emerson, Executive Director del The Investigative Project on Terrorism, «molto di ciò che era già conosciuto è stato confermato da questo documento “insider” di Gaubatz e Sperry. Nel 1993 all’hotel Marriott di Philadelfia ci fu una riunione segreta fra membri dei Fratelli Musulmani e di Hamas per sviluppare nuovi modi di finanziamento ai gruppi terroristici e creare appoggi negli Usa tramite una falsa propaganda islamica che nascondesse i suoi veri obiettivi.
Meno di un anno dopo nasceva il CAIR. Per quattordici anni esso ha subdolamente giustificato attentati e attacchi terroristici, diffuso campagne diffamatorie contro Israele e contro gli stessi Stati Uniti, predicato ai musulmani d’America di non avere rapporti con le autorità statunitensi e di mentire all’FBI, esortandoli a recepire la sharia e a combattere per il jihad».
Dopo aver tollerato a lungo le sue attività, oggi anche l’FBI, riferice Emerson, ha ufficialmente ammesso che «il CAIR è solo la facciata di Hamas e di vari gruppi terroristici, con precise finalità di cospirazione». Sempre secondo Emerson, poche settimane fa quattro parlamentari americani hanno allora per il tentativo del CAIR – definito «una copertura di Hamas» – d’inserire propri infiltrati nelle commissioni del Congresso, e indirizzandogli molte altre accuse di cui si parla anche nel libro di Gaubatz e Sperry. Tuttavia, il CAIR, con la sua veste pubblica moderata e rispettabile, avrebbe tratto molti in inganno: i suoi rappresentanti sono di continuo invitati in trasmissioni televisive e conferenze pubbliche dove esprimono le proprie posizioni mantenendo un profilo apparentemente onesto e ragionevole.
Purtroppo, però, anche la pubblicazione di questo libro non sembra essere in grado d’indurre i difensori del CAIR a rivedere le proprie posizioni, nonostante l’ampia documentazione proposta dai due autori. Così i media hanno subito accusato questi parlamentari di voler intraprendere una persecuzione contro tutti i musulmani, la CNN seguita a intervistare i rappresentanti del CAIR senza smentire le loro asserzioni, e vari politici difendono la linea del CAIR sostenendo che chi lo attacca è foriero di posizioni razziste e antimusulmane. Non c’è in effetti molto da stupirsi in un’America dove il presidente Obama ha nominato consulente alla Casa Bianca, per il Council on Faith-Based and Neighborhood Partnerships, Dalia Mogahed, una musulmana di origine egiziana che non lontana da posizioni fondamentaliste e antioccidentali. E, come denuncia Emerson, un anno fa Hillary Clinton ha addirittura ordinato che i vertici del CAIR fossero inclusi nelle commissioni di studio del Dipartimento di Stato sul Medio Oriente: alcuni rappresentanti del CAIR, in questo modo, sono stati inviati in missioni ufficiali sebbene avessero pubblicamente fatto vaneggianti dichiarazioni antisioniste in cui, per esempio, si attribuiva il genocidio del Darfur alle cospirazioni israeliane.
Sempre grazie a tale cecità, perfino il «Department of Homeland Security, benché informato dell’attività del CAIR di facciata a gruppi terroristici,» racconta Emerson «ha continuato a tenere rapporti professionali con loro, e recentemente ha designato come consulente al DHS uno dei suoi membri intenzionato a far declassificare Hezbollah dai gruppi terroristici». Secondo Emerson, un certo atteggiamento verso queste organizzazioni troppo tollerante, “democratico” e politicamente corretto, in cui nel dibattito pubblico si simpatizzi con chi accusi per esempio Israele dell’11/9 senza smentirlo, non fa che avvantaggiare le mire segrete di questa gente. Questo purtroppo succede anche in Italia, laddove si seguita a invitare nei media e dare risonanza ai rappresentanti di certe organizzazioni estremiste islamiste senza un sufficiente contraddittorio che ne possa smascherare le reali attività e ideologie. Daniel Pipes afferma che «la sharia si può vincere solo stando tutti uniti e senza compromessi: i distinguo sono pericolosi perché sdoganano proprio gli attentatori della democrazia, come se si dicesse che il Klu Klux Klan non è criminale perché non tutti i suoi membri hanno ucciso qualcuno. Stiamo assistendo al tragico errore mondiale di dare pass di rispettabilità alle organizzazioni estremiste islamiche: è in questo modo che si commettono crimini morali come il Rapporto Goldstone all’Onu»”.
Andrea B. Nardi
http://www.loccidentale.it/articolo/w.0081997
Di seguito un’agghiacciante testimonianza documentale riportata su L’Occidentale.it di Andrea Nardi.
“C’è un pericolo ben maggiore dell’estremismo islamico a minacciare le democrazie occidentali, e quel pericolo siamo noi. Noi democratici, noi garantisti, noi rispettosi della libertà e dei diritti umani, civili, e politici. La forza della democrazia è infatti anche il suo punto debole, e si chiama tolleranza: paradossalmente è utilizzando proprio questo valore occidentale che nel terzo millennio i nemici della democrazia continuano a guadagnare posizioni in Europa, e adesso anche gli Stati Uniti. Vi sono al mondo una serie di organizzazioni islamiste impegnate nel jihad, intrecciate con i gruppi terroristici armati, e propugnatrici della sostituzione della legge coranica in luogo del diritto costituzionale. Ora tutto ciò sarebbe contrastabile, se solo l’Occidente fosse, da un canto, compatto nel difendere quei valori illuministici e di democraticità messi a rischio dal jihad, e, dall’altro, non facesse della tolleranza e della libertà di espressione un uso masochistico, evitando che la difesa dei suoi valori fondamentali conduca alla resa incondizionata di fronte al nemico e quindi all’autodistruzione. I jihadisti questo lo hanno ben compreso; sono gli Occidentali – almeno una parte di essi – a non volerlo capire.
Ecco il tipico modus operandi delle organizzazioni islamiste: esse lavorano palesando una maschera pubblica rispettabile, dedita alla salvaguardia di sedicenti principi religiosi, occupata a proteggere e confortare le proprie comunità musulmane. In realtà queste associazioni sono complesse strutture reticolari impegnate nel jihad e spesso colluse con i fronti internazionali del terrorismo. Il loro compito è raccogliere finanziamenti, mantenere contatti fra i gruppi transnazionali, diffondere controinformazione mediatica e propaganda, predicare una cultura antioccidentale, e soprattutto raccogliere adepti per questo neo-islamismo radicale sviluppatosi negli ultimi venti-trent’anni. Non appena un politico, un giornale, un movimento culturale o popolare attacca queste organizzazioni criminali dal perbenismo liberal è immediatamente accusato di razzismo contro tutti i musulmani, di caccia alle streghe, di intolleranza antidemocratica, di “fascismo”. Ed è molto triste ammetterlo, ma le Sinistre ci cascano sempre.
L’ultimo caso si sta verificando negli USA. È appena stato pubblicato un libro-dossier intitolato Muslim Mafia. Inside the Secret Underworld That’s Conspiring to Islamize America, di P. David Gaubatz e Paul Sperry. I due autori con l’aiuto del figlio di Gaubatz, Chris, hanno condotto un’inchiesta precisissima su una delle più note organizzazioni islamiste americane, il CAIR, Council on American-Islamic Relations, sorto nel 1994. Tale associazione è da anni nel mirino degli osservatori per le sue attività e ideologie fortemente antioccidentali, tanto da essere nata perfino una contro-organizzazione, l’Anti-CAIR, mirante a contestarla denunciandone l’attività illecita. Adesso però questo documento di Gaubatz e Sperry porta quelle che sarebbero le prove delle strategie cospirazioniste del CAIR.
Per scoprire quanto denunciato, Chris ha lavorato sotto copertura per sei mesi nella sede del CAIR a Washington, acquisendo 12.000 pagine di documentazione e 300 ore di video. Ne emerge un quadro grave. Innanzi tutto i finanziamenti non sarebbero per niente donazioni popolari di musulmani americani ma sovvenzioni estere provenienti principalmente da sceicchi e istituti di credito sauditi: poi, le attività del CAIR più che la difesa dei diritti umani riguarderebbero occupazioni politiche e commerciali in favore delle imprese saudite e degli Emirati Arabi per favorirne in tutti modi la penetrazione negli USA; non mancherebbero, infine, legami con gruppi terroristici e jihadisti.
Già da anni, figure del calibro di Daniel Pipes accusano il CAIR di fare apologia di al-Qaida, di adulare bin Laden, d’essere legato alla Fratellanza Musulmana, di giustificare il terrorismo, oltre a voler negare la Shoa, censurare la libertà d’espressione, e soprattutto di voler islamizzare gli Stati Uniti portandovi la sharia. Il CAIR, secondo gli autori del libro, è «un’organizzazione segreta che domina la maggior parte dei gruppi islamici e delle moschee in America, mentre sfrutta, manipola, e persino vittimizza gli americani islamici rispettosi della legge». Secondo Steven Emerson, Executive Director del The Investigative Project on Terrorism, «molto di ciò che era già conosciuto è stato confermato da questo documento “insider” di Gaubatz e Sperry. Nel 1993 all’hotel Marriott di Philadelfia ci fu una riunione segreta fra membri dei Fratelli Musulmani e di Hamas per sviluppare nuovi modi di finanziamento ai gruppi terroristici e creare appoggi negli Usa tramite una falsa propaganda islamica che nascondesse i suoi veri obiettivi.
Meno di un anno dopo nasceva il CAIR. Per quattordici anni esso ha subdolamente giustificato attentati e attacchi terroristici, diffuso campagne diffamatorie contro Israele e contro gli stessi Stati Uniti, predicato ai musulmani d’America di non avere rapporti con le autorità statunitensi e di mentire all’FBI, esortandoli a recepire la sharia e a combattere per il jihad».
Dopo aver tollerato a lungo le sue attività, oggi anche l’FBI, riferice Emerson, ha ufficialmente ammesso che «il CAIR è solo la facciata di Hamas e di vari gruppi terroristici, con precise finalità di cospirazione». Sempre secondo Emerson, poche settimane fa quattro parlamentari americani hanno allora per il tentativo del CAIR – definito «una copertura di Hamas» – d’inserire propri infiltrati nelle commissioni del Congresso, e indirizzandogli molte altre accuse di cui si parla anche nel libro di Gaubatz e Sperry. Tuttavia, il CAIR, con la sua veste pubblica moderata e rispettabile, avrebbe tratto molti in inganno: i suoi rappresentanti sono di continuo invitati in trasmissioni televisive e conferenze pubbliche dove esprimono le proprie posizioni mantenendo un profilo apparentemente onesto e ragionevole.
Purtroppo, però, anche la pubblicazione di questo libro non sembra essere in grado d’indurre i difensori del CAIR a rivedere le proprie posizioni, nonostante l’ampia documentazione proposta dai due autori. Così i media hanno subito accusato questi parlamentari di voler intraprendere una persecuzione contro tutti i musulmani, la CNN seguita a intervistare i rappresentanti del CAIR senza smentire le loro asserzioni, e vari politici difendono la linea del CAIR sostenendo che chi lo attacca è foriero di posizioni razziste e antimusulmane. Non c’è in effetti molto da stupirsi in un’America dove il presidente Obama ha nominato consulente alla Casa Bianca, per il Council on Faith-Based and Neighborhood Partnerships, Dalia Mogahed, una musulmana di origine egiziana che non lontana da posizioni fondamentaliste e antioccidentali. E, come denuncia Emerson, un anno fa Hillary Clinton ha addirittura ordinato che i vertici del CAIR fossero inclusi nelle commissioni di studio del Dipartimento di Stato sul Medio Oriente: alcuni rappresentanti del CAIR, in questo modo, sono stati inviati in missioni ufficiali sebbene avessero pubblicamente fatto vaneggianti dichiarazioni antisioniste in cui, per esempio, si attribuiva il genocidio del Darfur alle cospirazioni israeliane.
Sempre grazie a tale cecità, perfino il «Department of Homeland Security, benché informato dell’attività del CAIR di facciata a gruppi terroristici,» racconta Emerson «ha continuato a tenere rapporti professionali con loro, e recentemente ha designato come consulente al DHS uno dei suoi membri intenzionato a far declassificare Hezbollah dai gruppi terroristici». Secondo Emerson, un certo atteggiamento verso queste organizzazioni troppo tollerante, “democratico” e politicamente corretto, in cui nel dibattito pubblico si simpatizzi con chi accusi per esempio Israele dell’11/9 senza smentirlo, non fa che avvantaggiare le mire segrete di questa gente. Questo purtroppo succede anche in Italia, laddove si seguita a invitare nei media e dare risonanza ai rappresentanti di certe organizzazioni estremiste islamiste senza un sufficiente contraddittorio che ne possa smascherare le reali attività e ideologie. Daniel Pipes afferma che «la sharia si può vincere solo stando tutti uniti e senza compromessi: i distinguo sono pericolosi perché sdoganano proprio gli attentatori della democrazia, come se si dicesse che il Klu Klux Klan non è criminale perché non tutti i suoi membri hanno ucciso qualcuno. Stiamo assistendo al tragico errore mondiale di dare pass di rispettabilità alle organizzazioni estremiste islamiche: è in questo modo che si commettono crimini morali come il Rapporto Goldstone all’Onu»”.
Andrea B. Nardi
http://www.loccidentale.it/articolo/w.0081997
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martedì 10 novembre 2009
IL “BASSO”: DOVE NAPOLI MUORE
Se in Italia ci sarà pandemia, il focolare sarà a Napoli
di Francesco Pugliarello
pubblicato su: www.ragionpolitica.it
il 12.11.2009)
Lo stillicidio dei decessi per influenza da virus A/H1N1 (febbre suina) che si registra in Campania, precisamente a Napoli, non è più tollerabile. L'essere un porto di mare sicuramente non assolve la città, dal momento che i dati epidemiologici rilevati negli ultimi due secoli ci confermano che la prima ad essere colpita col più alto tasso di infezioni è stata proprio quest'antica capitale del nostro Mezzogiorno. Non sempre ci si è soffermati sulle cause che condannano questa magnifica città e il suo hinterland a soccombere per l'altissima densità di abitanti dei bassi, assiepati nei vicoli malfamati.
Sui bassi di Napoli si è molto scritto, spesso facendo la fortuna di tanti personaggi. I vicoli, gli angiporti, i fondachi sono stati visti come simboli di un mondo fantastico e pittoresco, che ci è stato presentato poco nella sua realtà storica e socio-economia, tanto che la sua vera fisionomia resta sconosciuta ai più. A questa retorica non si è sottratto neppure il teatro di Eduardo quando, in «Napoli milionaria», ci presentava - a mo' di documentario - gli abitanti dei bassi come i classici di una cultura tutta partenopea che, nonostante «l'abbandono di Dio e degli uomini», riuscivano a sopravvivere sorretti da una filosofia del tutto originale. Dei bassi cominciò a parlare Boccaccio, quando nel 1325 fu condotto dal padre in questi luoghi, all'età di dodici anni, restandone favorevolmente colpito, per poi descriverli nel suo Decamerone: «Guardo quelle che siedono presso la porta delle loro case in via Capuana; di ciò gli occhi porgendo grazioso diletto». Più di recente E.A. Mario, nella canzonetta «O vascio», tessendo l'elogio di quel tipo di abitazione, declamava: «Se ospita una bella ragazza, esso è migliore di una reggia».
E' noto che «'o vascio» è un'abitazione composta da una o due stanzette a pian terreno, ricavata da antichissimi locali destinati a depositi, che in successione si aprono nei numerosi vicoli della Napoli del centro storico e in alcuni paesini della periferia. In poco più di una dozzina di metri quadri ci vive una famiglia di almeno 8 persone. La funzione di questo locale è praticamente quella di mero dormitorio, dato che la maggiore attività, fatta di piccoli espedienti, è vissuta lungo i vicoli. Tutto ciò conferisce ai bassi un carattere di intimità, tale da suscitare nel visitatore la sensazione di trovarsi non in una strada, ma in una calda, accogliente grossa abitazione. In senso lato, il nome di «basso» può essere attribuito sia a quei gruppi di edifici a piano matto che si costruivano nel medioevo come magazzini per il commercio delle merci provenienti dal mare, sia riferito a un processo di differenziazione sociale e ambientale delle zone destinate al basso ceto. Vale a dire un fondaco che, a spregio della modernità, ancora sopravvive in città di mare come Dublino e Anversa. Ma a differenza di questi ultimi, nei bassi di Napoli vi è racchiusa una parte della storia di una Capitale. Terra ambita da poeti, scrittori e curiosi d'ogni sorta per la dolcezza del suo clima, la natura voluttuosa, il folclore multiforme dato dalle diversissime e antichissime origini antropologiche del suo entroterra che poco hanno a che vedere con la «grande» storia, Napoli, da città impegnata quale era destinata ad essere, negli ultimi decenni è divenuta un luogo irreale. In verità, questa Napoli leggendaria non è mai esistita se non nella fantasia dei suoi «ignari» detrattori. Oggi questa facciata sta sgretolandosi sotto il peso di enormi contraddizioni e, come tutte le megalopoli, Napoli mostra le sue disfunzioni più visibili, dovute ad un'inammissibile incuria amministrativa, al sottosviluppo, alla malavita e alla diffusa sottocultura, da cui una insanabile frattura sociale tra il popolino e una élite di grande spessore culturale ma eccessivamente dottrinale, che stoicamente, e diciamo pure, eroicamente, ancora vi risiede: fattori che hanno impedito il consolidarsi di una vera democrazia, come in tutto il nostro Mezzogiorno.
Tornando ai «ricoveri», parte di essi sopravvivono fin dal secolo XV, legati al fenomeno del primo grosso inurbamento europeo. Mentre i governi di molte città dell'epoca procedevano alla trasformazione edilizia adattandola ai mutati tempi, gli Aragonesi, per evitare lo spopolamento della campagne circostanti, si limitavano a emettere una serie di «prammatiche» (ordinanze) contro lo sviluppo edilizio. Gli immigrati, composti per lo più da contadini, piccoli artigiani e trafficanti di diversa natura, non trovando alloggi, perché quelli restanti venivano occupati dalle famiglie nobili del Regno e dai funzionari e militari spagnoli, finirono per adattarsi in vani unicellulari destinati inizialmente a depositi. Da allora, i cosiddetti «bassi» si moltiplicarono a vista d'occhio, senza che nessun governo successivo se ne curasse, tanto che verso la metà del XVIII secolo, invece di diminuire a causa del perdurante divieto urbanistico, la popolazione superò il mezzo milione, portando Napoli al primo posto tra le città d'Europa per densità demografica. Nonostante i Borboni procedessero ad ampliare le mura cittadine, si dovette attendere il colera del 1884 per riconoscere che questi agglomerati prossimi al porto costituivano un terreno fertile per malattie a carattere epidemico.
In tale occasione il censimento denunciò 22.785 locali di quel tipo, occupati da 105.257 abitanti. L'intera Italia trasalì, richiamando l'attenzione dell'Europa. «Bisogna sventrare Napoli», fu allora la frase alla moda. Sembrava che il governo centrale non desiderasse altro che far sparire da Napoli le abitazioni malsane. Difatti qualche anno dopo si diede inizio ai lavori di «risanamento» limitandosi ad elevare una specie di paravento dinanzi alla Napoli dei vicoli. Furono abbattute anche vecchie case patrizie, ma il sudiciume dei bassi rimase. Ne Il ventre di Napoli la lungimirante Matilde Serao, su Il Mattino, lanciò una furibonda invettiva al primo ministro di allora, Agostino De Pretis: «Sventrare Napoli? Credete che basterà? Voi vi lusingate che basteranno tre, quattro strade, attraverso i quartieri popolari, per salvarli. Voi non potrete lasciare in piedi le case lesionate dall'umidità, dove al pianterreno vi è il fango e all'ultimo piano si brucia nell'estate e si gela nell'inverno; dove le strade sono ricettacoli d'immondizie, nei cui pozzi, da cui si attinge acqua così penosamente, vanno a cadere tutti i rifiuti umani e tutti gli animali morti... il cui sistema di latrine, quando ci sono, resiste a qualunque disinfezione. Bisogna ricostruire Napoli quasi daccapo».
Il recente crollo del palazzo in un vicolo dei quartieri spagnoli e una chiesa di Forcella che cade a pezzi sono l'emblema di questo degrado. C´è un vecchietto, in questo quartiere che ha dato i natali a Nino Taranto e a Bud Spencer, che raccoglie e conserva i bulloni che cadono dalle impalcature di un'antica Chiesa: «Faccio la collezione, così quando moriremo tutti troveranno il mio tesoro e sapranno che è stata colpa dell'indifferenza». I bombardamenti dell'ultima guerra, che distrussero oltre centomila appartamenti in tutta Napoli, non evitarono che si ricostruissero nuovi bassi. Oggi questi terranei fatiscenti sono molto più puliti e meno squallidi di come apparvero a Renato Fucini nel 1877, descritti in "Napoli a occhio nudo". Anzi, appaiono illeggiadriti da tendaggi e vivacizzati da televisori, poster ed elettrodomestici, magari raccattati a quattro soldi alla Duchesca. Nati come ricoveri temporanei, questi locali sono divenuti dimore stabili per delinquenti ed emarginati.
Vero è che negli anni Sessanta sono stati creati altri rioni popolari in alcune zone periferiche, ma è anche vero che gli appartamenti finiscono per essere assegnati a famiglie di nuova formazione che, abbandonando ancora le campagne, si trasferiscono in città. Ma l'appartamento per tutte non c'è, ed alcune vanno ad occupare i nuovi depositi e li trasformano in nuovi bassi. Talvolta alcuni inquilini di questi tuguri riescono a farsi assegnare un alloggio popolare, come è avvenuto con la legge 167 a Scampia, a Pianura, a Ponticelli o a Caivano. Essendo però questi alquanto distanti dal centro, adattando a sé le leggi vigenti, danno in affitto l'alloggio buono e rimangono compiaciuti nelle loro «tane»: lì, se non altro, possono continuare i loro commerci abusivi provenienti dal porto, al riparo da occhi «indiscreti», ...quando non vengono affittati ad alto prezzo a extracomunitari, magari irregolari.
6i è pertanto ricreato l'antico circolo vizioso difficilissimo da stroncare.
Dal momento che investe una cultura secolare, la tragica realtà dei bassi esula da un semplice problema esistenziale locale, per divenire un fatto di politica nazionale connesso ai fenomeni della malavita, dell'emarginazione e della endemica disoccupazione. Purtroppo il censimento più recente risale ad un'indagine della Doxa di mezzo secolo addietro (1965). Si contavano 45.000 bassi, con un numero di abitanti che superava le 300.000 anime (come dire: uno ogni otto napoletani). All'esterno di ciascuna di queste case, censite nel lontano 1931 con intenzioni «risanatorie» che la guerra vanificò, c'è una targa di marmo con una scritta significativa: «Terraneo non destinabile ad abitazione». E' una frase beffarda e provocatoria che sta a testimoniare una volontà fatta solo di belle intenzioni.
Tra le tante conclusioni che si possono trarre, la prima che viene in mente è che malgrado l'impegno civile di sempre più numerosi cittadini, il «basso» resta comunque il vergognoso emblema di un secolare disinteresse politico-amministrativo verso una città che, ciononostante, assieme ad altre, fu e per alcuni versi è ancora considerata la culla di una cultura umanistica di prim'ordine.
di Francesco Pugliarello
pubblicato su: www.ragionpolitica.it
il 12.11.2009)
Lo stillicidio dei decessi per influenza da virus A/H1N1 (febbre suina) che si registra in Campania, precisamente a Napoli, non è più tollerabile. L'essere un porto di mare sicuramente non assolve la città, dal momento che i dati epidemiologici rilevati negli ultimi due secoli ci confermano che la prima ad essere colpita col più alto tasso di infezioni è stata proprio quest'antica capitale del nostro Mezzogiorno. Non sempre ci si è soffermati sulle cause che condannano questa magnifica città e il suo hinterland a soccombere per l'altissima densità di abitanti dei bassi, assiepati nei vicoli malfamati.
Sui bassi di Napoli si è molto scritto, spesso facendo la fortuna di tanti personaggi. I vicoli, gli angiporti, i fondachi sono stati visti come simboli di un mondo fantastico e pittoresco, che ci è stato presentato poco nella sua realtà storica e socio-economia, tanto che la sua vera fisionomia resta sconosciuta ai più. A questa retorica non si è sottratto neppure il teatro di Eduardo quando, in «Napoli milionaria», ci presentava - a mo' di documentario - gli abitanti dei bassi come i classici di una cultura tutta partenopea che, nonostante «l'abbandono di Dio e degli uomini», riuscivano a sopravvivere sorretti da una filosofia del tutto originale. Dei bassi cominciò a parlare Boccaccio, quando nel 1325 fu condotto dal padre in questi luoghi, all'età di dodici anni, restandone favorevolmente colpito, per poi descriverli nel suo Decamerone: «Guardo quelle che siedono presso la porta delle loro case in via Capuana; di ciò gli occhi porgendo grazioso diletto». Più di recente E.A. Mario, nella canzonetta «O vascio», tessendo l'elogio di quel tipo di abitazione, declamava: «Se ospita una bella ragazza, esso è migliore di una reggia».
E' noto che «'o vascio» è un'abitazione composta da una o due stanzette a pian terreno, ricavata da antichissimi locali destinati a depositi, che in successione si aprono nei numerosi vicoli della Napoli del centro storico e in alcuni paesini della periferia. In poco più di una dozzina di metri quadri ci vive una famiglia di almeno 8 persone. La funzione di questo locale è praticamente quella di mero dormitorio, dato che la maggiore attività, fatta di piccoli espedienti, è vissuta lungo i vicoli. Tutto ciò conferisce ai bassi un carattere di intimità, tale da suscitare nel visitatore la sensazione di trovarsi non in una strada, ma in una calda, accogliente grossa abitazione. In senso lato, il nome di «basso» può essere attribuito sia a quei gruppi di edifici a piano matto che si costruivano nel medioevo come magazzini per il commercio delle merci provenienti dal mare, sia riferito a un processo di differenziazione sociale e ambientale delle zone destinate al basso ceto. Vale a dire un fondaco che, a spregio della modernità, ancora sopravvive in città di mare come Dublino e Anversa. Ma a differenza di questi ultimi, nei bassi di Napoli vi è racchiusa una parte della storia di una Capitale. Terra ambita da poeti, scrittori e curiosi d'ogni sorta per la dolcezza del suo clima, la natura voluttuosa, il folclore multiforme dato dalle diversissime e antichissime origini antropologiche del suo entroterra che poco hanno a che vedere con la «grande» storia, Napoli, da città impegnata quale era destinata ad essere, negli ultimi decenni è divenuta un luogo irreale. In verità, questa Napoli leggendaria non è mai esistita se non nella fantasia dei suoi «ignari» detrattori. Oggi questa facciata sta sgretolandosi sotto il peso di enormi contraddizioni e, come tutte le megalopoli, Napoli mostra le sue disfunzioni più visibili, dovute ad un'inammissibile incuria amministrativa, al sottosviluppo, alla malavita e alla diffusa sottocultura, da cui una insanabile frattura sociale tra il popolino e una élite di grande spessore culturale ma eccessivamente dottrinale, che stoicamente, e diciamo pure, eroicamente, ancora vi risiede: fattori che hanno impedito il consolidarsi di una vera democrazia, come in tutto il nostro Mezzogiorno.
Tornando ai «ricoveri», parte di essi sopravvivono fin dal secolo XV, legati al fenomeno del primo grosso inurbamento europeo. Mentre i governi di molte città dell'epoca procedevano alla trasformazione edilizia adattandola ai mutati tempi, gli Aragonesi, per evitare lo spopolamento della campagne circostanti, si limitavano a emettere una serie di «prammatiche» (ordinanze) contro lo sviluppo edilizio. Gli immigrati, composti per lo più da contadini, piccoli artigiani e trafficanti di diversa natura, non trovando alloggi, perché quelli restanti venivano occupati dalle famiglie nobili del Regno e dai funzionari e militari spagnoli, finirono per adattarsi in vani unicellulari destinati inizialmente a depositi. Da allora, i cosiddetti «bassi» si moltiplicarono a vista d'occhio, senza che nessun governo successivo se ne curasse, tanto che verso la metà del XVIII secolo, invece di diminuire a causa del perdurante divieto urbanistico, la popolazione superò il mezzo milione, portando Napoli al primo posto tra le città d'Europa per densità demografica. Nonostante i Borboni procedessero ad ampliare le mura cittadine, si dovette attendere il colera del 1884 per riconoscere che questi agglomerati prossimi al porto costituivano un terreno fertile per malattie a carattere epidemico.
In tale occasione il censimento denunciò 22.785 locali di quel tipo, occupati da 105.257 abitanti. L'intera Italia trasalì, richiamando l'attenzione dell'Europa. «Bisogna sventrare Napoli», fu allora la frase alla moda. Sembrava che il governo centrale non desiderasse altro che far sparire da Napoli le abitazioni malsane. Difatti qualche anno dopo si diede inizio ai lavori di «risanamento» limitandosi ad elevare una specie di paravento dinanzi alla Napoli dei vicoli. Furono abbattute anche vecchie case patrizie, ma il sudiciume dei bassi rimase. Ne Il ventre di Napoli la lungimirante Matilde Serao, su Il Mattino, lanciò una furibonda invettiva al primo ministro di allora, Agostino De Pretis: «Sventrare Napoli? Credete che basterà? Voi vi lusingate che basteranno tre, quattro strade, attraverso i quartieri popolari, per salvarli. Voi non potrete lasciare in piedi le case lesionate dall'umidità, dove al pianterreno vi è il fango e all'ultimo piano si brucia nell'estate e si gela nell'inverno; dove le strade sono ricettacoli d'immondizie, nei cui pozzi, da cui si attinge acqua così penosamente, vanno a cadere tutti i rifiuti umani e tutti gli animali morti... il cui sistema di latrine, quando ci sono, resiste a qualunque disinfezione. Bisogna ricostruire Napoli quasi daccapo».
Il recente crollo del palazzo in un vicolo dei quartieri spagnoli e una chiesa di Forcella che cade a pezzi sono l'emblema di questo degrado. C´è un vecchietto, in questo quartiere che ha dato i natali a Nino Taranto e a Bud Spencer, che raccoglie e conserva i bulloni che cadono dalle impalcature di un'antica Chiesa: «Faccio la collezione, così quando moriremo tutti troveranno il mio tesoro e sapranno che è stata colpa dell'indifferenza». I bombardamenti dell'ultima guerra, che distrussero oltre centomila appartamenti in tutta Napoli, non evitarono che si ricostruissero nuovi bassi. Oggi questi terranei fatiscenti sono molto più puliti e meno squallidi di come apparvero a Renato Fucini nel 1877, descritti in "Napoli a occhio nudo". Anzi, appaiono illeggiadriti da tendaggi e vivacizzati da televisori, poster ed elettrodomestici, magari raccattati a quattro soldi alla Duchesca. Nati come ricoveri temporanei, questi locali sono divenuti dimore stabili per delinquenti ed emarginati.
Vero è che negli anni Sessanta sono stati creati altri rioni popolari in alcune zone periferiche, ma è anche vero che gli appartamenti finiscono per essere assegnati a famiglie di nuova formazione che, abbandonando ancora le campagne, si trasferiscono in città. Ma l'appartamento per tutte non c'è, ed alcune vanno ad occupare i nuovi depositi e li trasformano in nuovi bassi. Talvolta alcuni inquilini di questi tuguri riescono a farsi assegnare un alloggio popolare, come è avvenuto con la legge 167 a Scampia, a Pianura, a Ponticelli o a Caivano. Essendo però questi alquanto distanti dal centro, adattando a sé le leggi vigenti, danno in affitto l'alloggio buono e rimangono compiaciuti nelle loro «tane»: lì, se non altro, possono continuare i loro commerci abusivi provenienti dal porto, al riparo da occhi «indiscreti», ...quando non vengono affittati ad alto prezzo a extracomunitari, magari irregolari.
6i è pertanto ricreato l'antico circolo vizioso difficilissimo da stroncare.
Dal momento che investe una cultura secolare, la tragica realtà dei bassi esula da un semplice problema esistenziale locale, per divenire un fatto di politica nazionale connesso ai fenomeni della malavita, dell'emarginazione e della endemica disoccupazione. Purtroppo il censimento più recente risale ad un'indagine della Doxa di mezzo secolo addietro (1965). Si contavano 45.000 bassi, con un numero di abitanti che superava le 300.000 anime (come dire: uno ogni otto napoletani). All'esterno di ciascuna di queste case, censite nel lontano 1931 con intenzioni «risanatorie» che la guerra vanificò, c'è una targa di marmo con una scritta significativa: «Terraneo non destinabile ad abitazione». E' una frase beffarda e provocatoria che sta a testimoniare una volontà fatta solo di belle intenzioni.
Tra le tante conclusioni che si possono trarre, la prima che viene in mente è che malgrado l'impegno civile di sempre più numerosi cittadini, il «basso» resta comunque il vergognoso emblema di un secolare disinteresse politico-amministrativo verso una città che, ciononostante, assieme ad altre, fu e per alcuni versi è ancora considerata la culla di una cultura umanistica di prim'ordine.
martedì 6 ottobre 2009
C'è una donna tra i ministri dell'Iran ma vuole separare uomini e donne
La squadra di Ahmadinejad
di Francesco Pugliarello
da Marzieh Vahid Dastjerdi
A distanza di due mesi da quel fatidico 12 giugno, giorno della sua contestatissima elezione, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha presentato al Parlamento i ministri del suo nuovo governo. I deputati della Majlis hanno completato l’esame della lista: hanno avuto a disposizione tre giorni, per discutere e decidere. E alla fine hanno negato la nomina solo a tre dei ventuno ministri proposti: il candidato al ministero dell’Energia e due delle tre donne proposte dal Ahmadinejad, che ha ora tre mesi di tempo per proporre i nuovi candidati ai dicasteri rimasti vacanti.
Nel frattempo il nuovo esecutivo potrà comunque insediarsi e cominciare il suo lavoro. È un governo di “fedelissimi”, quello messo a punto dal presidente iraniano, anche se non pochi candidati hanno rischiato di vedersi rifiutare il gradimento. Ahmadinejad, che ha ripetutamente difeso le scelte fatte, ha infatti dovuto affrontare le critiche sia dei conservatori che dell’ala riformista del paese. Nel mirino la candidatura di sedici dei ventuno ministri, accusati di “mancanza di esperienza” e “scarsa competenza” per i dicasteri assegnati. Tra i ventuno nomi avanzati da Ahmadinejad, quattordici non hanno precedenti esperienze di governo. Il presidente ha difeso le scelte fatte, definendole “le più pulite”, e ha respinto le accuse, secondo cui avrebbe optato per ministri “obbedienti” e fedeli alla sua linea. «Siamo impegnati a promuovere la giustizia – ha sottolineato – preservare la dignità nazionale, raggiungere il progresso e fronteggiare i prepotenti». Alcuni candidati costituiscono una vera e propria sfida al campo più conservatore dello schieramento politico, che ha immediatamente reagito con ostilità mobilitando la stampa e definendo “più debole” il nuovo esecutivo.
Tra i confermati del vecchio governo - oltre a Manucher Mottaki agli Esteri - vi sono i titolari di Industria ed Economia, Ali Akbar Mehrabian e Shamseddin Hosseini, entrambi molto criticati in occasione della loro nomina iniziale e per i quali la fiducia venne ottenuta solo di misura. Ai Servizi segreti è andato un fedele collaboratore del presidente, Heydar Moslehi, che tuttavia non è un mujtahed - ovvero un religioso in grado di interpretare la sharia, requisito che i titolari del dicastero devono rispettare per legge. Inoltre, all’importante dicastero del Petrolio – che ha un ruolo chiave in un Iran in cui il petrolio è la principale entrata economica – è andato, nonostante le durissime critiche, Massud Mir Kazemi, ministro del Commercio uscente che non ha alcuna esperienza nel settore dell’energia ma ha in compenso stretti legami con i Guardiani della Rivoluzione.
Ha avuto buon esito per il presidente anche la scelta del titolare degli Interni, Mostafa Mohammad Nadjar, addirittura pasdaran: un passo in avanti, temono i conservatori, sulla strada di una progressiva militarizzazione delle alte sfere del potere. «È un governo debole. Alcuni dei ministri proposti non hanno nessuna esperienza per quel ministero», ha accusato il parlamentare Ali Motahari. Un altro conservatore ha criticato la nomina dell'ex ministro della Difesa Najjar agli Interni. «È nell'interesse del paese nominare un militare al ministero più politico? Contribuirebbe a sanare le divisioni presenti nella società?», ha chiesto il parlamentare Ahmad Tavakoli. Unanime è stato, invece, l’accordo sulla nomina di Ahmad Vahidi, ricercato per strage dall'Interpol e designato dal presidente Ahmadinejad al ministero della Difesa.
Il parlamento ha espresso "pieno sostegno". Sono queste le parole con le quali la Majlis ha voluto sottolineare la fiducia che ripone in Vahidi, ex capo del reparto d'élite dei Guardiani della Rivoluzione "Al Quds", sul quale pende un mandato di cattura internazionale della magistratura argentina per l'attentato terroristico contro un centro di assistenza ebraico (Amia). Era il 18 luglio 1994, quando una Renault Trafic imbottita d'esplosivo saltò in aria davanti all'Associazione di mutua assistenza israelo-argentina di Buenos Aires, provocando 85 morti e 300 feriti. Per anni le indagini sono andate avanti a rilento, portando in Iran e Libano, finché nel 2006 il giudice federale Juan José Galeano venne rimosso dall'incarico. Riaperto lo scorso 28 maggio, il caso è stato affidato al procuratore Alberto Nisman, che ha immediatamente richiamato l'attenzione internazionale sulla nomina di Vahidi, definendolo «un personaggio chiave nell'organizzazione» della strage» e ricordando come sia stato «dimostrato che Vahidi approvò la decisione di attaccare l'Amia durante un incontro svoltosi in Iran il 14 agosto 1993».
Secondo i giudici argentini fu l'Iran a pianificare l'attacco, realizzato dall'Hezbollah libanese. Il mandato d'arresto è stato deciso dall'assemblea generale dell'Interpol nel novembre 2007 a Marrakesh. «La conferma della nomina - aveva detto Nisman - sarebbe molto grave poiché Vahidi è pesantemente coinvolto nell'attacco e l'Interpol ha dato la massima priorità alla sua ricerca. Quello di Teheran è un regime che non solo evita di consegnare i sospetti alla giustizia, ma li protegge e li designa ad incarichi pubblici, anche se finora mai in una funzione così rilevante». Teheran ha subito negato l'esistenza del mandato di cattura. «La nostra polizia ne sarebbe stata al corrente - ha dichiarato un portavoce di Ahmadinejad -. È l'ennesima menzogna, una cospirazione sionista».
In Vahidi, quindi, è riposta piena fiducia. L'agenzia Dpa riferisce che durante il discorso che il neo-ministro della Difesa ha pronunciato di fronte alla Maijlis per ottenere la fiducia, si è levato tra i banchi dei deputati lo slogan "Morte a Israele". Vahidi ha sottolineato che in qualità di ministro della Difesa dovrà affrontare numerose sfide, prima fra tutte quella contro Israele, e che a questo proposito l'Iran incrementerà il suo arsenale militare.
Ahmadinejad aveva presentato al Parlamento anche la candidatura di tre ministri donne: Fatemeh Ajorlou, alla quale sarebbe andato il portafoglio degli Affari Sociali, Marzieh Vahid Dastjerdi, alla Sanità e Sussan Keshavarz, candidata al ministero dell’Istruzione. Delle tre, solo la Dastjerdi ha ottenuto la sua nomina a ministro della Salute. È la prima volta nella Repubblica Islamica. La pioniera - prima e ultima donna ministro iraniana - Farrokhroo Parsa, nominata sotto lo Scià, fu fucilata dopo la rivoluzione del 1979 per aver «diffuso il vizio sulla terra e combattuto contro Dio». Le neo-ministra, neanche a dirlo, è ultraconservatrice: laureata in medicina con specializzazione in Oncologia e Ginecologia, non ha mai fatto mistero della sua preferenza nei confronti di un sistema sanitario separato, medici donne per pazienti donne, uomini per gli uomini. Alla tv, Ahmadinejad ha sottolineato la novità della presenza femminile nel governo affermando che «con le decime elezioni presidenziali siamo entrati in una nuova era, le condizioni sono completamente cambiate».
Un modo per dire: mi accusate di essere ultraconservatore e io vi sorprendo proponendo tre donne ministro. Ma ciò non basterà. Non saranno certamente queste candidature, né la nomina di una donna al governo a garantire i diritti umani e la condizione femminile in Iran. Il fumo negli occhi non può accecare la comunità internazionale. Sono troppo numerose e toppo crude le immagini che negli ultimi mesi il Paese iraniano ci ha consegnato. Basti pensare al recente e insanguinato dopo elezioni. Ai ridicoli processi-farsa. Al volto pulito della francese Clotilde Reiss, condannata per spionaggio solo per aver partecipato alle proteste post-elettorali, costretta a “confessare” per evitare il peggio. Al corpo trucidato della giovanissima Neda Soltani, uccisa nelle via di Teheran e diventata simbolo e volto delle proteste anti-regime. Ai tanti morti in carcere a causa di torture e stupri. Non sarà certamente una donna al governo a far dimenticare tutto questo.
From: LOccidentale.it
giovedì 1 ottobre 2009
di Francesco Pugliarello
da Marzieh Vahid Dastjerdi
A distanza di due mesi da quel fatidico 12 giugno, giorno della sua contestatissima elezione, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha presentato al Parlamento i ministri del suo nuovo governo. I deputati della Majlis hanno completato l’esame della lista: hanno avuto a disposizione tre giorni, per discutere e decidere. E alla fine hanno negato la nomina solo a tre dei ventuno ministri proposti: il candidato al ministero dell’Energia e due delle tre donne proposte dal Ahmadinejad, che ha ora tre mesi di tempo per proporre i nuovi candidati ai dicasteri rimasti vacanti.
Nel frattempo il nuovo esecutivo potrà comunque insediarsi e cominciare il suo lavoro. È un governo di “fedelissimi”, quello messo a punto dal presidente iraniano, anche se non pochi candidati hanno rischiato di vedersi rifiutare il gradimento. Ahmadinejad, che ha ripetutamente difeso le scelte fatte, ha infatti dovuto affrontare le critiche sia dei conservatori che dell’ala riformista del paese. Nel mirino la candidatura di sedici dei ventuno ministri, accusati di “mancanza di esperienza” e “scarsa competenza” per i dicasteri assegnati. Tra i ventuno nomi avanzati da Ahmadinejad, quattordici non hanno precedenti esperienze di governo. Il presidente ha difeso le scelte fatte, definendole “le più pulite”, e ha respinto le accuse, secondo cui avrebbe optato per ministri “obbedienti” e fedeli alla sua linea. «Siamo impegnati a promuovere la giustizia – ha sottolineato – preservare la dignità nazionale, raggiungere il progresso e fronteggiare i prepotenti». Alcuni candidati costituiscono una vera e propria sfida al campo più conservatore dello schieramento politico, che ha immediatamente reagito con ostilità mobilitando la stampa e definendo “più debole” il nuovo esecutivo.
Tra i confermati del vecchio governo - oltre a Manucher Mottaki agli Esteri - vi sono i titolari di Industria ed Economia, Ali Akbar Mehrabian e Shamseddin Hosseini, entrambi molto criticati in occasione della loro nomina iniziale e per i quali la fiducia venne ottenuta solo di misura. Ai Servizi segreti è andato un fedele collaboratore del presidente, Heydar Moslehi, che tuttavia non è un mujtahed - ovvero un religioso in grado di interpretare la sharia, requisito che i titolari del dicastero devono rispettare per legge. Inoltre, all’importante dicastero del Petrolio – che ha un ruolo chiave in un Iran in cui il petrolio è la principale entrata economica – è andato, nonostante le durissime critiche, Massud Mir Kazemi, ministro del Commercio uscente che non ha alcuna esperienza nel settore dell’energia ma ha in compenso stretti legami con i Guardiani della Rivoluzione.
Ha avuto buon esito per il presidente anche la scelta del titolare degli Interni, Mostafa Mohammad Nadjar, addirittura pasdaran: un passo in avanti, temono i conservatori, sulla strada di una progressiva militarizzazione delle alte sfere del potere. «È un governo debole. Alcuni dei ministri proposti non hanno nessuna esperienza per quel ministero», ha accusato il parlamentare Ali Motahari. Un altro conservatore ha criticato la nomina dell'ex ministro della Difesa Najjar agli Interni. «È nell'interesse del paese nominare un militare al ministero più politico? Contribuirebbe a sanare le divisioni presenti nella società?», ha chiesto il parlamentare Ahmad Tavakoli. Unanime è stato, invece, l’accordo sulla nomina di Ahmad Vahidi, ricercato per strage dall'Interpol e designato dal presidente Ahmadinejad al ministero della Difesa.
Il parlamento ha espresso "pieno sostegno". Sono queste le parole con le quali la Majlis ha voluto sottolineare la fiducia che ripone in Vahidi, ex capo del reparto d'élite dei Guardiani della Rivoluzione "Al Quds", sul quale pende un mandato di cattura internazionale della magistratura argentina per l'attentato terroristico contro un centro di assistenza ebraico (Amia). Era il 18 luglio 1994, quando una Renault Trafic imbottita d'esplosivo saltò in aria davanti all'Associazione di mutua assistenza israelo-argentina di Buenos Aires, provocando 85 morti e 300 feriti. Per anni le indagini sono andate avanti a rilento, portando in Iran e Libano, finché nel 2006 il giudice federale Juan José Galeano venne rimosso dall'incarico. Riaperto lo scorso 28 maggio, il caso è stato affidato al procuratore Alberto Nisman, che ha immediatamente richiamato l'attenzione internazionale sulla nomina di Vahidi, definendolo «un personaggio chiave nell'organizzazione» della strage» e ricordando come sia stato «dimostrato che Vahidi approvò la decisione di attaccare l'Amia durante un incontro svoltosi in Iran il 14 agosto 1993».
Secondo i giudici argentini fu l'Iran a pianificare l'attacco, realizzato dall'Hezbollah libanese. Il mandato d'arresto è stato deciso dall'assemblea generale dell'Interpol nel novembre 2007 a Marrakesh. «La conferma della nomina - aveva detto Nisman - sarebbe molto grave poiché Vahidi è pesantemente coinvolto nell'attacco e l'Interpol ha dato la massima priorità alla sua ricerca. Quello di Teheran è un regime che non solo evita di consegnare i sospetti alla giustizia, ma li protegge e li designa ad incarichi pubblici, anche se finora mai in una funzione così rilevante». Teheran ha subito negato l'esistenza del mandato di cattura. «La nostra polizia ne sarebbe stata al corrente - ha dichiarato un portavoce di Ahmadinejad -. È l'ennesima menzogna, una cospirazione sionista».
In Vahidi, quindi, è riposta piena fiducia. L'agenzia Dpa riferisce che durante il discorso che il neo-ministro della Difesa ha pronunciato di fronte alla Maijlis per ottenere la fiducia, si è levato tra i banchi dei deputati lo slogan "Morte a Israele". Vahidi ha sottolineato che in qualità di ministro della Difesa dovrà affrontare numerose sfide, prima fra tutte quella contro Israele, e che a questo proposito l'Iran incrementerà il suo arsenale militare.
Ahmadinejad aveva presentato al Parlamento anche la candidatura di tre ministri donne: Fatemeh Ajorlou, alla quale sarebbe andato il portafoglio degli Affari Sociali, Marzieh Vahid Dastjerdi, alla Sanità e Sussan Keshavarz, candidata al ministero dell’Istruzione. Delle tre, solo la Dastjerdi ha ottenuto la sua nomina a ministro della Salute. È la prima volta nella Repubblica Islamica. La pioniera - prima e ultima donna ministro iraniana - Farrokhroo Parsa, nominata sotto lo Scià, fu fucilata dopo la rivoluzione del 1979 per aver «diffuso il vizio sulla terra e combattuto contro Dio». Le neo-ministra, neanche a dirlo, è ultraconservatrice: laureata in medicina con specializzazione in Oncologia e Ginecologia, non ha mai fatto mistero della sua preferenza nei confronti di un sistema sanitario separato, medici donne per pazienti donne, uomini per gli uomini. Alla tv, Ahmadinejad ha sottolineato la novità della presenza femminile nel governo affermando che «con le decime elezioni presidenziali siamo entrati in una nuova era, le condizioni sono completamente cambiate».
Un modo per dire: mi accusate di essere ultraconservatore e io vi sorprendo proponendo tre donne ministro. Ma ciò non basterà. Non saranno certamente queste candidature, né la nomina di una donna al governo a garantire i diritti umani e la condizione femminile in Iran. Il fumo negli occhi non può accecare la comunità internazionale. Sono troppo numerose e toppo crude le immagini che negli ultimi mesi il Paese iraniano ci ha consegnato. Basti pensare al recente e insanguinato dopo elezioni. Ai ridicoli processi-farsa. Al volto pulito della francese Clotilde Reiss, condannata per spionaggio solo per aver partecipato alle proteste post-elettorali, costretta a “confessare” per evitare il peggio. Al corpo trucidato della giovanissima Neda Soltani, uccisa nelle via di Teheran e diventata simbolo e volto delle proteste anti-regime. Ai tanti morti in carcere a causa di torture e stupri. Non sarà certamente una donna al governo a far dimenticare tutto questo.
From: LOccidentale.it
giovedì 1 ottobre 2009
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La squadra di Ahmadinejad,
politica internazionale
La reazione di un personaggio solare
Certo rattrista sempre quando un matrimonio si scioglie,specialmente quando trattasi di una coppia di notorietà di livello internazionale che appare felice come felice appariva quello tra Al Bano e Romina. C’è poco da meravigliarsi. Forse è il destino di molte famiglie importanti… A ben vedere, come giustamente ricordava Peppino Caldarola su Il Giornale, la scena mondiale in tempi recenti è stata occupata da vicende private che hanno invaso la politica. Dalla crisi tra Hillary e Bill Clinton al divorzio di Sarkozy da Cècile al repentino matrimonio con Carla Bruni, dal disfacimento del rapporto tra Carlo d’Inghilterra e Diana che si concluse con la tragica morte di quest’ultima in una notte d’amore trascorsa con il ricco amante egiziano Dodi Al-Fayed. Altrettanto dicasi per i cattolicissimi Fini e Pierferdinando Casini che hanno esibito le proprie disavventure coniugali, mentre per le medesime ragioni la stampa di sinistra dell’epoca nascondeva pudibonda la relazione tra Nilde Jotti e Togliatti quando i comunisti predicavano ipocritamente “il privato è pubblico”.
La pudìca Miriam Bartolini non tradendo questo andazzo, non ha voluto essere da meno alla modernità del circo mediatico spiattellando alla pubblica opinione, proprio sui giornali ostili al marito, la sua insofferenza accanto all’uomo con cui ha condiviso quarant’anni della sua vita che gli ha dato tanto e, stando alle cronache, altrettanto egli mai ha preteso. Per tal ragione non possiamo sottrarci dal giudicare, anche se lo stesso Premier in un primo momento ha manifestato il desiderio di voler tenere sotto tono quando afferma che "è una vicenda che rientra nella dimensione privata, e di cui mi pare doveroso non parlare" e poi l’indomani, vista la portata internazionale del fatto, ha dovuto ripiegare affermando perentoriamente che “Veronica dovrà chiedermi scusa pubblicamente”.
Molti, troppi interrogativi suscitano questo restare nell’ombra della first lady signora Veronica Lario (in arte Miriam Bartolini), troppo estranea alla vita di un uomo pubblico. Una donna schiva e raramente sorridente che trapela una tristezza di cui non si comprende la ragione. Strano il comportamento di una signora che si è lasciata conquistare nel retro di un palco di teatro, lamamentarsi di una supposta infedeltà del suo coniuge. Perché, conoscendo il suo irresistibile fascino, non lo ha seguito nelle sue trasferte? Eppure non gli mancavano i soldi per pagare il fior fiore di baby-sitter!
Inutile nasconderlo, il legame matrimoniale è un legame non facile da sostenere e al tempo stesso delicato che presuppone un’intesa forte, oltre che di valori, di univocità di intenti rivolti al futuro si sé e della prole. Michelle Obama, Carla Bruni e tutte le altre mogli di potenti, appaiono sempre al fianco dei loro consorti. Perché lei non lo ha fatto?
Ma v’è un’altra considerazione, forse più profonda che affonda le radici alle origini di una ragazza di provincia vissuta nell’indigenza dalla perdita prematura del padre, (all’età di 13 anni) e d’improvviso catapultata in un mondo di inusitato benessere. O forse l’orgoglio ferito delle sue origini che al cospetto di un uomo solare come Silvio si è vista autocondannata al ruolo di secondo piano con chi ha fatto della propria vita lo strumento di benessere della propria famiglia e degli altri. O potrebbe essere un ritorno di fiamma per i riflettori ed i lustrini di cui si è auto-privata a lungo a spingerla verso questo passo drammatico? In ogni caso la rottura avviene sempre quando la maturazione e la crescita non seguono vie parallele. Non si spiegherebbe altrimenti l’essersi rivolta ai quotidiani ostili al marito per lanciare la sua decisione di farla finita. Forse più realisticamente sarà una rigurgito di resipiscenza che la spinge al riscatto della propria individualità nel tentativo di proteggere il frutto del suo talamo dalle “fauci” di un uomo avido di potere? C’è molto ancora, forse di più profondamente intimo che ci sfugge: “adesso e' finita, non vedo più le condizioni per andare avanti” sbotta oggi Silvio Berlusconi. Una telenovela che purtroppo per gli equilibri politici nazionali occuperà ancora e periodicamente le pagine dei quotidiani.
La pudìca Miriam Bartolini non tradendo questo andazzo, non ha voluto essere da meno alla modernità del circo mediatico spiattellando alla pubblica opinione, proprio sui giornali ostili al marito, la sua insofferenza accanto all’uomo con cui ha condiviso quarant’anni della sua vita che gli ha dato tanto e, stando alle cronache, altrettanto egli mai ha preteso. Per tal ragione non possiamo sottrarci dal giudicare, anche se lo stesso Premier in un primo momento ha manifestato il desiderio di voler tenere sotto tono quando afferma che "è una vicenda che rientra nella dimensione privata, e di cui mi pare doveroso non parlare" e poi l’indomani, vista la portata internazionale del fatto, ha dovuto ripiegare affermando perentoriamente che “Veronica dovrà chiedermi scusa pubblicamente”.
Molti, troppi interrogativi suscitano questo restare nell’ombra della first lady signora Veronica Lario (in arte Miriam Bartolini), troppo estranea alla vita di un uomo pubblico. Una donna schiva e raramente sorridente che trapela una tristezza di cui non si comprende la ragione. Strano il comportamento di una signora che si è lasciata conquistare nel retro di un palco di teatro, lamamentarsi di una supposta infedeltà del suo coniuge. Perché, conoscendo il suo irresistibile fascino, non lo ha seguito nelle sue trasferte? Eppure non gli mancavano i soldi per pagare il fior fiore di baby-sitter!
Inutile nasconderlo, il legame matrimoniale è un legame non facile da sostenere e al tempo stesso delicato che presuppone un’intesa forte, oltre che di valori, di univocità di intenti rivolti al futuro si sé e della prole. Michelle Obama, Carla Bruni e tutte le altre mogli di potenti, appaiono sempre al fianco dei loro consorti. Perché lei non lo ha fatto?
Ma v’è un’altra considerazione, forse più profonda che affonda le radici alle origini di una ragazza di provincia vissuta nell’indigenza dalla perdita prematura del padre, (all’età di 13 anni) e d’improvviso catapultata in un mondo di inusitato benessere. O forse l’orgoglio ferito delle sue origini che al cospetto di un uomo solare come Silvio si è vista autocondannata al ruolo di secondo piano con chi ha fatto della propria vita lo strumento di benessere della propria famiglia e degli altri. O potrebbe essere un ritorno di fiamma per i riflettori ed i lustrini di cui si è auto-privata a lungo a spingerla verso questo passo drammatico? In ogni caso la rottura avviene sempre quando la maturazione e la crescita non seguono vie parallele. Non si spiegherebbe altrimenti l’essersi rivolta ai quotidiani ostili al marito per lanciare la sua decisione di farla finita. Forse più realisticamente sarà una rigurgito di resipiscenza che la spinge al riscatto della propria individualità nel tentativo di proteggere il frutto del suo talamo dalle “fauci” di un uomo avido di potere? C’è molto ancora, forse di più profondamente intimo che ci sfugge: “adesso e' finita, non vedo più le condizioni per andare avanti” sbotta oggi Silvio Berlusconi. Una telenovela che purtroppo per gli equilibri politici nazionali occuperà ancora e periodicamente le pagine dei quotidiani.
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Silvio/Veronica
martedì 8 settembre 2009
PRIMO PASSO DEL GOVERNO CONTRO L'IMMIGRAZIONE CLANDESTINA
Contingentare i rifiutati
Di Francesco Pugliarello
Il contingentamento previsto per i rifugiati nei
paesi dell'Unione Europea aventi diritto d'asilo
(per fame, persecuzioni di ordine politico e religioso) è il primo passo verso la soluzione del fenomeno epocale dell'immigrazione in mano alle organizzazioni criminali che va affrontato nella sua completezza, con fermezza e con la massima sollecitudine.
Occorreva che il Governo italiano mostrasse intransigenza con i respingimenti dei clandestini perché il commissario Jacques Barrot, responsabile del portafoglio immigrazione, ne
prendesse coscienza. E lo ha fatto con una tempestività inusuale alla burocrazia di Bruxelles.
Evidentemente Barrot non si era accorto che altri paesi come Francia, Spagna e Gran Bretagna lo fanno da anni senza peraltro mai aver ricevuto alcuna critica.
Ci attendiamo che a questo primo passo, ritenuto condizione necessaria ma non sufficiente, seguano sostegni economici ai paesi che ospitano i rifugiati.
da: Il Firenze pag. 5
8 Settembre 2009
Di Francesco Pugliarello
Il contingentamento previsto per i rifugiati nei
paesi dell'Unione Europea aventi diritto d'asilo
(per fame, persecuzioni di ordine politico e religioso) è il primo passo verso la soluzione del fenomeno epocale dell'immigrazione in mano alle organizzazioni criminali che va affrontato nella sua completezza, con fermezza e con la massima sollecitudine.
Occorreva che il Governo italiano mostrasse intransigenza con i respingimenti dei clandestini perché il commissario Jacques Barrot, responsabile del portafoglio immigrazione, ne
prendesse coscienza. E lo ha fatto con una tempestività inusuale alla burocrazia di Bruxelles.
Evidentemente Barrot non si era accorto che altri paesi come Francia, Spagna e Gran Bretagna lo fanno da anni senza peraltro mai aver ricevuto alcuna critica.
Ci attendiamo che a questo primo passo, ritenuto condizione necessaria ma non sufficiente, seguano sostegni economici ai paesi che ospitano i rifugiati.
da: Il Firenze pag. 5
8 Settembre 2009
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lunedì 7 settembre 2009
IL TRITACARNE DELLA SINISTRA DALLA DOPPIA MORALE STA DIVORANDO SÉ STESSA
Sappiamo chi è Feltri, è uno che quando c'è da rovistare nei meandri del potere non si tira indietro, è uno dei pochi giornalisti di inchiesta ancora presenti in Italia, insieme a D'Avanzo. La critica sferrata al direttore di Famiglia Cristiana è un azione senza precedenti, se si considera che è stata scatenata da un organo di stampa proveniente da un campo politico amico. Essa investe gli equilibri dei più alti livelli ecclesiali e politici del nostro Paese con risvolti futuri ancora abbastanza nebulosi. Se è vero che Berlusconi ha il difetto di essere un brianzolo arricchito, anziché un salottiero romano, e anche vero che da sempre gode di minori simpatie in certi ambienti dell’alta finanza che sostiene alcuni giornali a lui avversi.
E’ anche vero che di cosucce da rivedere ce n’è tante, ma infilarle nel tritacarne alla fine è rischioso per tutti, gli schizzi volano ovunque.
L'errore del giornalismo di sinistra e di repubblica in primis, non è stato quello di pubblicare le notizie delle escort e delle veline, ma quello di insistervi per settimane e settimane, a volte non avendo in realtà nulla di nuovo da dire. Veramente pensavano di far cadere Berlusconi? O volevano fare concorrenza a Eva 2000? si domanda l’esponente della ex margherita Mario Adinolfi. Era proprio necessario tentare di far precipitare l'immagine dell'Italia all'estero? Alla Francia, alla Gran Bretagna e alla Spagna non pareva vero indebolire un concorrente!
Anche se gli italiani sono grandi consumatori di giornaletti scandalistici, ci sono pure quelli che se ne fregano degli scandali sessuali: queste persone sono molto più interessate a soluzioni politiche ed a notizie che possono migliorare il loro tenore di vita e sono la stragrande maggioranza. Quando si comincerà a parlare di temi seri? Perché continuiamo a farci coinvolgere nelle guerre dei potenti e farci distrarre da cose più importanti? Stiamo davvero perdendo le coordinate del vivere civile, e ha ragione Veltroni quando afferma che “non è tutta colpa di Berlusconi”.
Giustamente Stefano Zecchi l’altro giorno si domandava: “Perché, nessuno inibisce questi eroi della rivoluzione [sessantottina] di sguazzare nel pantano borghese e di servirsi di ciò che affiora da quella che loro definiscono “iniquità” capitalista”? E’ la doppia morale che consente, oggi come allora, di predicare in un modo e razzolare in un altro. Oggi però è più difficile praticarla, essa viene immediatamente smascherata.
I “vizi” di De Benedetti, degli Agnelli li stanno già pubblicando, ora quelli di Boffo (peraltro ancora da definire in quanto Boffo annuncia: “La verità emergerà in tribunale perché la “nota informativa” su cui si è basato l’attacco sulla mia presunta omosessualità non è altro che una “emerita patacca”; c'è la condanna dell'UE a Prodi, pronta nel cassetto se il prof dovesse rialzare la testa; i rimborsi truccati di Ignazio Marino, le coop rosse (Unipol-BNL) pronte per il duo D'Alema-Bersani, il vecchio scandalo di Affittopoli, la Campania, la Puglia, la Calabria, l’Abruzzo. Su Franceschini si potrebbe andare a scavare in quel fantastico mondo di scambio di voti che era la margherita al sud.... Di Pietro, “Bè su Di Pietro ci si potrebbe scrivere un libro” dice Adinolfi: al confronto le domande che gli ha fatto Mario Giordano su Il Giornale saranno nulla, rispetto a quello che potrebbe tirare fuori Feltri.
Arriva Berlusconi, e cosa ti combina? Ha la spudoratezza di dire che la storia del comunismo internazionale è una crudele avventura di distruzione della libertà e di annientamento della persona, che i nostri vecchi comunisti continuano a imbrogliare le carte per rendersi presentabili in un mondo che ha seppellito il comunismo. Quel comunismo che sul “Libro nero” presentato nel 2000 illustra, come nessun altro, le nefandezze di un capitalismo di Stato che tanti lutti ha provocato nelle famiglie dei loro compagni russi. Come si permette quel maniaco di Berlusconi di criticare? dice il vecchio pensionato della casa del popolo di Firenze che ha abbandonato la lotta di classe per diventare portavoce del conformismo moralizzatore. E, allora, preso atto che il mondo non si può cambiare, lui e i suoi compagni decidono di censurarlo: moralisti di tutto il mondo unitevi, è la nuova parola d’ordine. Incalza la Rossanda, che però spera nell’ex aennino Fini: “Berlusconi è un gaffeur, un bauscia, lui e i suoi alleati con quel Bossi in canottiera sono l’unica vera tendenza di fascismo localista in abiti nuovi”.
E’ la disperazione di un manipolo di cittadini frastornati dalla sua classe dirigente che non sa più a che santo votarsi. A questo si sono ridotti certi politici e intellettuali della sinistra nostrana, orfani della doppia morale? Guardano la pagliuzza nell’occhio del nemico incapaci di guardare la trave nel proprio, presumono di dare un giudizio morale sul premier prima ancora che politico e su chi lo sostiene. Ma ecco che appena questi benpensanti, vengono pizzicati nelle loro manie piccolo borghesi, urlano, gridano all’aggressione, alla democrazia in pericolo, alla libertà di parola minacciata, addirittura al fascismo che ritorna, e raccolgono firme di protesta, rivolgendosi finanche al parlamento europeo. È ovvio, solo loro hanno il diritto di interdizione perché si ritengono ineccepibili moralmente e culturalmente. Perché se sciaguratamente non riescono più a predicare in un modo e a razzolare in un altro, secondo Zecchi sono tuttavia convinti di poter giudicare dall’alto le proprie qualità estetiche e la “moralità di chi non è bello come loro”.
Francesco Pugliarello
E’ anche vero che di cosucce da rivedere ce n’è tante, ma infilarle nel tritacarne alla fine è rischioso per tutti, gli schizzi volano ovunque.
L'errore del giornalismo di sinistra e di repubblica in primis, non è stato quello di pubblicare le notizie delle escort e delle veline, ma quello di insistervi per settimane e settimane, a volte non avendo in realtà nulla di nuovo da dire. Veramente pensavano di far cadere Berlusconi? O volevano fare concorrenza a Eva 2000? si domanda l’esponente della ex margherita Mario Adinolfi. Era proprio necessario tentare di far precipitare l'immagine dell'Italia all'estero? Alla Francia, alla Gran Bretagna e alla Spagna non pareva vero indebolire un concorrente!
Anche se gli italiani sono grandi consumatori di giornaletti scandalistici, ci sono pure quelli che se ne fregano degli scandali sessuali: queste persone sono molto più interessate a soluzioni politiche ed a notizie che possono migliorare il loro tenore di vita e sono la stragrande maggioranza. Quando si comincerà a parlare di temi seri? Perché continuiamo a farci coinvolgere nelle guerre dei potenti e farci distrarre da cose più importanti? Stiamo davvero perdendo le coordinate del vivere civile, e ha ragione Veltroni quando afferma che “non è tutta colpa di Berlusconi”.
Giustamente Stefano Zecchi l’altro giorno si domandava: “Perché, nessuno inibisce questi eroi della rivoluzione [sessantottina] di sguazzare nel pantano borghese e di servirsi di ciò che affiora da quella che loro definiscono “iniquità” capitalista”? E’ la doppia morale che consente, oggi come allora, di predicare in un modo e razzolare in un altro. Oggi però è più difficile praticarla, essa viene immediatamente smascherata.
I “vizi” di De Benedetti, degli Agnelli li stanno già pubblicando, ora quelli di Boffo (peraltro ancora da definire in quanto Boffo annuncia: “La verità emergerà in tribunale perché la “nota informativa” su cui si è basato l’attacco sulla mia presunta omosessualità non è altro che una “emerita patacca”; c'è la condanna dell'UE a Prodi, pronta nel cassetto se il prof dovesse rialzare la testa; i rimborsi truccati di Ignazio Marino, le coop rosse (Unipol-BNL) pronte per il duo D'Alema-Bersani, il vecchio scandalo di Affittopoli, la Campania, la Puglia, la Calabria, l’Abruzzo. Su Franceschini si potrebbe andare a scavare in quel fantastico mondo di scambio di voti che era la margherita al sud.... Di Pietro, “Bè su Di Pietro ci si potrebbe scrivere un libro” dice Adinolfi: al confronto le domande che gli ha fatto Mario Giordano su Il Giornale saranno nulla, rispetto a quello che potrebbe tirare fuori Feltri.
Arriva Berlusconi, e cosa ti combina? Ha la spudoratezza di dire che la storia del comunismo internazionale è una crudele avventura di distruzione della libertà e di annientamento della persona, che i nostri vecchi comunisti continuano a imbrogliare le carte per rendersi presentabili in un mondo che ha seppellito il comunismo. Quel comunismo che sul “Libro nero” presentato nel 2000 illustra, come nessun altro, le nefandezze di un capitalismo di Stato che tanti lutti ha provocato nelle famiglie dei loro compagni russi. Come si permette quel maniaco di Berlusconi di criticare? dice il vecchio pensionato della casa del popolo di Firenze che ha abbandonato la lotta di classe per diventare portavoce del conformismo moralizzatore. E, allora, preso atto che il mondo non si può cambiare, lui e i suoi compagni decidono di censurarlo: moralisti di tutto il mondo unitevi, è la nuova parola d’ordine. Incalza la Rossanda, che però spera nell’ex aennino Fini: “Berlusconi è un gaffeur, un bauscia, lui e i suoi alleati con quel Bossi in canottiera sono l’unica vera tendenza di fascismo localista in abiti nuovi”.
E’ la disperazione di un manipolo di cittadini frastornati dalla sua classe dirigente che non sa più a che santo votarsi. A questo si sono ridotti certi politici e intellettuali della sinistra nostrana, orfani della doppia morale? Guardano la pagliuzza nell’occhio del nemico incapaci di guardare la trave nel proprio, presumono di dare un giudizio morale sul premier prima ancora che politico e su chi lo sostiene. Ma ecco che appena questi benpensanti, vengono pizzicati nelle loro manie piccolo borghesi, urlano, gridano all’aggressione, alla democrazia in pericolo, alla libertà di parola minacciata, addirittura al fascismo che ritorna, e raccolgono firme di protesta, rivolgendosi finanche al parlamento europeo. È ovvio, solo loro hanno il diritto di interdizione perché si ritengono ineccepibili moralmente e culturalmente. Perché se sciaguratamente non riescono più a predicare in un modo e a razzolare in un altro, secondo Zecchi sono tuttavia convinti di poter giudicare dall’alto le proprie qualità estetiche e la “moralità di chi non è bello come loro”.
Francesco Pugliarello
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sabato 5 settembre 2009
SINDROME DI DOWN Evoluzionisti e Creazionisti (cenni)
Lode a te, Padre del cielo e della terra,
per il fatto che non è proprietà della scienza
riconoscere ciò che è dovere per ciascuno
e per il fatto che ogni cuore non corrotto può sentire, da sé,
la differenza tra il bene e il male.
FRIEDRICH HEGEL
Facendo leva sulla “buona” ignoranza dell’opinione pubblica, nel tentativo di espellere nuovamente gli handicappati dalla storia, una casta numericamente modestissima che si ispira agli epigoni dell’evoluzionismo darwiniano, in maniera dettagliata e con sottile retorica, ci propone una visione rozza dell’esistenza. Essa considera l’handicappato una sottospecie umana, vale a dire un diretto discendente della scimmia antropomorfa. Pur giudicando quest’ultima l’animale più evoluto, per mostrare caratteristiche fisiche e intellettive simili all’uomo, ancorché dall’intelligenza limitata, arriva ad insinuare che un disabile è comunque un essere privo di anima spirituale.
Vediamo in merito cosa propongono i maggiori strateghi dell’eugenetica contemporanea, o meglio i “padroni del progressismo”, come ironicamente li chiama René Girard: il filosofo Ronald Dworkin e i premi Nobel per la medicina James Watson e Francis Crick.
Il primo, ne “Il dominio della vita”, Einaudi, 1993, sostiene che “l’uccisione razionale dei più deboli può essere un metodo per migliorare il valore specifico della specie umana”, i secondi, sono quelli che nel 1953 descrissero la struttura del codice genetico, noto con il termine Dna.
A Watson un giorno una coppia, dopo aver saputo che il loro nascituro avrebbe avuto la sindrome di Down, chiese consigli su cosa fare.. Il Nobel dette loro risposte sibilline ma altrettanto eloquenti:
“E’ più opportuno che decidiate da voi”. “Non vorrei mai che qualcuno dicesse per me cosa devo fare”; "…posso soltanto affermare che modificare significa rendere il mondo migliore”! (1).
Successivamente chiariva il suo pensiero in maniera più esplicita: “Ogni nuovo nato dovrebbe essere “dichiarato umano” fino a che non abbia passato certi test sulla sua dote genetica, e se fallisce questi test perde il diritto alla vita” (2).
In un’intervista rilasciata al "Sunday Telegraph" del ’97 Crick e Watson furono ancora più circostanziati. Ribadirono il diritto d’ogni donna ad “abortire un figlio che abbia imperfezioni come la sindrome di Down”.
A queste ciniche affermazioni, le reazioni di larghissima parte del mondo accademico non si sono fatte attendere. Cito per tutti David Weatherall, ordinario di genetica umana ad Oxford: “Dire che le idee di Watson e di Crick sono discutibili è un modo generoso di giudicarle” perché non sono che un “ingombro” nel dibattito sulla genetica, non aiutano, “sono altamente emotive e del tutto grossolane” (3).
Nessuno avrebbe pensato che in un settore di fondamentale impatto antropologico come la scoperta della mappa cromosomica, si sarebbe giunti alla manipolazione del patrimonio genetico ed allo ‘screening’ dei nascituri.
Sarà per timore della fine biologica, o forse per troppa disumanità di fondo che li proteggono dai sensi di colpa , o chissà per quale recondito motivo, si ha la sensazione che questi controversi ‘benefattori’, con l’idea della selezione ‘in vitro’, vogliano scaricare le proprie angosce esistenziali sugli “ultimi” di questa Terra, attribuendo ad essi ogni responsabilità di malefatte, errori o eventi negativi. Sta di fatto che queste filosofie, prive di basi etiche, morali e di “umana pietas” rischiano di mettere in moto un processo di dissacrazione dell’esistenza.
E’ evidente che tali singolari desideri riemergono dai sotterranei dei secoli bui, il cui capostipite possiamo identificare nel teorico della futura socialdemocrazia tedesca, lo zoo-etologo Ernst Heackel il quale nel XIX secolo, alla sua generazione di scienziati parlava esplicitamente di “liceità dell’eutanasia di bambini handicappati e invalidi”.
Ernst Haeckel, decantava la "selezione umana artificiale" praticata dagli spartani che rifiutavano l’arte, la filosofia, la letteratura, la cui politica era costituita principalmente dalla potenza militare. In quell’epoca furono emanate leggi speciali secondo cui, i bambini appena nati dovevano essere sottoposti ad attenti controlli e quelli che erano deboli, malaticci o avevano difetti fisici erano brutalmente uccisi. Il diritto alla vita era concesso solo ai bambini sani e robusti. Haeckel difendeva questa pratica. Secondo l’etologo, i sentimenti dell’amore, della compassione, dell’affetto dovrebbero essere diretti solo alle persone "utili": un atteggiamento singolare che prospera sotto l’influenza del materialismo e del darwinismo presenti negli evoluzionisti ortodossi..
A chi lo criticava, Haeckel rispondeva:
"Che bene apporta all’umanità mantenere artificialmente e allevare migliaia di storpi, sordomuti, dementi che nascono ogni anno con un fardello ereditario di malattie incurabili?"
In questa frase è condensato ogni progetto futuro di ingegneria eugenetica. In nome dell'umanitarismo si dimentica l'uomo. In nome di un concetto che finisce per diventare astratto (cos'è l'umanità se non un agglomerato di corpi senza volto?), si dimentica il prossimo vero, quello che ci è accanto ogni giorno, la cui presenza turba, o meglio disturba le coscienze. Perciò da eliminare in nome di un bene superiore, magari facendo appello ad una malintesa ‘pietas’ che in realtà è una falsa coscienza.
I processi mentali degli epigoni di Heackel non sono affatto dissimili a quelli dei terroristi che uccidono per liberarci dal “male”, e questi ultimi a quelli dei nazisti: basta mettere il termine “razza” al posto di classe, umanità.
In attesa di questo straordinario balzo progressivo che avrebbe reso la razza umana invincibilmente sana, bella, intelligente, vittoriosa su tutti i limiti della natura, si doveva cominciare ad eliminare gli “inconvenienti di percorso”. Bisognava eliminare tutte le vite inutili, inguaribilmente malate, portatrici di handicap mentali o fisici, vecchi, malati terminali…: un immane e cinico processo di eliminazione della sofferenza, per l’affermazione di una società totalmente devota alla ‘dea ragione’ (4). Insomma un’insopportabile provocazione in nome di un progresso partorito da menti che col realmente scientifico poco hanno a che vedere.
Ciò che più stupisce e rattrista è la risonanza mediatica che dottrine aberranti come queste, imbevute di pastoie ideologiche sul mondo della disabilità, riescono ad assicurarsi. È uno spettacolo desolante, di grande povertà umana, un rito cinico che vorrebbe camuffare l’umanitarismo tecnologico con disumanità.
Fortunatamente vi è una prevalente e forte corrente di pensiero che fa capo ad eminenti accademici che riescono a scardinare queste teorie, e ne dimostrano l’infondatezza. Sono i cosiddetti creazionisti, ossia gli scienziati galileiani dello spessore del fisico Antonino Zichichi e del biologo Giuseppe Sermonti. Per mezzo di verifiche di laboratorio, questi scienziati dimostrano che le tesi degli evoluzionisti sono “pure supposizioni prive di fondamento scientifico”. Analizzando il codice genetico, essi ci confermano che in tutte le prove i geni mostrano delle variazioni all’interno della medesima specie, mai dei passaggi da una specie all’altra (5).
In “Perché credo in Colui che ha fatto il mondo”, Zichichi così definisce gli “pseudo-evoluzionisti” di matrice atea:
“Coloro che pretendono di fare assurgere al rango di verità scientifica una teoria priva di una pur elementare struttura matematica di stampo galileiano”. Gli fa eco Sermonti, ribadendo che “mettere in discussione una legge naturale millenaria, significa privilegiare un salto nel buio da creare un vuoto esistenziale di una portata storica inimmaginabile” (6).
Sappiamo che le religioni nascono nel tentativo di dare un senso all’esistenza e di salvarci da una condizione di disperazione al pensiero della malattia, della morte, tanto che la grandezza dell’uomo, elaborata dalla saggezza millenaria, sta proprio nel saper produrre arte, scienza, religione. E’ dal tempo di Aristotele che si pensa che l’animale non umano abbia “un’anima istintiva” perché manca di queste dimensioni spirituali e speculative. Per tal ragione, il rispetto e la stima che una bestia riscuote è un sentimento diverso da quello che può riscuotere il figlio d’uomo. L’animale non ha coscienza e non possiede spirito critico, cose che gli evoluzionisti, ‘giocando’ con la biotecnologia, vogliono mettere in discussione.
In questo dibattito, persino un conservatore quale Giovanni Paolo II ha avallato l’evoluzionismo, purché si lasciasse aperto il principio dell’instillazione divina dell’anima, e la scienza ufficiale ha accettato quest’interpretazione. Difatti per il credente, la proposta evoluzionista non contraddice il potere universalista di Dio. Ciononostante un manipolo di pseudo-scienziati insiste nel negare qualità umane nei cosiddetti “malformati”.
Nel recente documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, "Dignitas personae", si legge: “Ad ogni essere umano, dal concepimento alla morte naturale, va riconosciuta dignità di persona e diritto alla vita”. E’ un’affermazione innovativa e di grande portata etica, riconoscibile come vera e conforme alla legge morale naturale dalla stessa ragione, a partire da solide conoscenze scientifiche ed in linea con le Carte costituzionali di tutto il mondo. “Bisogna essere fermi e decisi nella difesa della vita perché il diritto alla vita è un diritto naturale che preesiste alla nascita dello Stato moderno” (7).
Questo concetto è stato più chiaramente riproposto da Benedetto XVI nell’ultima enciclica “Caritas in Veritate”, da tutti gli osservatori considerata come la “summa della dottrina sociale della Chiesa alla prova del terzo millennio”. L’intero testo è percorso da una forte critica all’autosufficienza della tecnica, ad un nuovo ateismo, non più ideologico, ma altrettanto pericoloso perché fondato sull’indifferenza e sull’onnipotenza degli strumenti.
E’ la dimostrazione che la Chiesa non è contro la scienza, ma contro la pretesa “prometeica” secondo la quale l’umanità ritiene di potersi “riedificare” avvalendosi dei prodigi della tecnologia. Nella lettera enciclica il Pontefice, inoltre, mette in guardia sui “fraintendimenti della carità” perché senza la “verità sull’uomo” è “sterile”, improduttiva e chiarisce che la carità comunemente intesa potrebbe essere scambiata per una “riserva di buoni sentimenti e scivolare nel sentimentalismo”: al disabile, al diverso il sentimentalismo finisce per danneggiarlo. Per tal ragione Benedetto XVI invoca una “responsabilità morale nuova” che oggi sfugge a molti: quella che fa capo alla verità, alla fiducia e all’amore per l’uomo senza distinzioni di razza, ceto, o abilità personali. Conclude affermando che “senza una nuova responsabilità morale l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori, tanto più in una società globalizzata” (8).
Ancora una volta la Chiesa, come sempre e quasi da sola, coprendo il mondo di opere di carità e di ospedali, come ha fatto nei secoli, ci richiama a prenderci cura dei sofferenti, dei derelitti. Ancora una volta, con la consueta sollecitudine, fa sentire la sua voce contro l’immane massacro delle vite più indifese e innocenti (un miliardo in 40 anni), contro le ideologie della morte, contro l’odio che umilia e dilania i cuori e il mondo.
Quanto riaffermato dalla tradizione cristiana, ci avvia alla conclusione che in merito alla dignità della persona è totalmente precluso ogni criterio di discriminazione, sia in base allo sviluppo biologico, sia allo sviluppo psichico, sia culturale, sia allo stato di salute.
Non è un caso che la Chiesa in questi anni ha accentuato il richiamo al rispetto della vita come bene indisponibile, per le tragedie storiche che nel Novecento hanno portato a una tremenda sua svalorizzazione.
Sappiamo che la vita nasce da un atto di amore fisico e dall’intervento di un Ente imperscrutabile che ogni civiltà ha elaborato secondo le proprie credenze. In tutte le culture, fin dalla preistoria, si pensa che nell’essere umano coesiste una duplice natura, quella spirituale (anima) e quella animale (corpo fisico). Pertanto, se alla scienza è affidata la competenza di studiare l’origine del corpo fisico, alla fede è demandato il compito di indagare sull’origine dell’anima: e nel disabile l’anima è visibilissima.
Per Karol Wojtyla, nell’”Evangelium Vitae”, “gli scienziati della cultura della morte respingono persone come i down perché hanno il senso del soprannaturale”. “Essi si rifiutano di capire che ciò che ci appare umanamente drammatico, può rappresentare il dono della sapienza dell’Onnipotente che ci permette di osservare con l’occhio del Divino l’essenza delle cose”.
Persino Friedrich Nietzsche, dissacratore del sentimento religioso, riconosce in Gesù Cristo Colui che ha preso le difese dei deboli, reietti e “disprezzati”.
Non essendo un filosofo, lascio le considerazioni finali a questo personaggio, peraltro amato anche dagli evoluzionisti.
Con l'intento di percorrere la strada non della negazione, ma dell’affermazione e dell’identità della vita umana, Nietzsche ha riflettuto a lungo sulle conseguenze del darwinismo ateo. La deduzione più triste alla quale approdò, fu la scoperta che l’uomo potesse perdere ciò a cui tende la sua auto-trascendenza. Infatti, attribuì al cristianesimo “il più grande acquisto”: quello di “aver insegnato ad amare l’uomo per amore di Dio”, come “il sentimento finora più nobile e alto raggiunto fra gli uomini”.
Lo studioso Welsey Smith si domanda quali gravi motivi spingono questi pensatori alla Peter Singer a caldeggiare l’infanticidio. La risposta la trova a pagina 213 di “Rathing Life and Death” del 1994 dove lo stesso Singer elenca le diverse attività che una persona con sindrome di Down, non sarà mai in grado di affrontare:
“Suonare una chitarra,
“sviluppare un apprezzamento della fantascienza”,
“imparare una lingua straniera”,
“commentare l’ultimo film di Woody Allen”,
“essere un atleta stimato, un giocatore di basketball o di tennis”.
Nulla di più ridicolo, di più falso, provocatorio e fuorviante.
Piuttosto che esaltare il mito della biotecnologia eutanasica, se questi filosofi-scienziati si cimentassero a studiare l’individuo nella sua peculiarità, sicuramente avrebbero più successo. Predisponendo loro le giuste opportunità, scoprirebbero quali mete queste persone possono raggiungere.
Per giudicare bisogna conoscere, avere l’umiltà di frequentare, approfondire le emozioni e le attese del soggetto che si sta esaminando.
Evidentemente Singer e i suoi seguaci ignorano i passi da gigante fatti negli ultimi decenni dalle cure riabilitative; ignorano che mio figlio Fabio ed altri suoi compagni ed amici che frequenta o ha frequentato, anch’essi down, non solo lavorano e producono, alcuni di essi praticano anche sport agonistico. La 38enne Daniela Melluso di Treviso fa l’aiuto istruttore di ballo latino-americano. Il 26enne di Cagliari, Mauro Muscas, è campione nazionale di pattinaggio; Axel Belig di Prato, appena quindicenne è campione italiano di nuoto nella sua categoria. Che dire della trentaquattrenne umbra, Cristina Acquistapace, ordinata suora da Monsignor Maggiolini, che ora affianca le missionarie in Kenia? “La sindrome di Down – spiega suor Cristina – per me non è stata né una benedizione né una maledizione, ma il modo per capire che sono portata per certe cose piuttosto che per altre, e sono pronta ad affrontare gli impegni che ho assunto”(9).
Con buona pace di questi illustri fautori della pianificazione familiare, sono certo che quando la recente “Convenzione Internazionale sui Diritti delle Persone con Disabilità” - che riguarda la tutela del 10% della popolazione mondiale - verrà inserita nelle legislazioni dei governi nazionali, sarà per loro un brutto giorno come lo fu per il nazismo (10).
Teniamo presente che l’eugenetica contemporanea è molto più pericolosa di quella di un tempo, perché possiede mezzi molto più subdoli e sofisticati da stravolgere l’equilibrio genetico del genere umano. Ne abbiamo un riscontro in Cina, dove mancano all’appello milioni di bambine e in Nord-Corea dove si persegue l’estinzione di bambini disabili nel totale silenzio della comunità internazionale.
Vorrei concludere questo quadro inquietante, facendo mie due osservazioni caustiche del fisico Welsey Smith laddove ci mette in guardia sull’operato di alcuni scienziati:
“I medici olandesi hanno eliminato i malati che lo chiedevano, i disabili che lo chiedevano e, da ultimi, i nuovi nati che non lo hanno mai chiesto. …se si apre questa cultura non c’è più modo di fermarsi”.
E ancora:
“Dopo la seconda guerra mondiale i medici tedeschi furono impiccati per crimini contro l’umanità e per aver ucciso bambini disabili. Tuttavia sotto la leadership di Peter Singer, l’infanticidio è diventato rispettabile. …Se questo trend continuerà, dovremo scusarci per aver giustiziato quei medici”.
NOTE
1. Cfr. http://staminali.aduc.it/php_newsshow_0_1967.html .
2. Cfr. www.aduc.it, “Vivere e Morire di Eutanasia”.
3. “Corriere della Sera” del 17 febbraio 1997.
4. A. Brass, A. Gemelli, “L'origine dell'uomo e le falsificazioni di Haeckel”, Editrice Fiorentina, 1910 pag 99.
5. Antonino Zichichi, “Perché credo in Colui che ha fatto il mondo”, Il Saggiatore, Milano, 1999.
6. G. Sermonti, “Dimenticare Darwin”, Rusconi, 1999 e “Tra le quinte della scienza-Profeti e Professori”, Di Renzo, Roma, 2007.
Altre esaurienti risposte ce le fornisce il genetista Innocenzo Timossi in “Oltre il Big Bang e il Dna, Elledici, Rivoli, 2007).
7. Cfr. http://www.zenit.org/article-16613?l=italian, 12 dicembre 2008.
8. Benedetto XVI, Lett. enc. “Caritas in Veritate”, San Paolo, Roma, luglio 2009, pp. 71-77.
9. Cfr. http://www.unoinpiu.org/blog/?p=45.
10. A Nizza nel 2002 il Consiglio dell’U.E., varando la “Carta dei Diritti fondamentali”, all’articolo 3 comma 2, ha espressamente vietato le pratiche eugenetiche negative e inserito uno stretto controllo sull’avanzamento delle biotecnologie; quelle che erano praticate i quei Paesi che fin dagli anni venti, prevedevano nelle loro legislazioni pratiche eugenetiche, comprese le sterilizzazioni.
per il fatto che non è proprietà della scienza
riconoscere ciò che è dovere per ciascuno
e per il fatto che ogni cuore non corrotto può sentire, da sé,
la differenza tra il bene e il male.
FRIEDRICH HEGEL
Facendo leva sulla “buona” ignoranza dell’opinione pubblica, nel tentativo di espellere nuovamente gli handicappati dalla storia, una casta numericamente modestissima che si ispira agli epigoni dell’evoluzionismo darwiniano, in maniera dettagliata e con sottile retorica, ci propone una visione rozza dell’esistenza. Essa considera l’handicappato una sottospecie umana, vale a dire un diretto discendente della scimmia antropomorfa. Pur giudicando quest’ultima l’animale più evoluto, per mostrare caratteristiche fisiche e intellettive simili all’uomo, ancorché dall’intelligenza limitata, arriva ad insinuare che un disabile è comunque un essere privo di anima spirituale.
Vediamo in merito cosa propongono i maggiori strateghi dell’eugenetica contemporanea, o meglio i “padroni del progressismo”, come ironicamente li chiama René Girard: il filosofo Ronald Dworkin e i premi Nobel per la medicina James Watson e Francis Crick.
Il primo, ne “Il dominio della vita”, Einaudi, 1993, sostiene che “l’uccisione razionale dei più deboli può essere un metodo per migliorare il valore specifico della specie umana”, i secondi, sono quelli che nel 1953 descrissero la struttura del codice genetico, noto con il termine Dna.
A Watson un giorno una coppia, dopo aver saputo che il loro nascituro avrebbe avuto la sindrome di Down, chiese consigli su cosa fare.. Il Nobel dette loro risposte sibilline ma altrettanto eloquenti:
“E’ più opportuno che decidiate da voi”. “Non vorrei mai che qualcuno dicesse per me cosa devo fare”; "…posso soltanto affermare che modificare significa rendere il mondo migliore”! (1).
Successivamente chiariva il suo pensiero in maniera più esplicita: “Ogni nuovo nato dovrebbe essere “dichiarato umano” fino a che non abbia passato certi test sulla sua dote genetica, e se fallisce questi test perde il diritto alla vita” (2).
In un’intervista rilasciata al "Sunday Telegraph" del ’97 Crick e Watson furono ancora più circostanziati. Ribadirono il diritto d’ogni donna ad “abortire un figlio che abbia imperfezioni come la sindrome di Down”.
A queste ciniche affermazioni, le reazioni di larghissima parte del mondo accademico non si sono fatte attendere. Cito per tutti David Weatherall, ordinario di genetica umana ad Oxford: “Dire che le idee di Watson e di Crick sono discutibili è un modo generoso di giudicarle” perché non sono che un “ingombro” nel dibattito sulla genetica, non aiutano, “sono altamente emotive e del tutto grossolane” (3).
Nessuno avrebbe pensato che in un settore di fondamentale impatto antropologico come la scoperta della mappa cromosomica, si sarebbe giunti alla manipolazione del patrimonio genetico ed allo ‘screening’ dei nascituri.
Sarà per timore della fine biologica, o forse per troppa disumanità di fondo che li proteggono dai sensi di colpa , o chissà per quale recondito motivo, si ha la sensazione che questi controversi ‘benefattori’, con l’idea della selezione ‘in vitro’, vogliano scaricare le proprie angosce esistenziali sugli “ultimi” di questa Terra, attribuendo ad essi ogni responsabilità di malefatte, errori o eventi negativi. Sta di fatto che queste filosofie, prive di basi etiche, morali e di “umana pietas” rischiano di mettere in moto un processo di dissacrazione dell’esistenza.
E’ evidente che tali singolari desideri riemergono dai sotterranei dei secoli bui, il cui capostipite possiamo identificare nel teorico della futura socialdemocrazia tedesca, lo zoo-etologo Ernst Heackel il quale nel XIX secolo, alla sua generazione di scienziati parlava esplicitamente di “liceità dell’eutanasia di bambini handicappati e invalidi”.
Ernst Haeckel, decantava la "selezione umana artificiale" praticata dagli spartani che rifiutavano l’arte, la filosofia, la letteratura, la cui politica era costituita principalmente dalla potenza militare. In quell’epoca furono emanate leggi speciali secondo cui, i bambini appena nati dovevano essere sottoposti ad attenti controlli e quelli che erano deboli, malaticci o avevano difetti fisici erano brutalmente uccisi. Il diritto alla vita era concesso solo ai bambini sani e robusti. Haeckel difendeva questa pratica. Secondo l’etologo, i sentimenti dell’amore, della compassione, dell’affetto dovrebbero essere diretti solo alle persone "utili": un atteggiamento singolare che prospera sotto l’influenza del materialismo e del darwinismo presenti negli evoluzionisti ortodossi..
A chi lo criticava, Haeckel rispondeva:
"Che bene apporta all’umanità mantenere artificialmente e allevare migliaia di storpi, sordomuti, dementi che nascono ogni anno con un fardello ereditario di malattie incurabili?"
In questa frase è condensato ogni progetto futuro di ingegneria eugenetica. In nome dell'umanitarismo si dimentica l'uomo. In nome di un concetto che finisce per diventare astratto (cos'è l'umanità se non un agglomerato di corpi senza volto?), si dimentica il prossimo vero, quello che ci è accanto ogni giorno, la cui presenza turba, o meglio disturba le coscienze. Perciò da eliminare in nome di un bene superiore, magari facendo appello ad una malintesa ‘pietas’ che in realtà è una falsa coscienza.
I processi mentali degli epigoni di Heackel non sono affatto dissimili a quelli dei terroristi che uccidono per liberarci dal “male”, e questi ultimi a quelli dei nazisti: basta mettere il termine “razza” al posto di classe, umanità.
In attesa di questo straordinario balzo progressivo che avrebbe reso la razza umana invincibilmente sana, bella, intelligente, vittoriosa su tutti i limiti della natura, si doveva cominciare ad eliminare gli “inconvenienti di percorso”. Bisognava eliminare tutte le vite inutili, inguaribilmente malate, portatrici di handicap mentali o fisici, vecchi, malati terminali…: un immane e cinico processo di eliminazione della sofferenza, per l’affermazione di una società totalmente devota alla ‘dea ragione’ (4). Insomma un’insopportabile provocazione in nome di un progresso partorito da menti che col realmente scientifico poco hanno a che vedere.
Ciò che più stupisce e rattrista è la risonanza mediatica che dottrine aberranti come queste, imbevute di pastoie ideologiche sul mondo della disabilità, riescono ad assicurarsi. È uno spettacolo desolante, di grande povertà umana, un rito cinico che vorrebbe camuffare l’umanitarismo tecnologico con disumanità.
Fortunatamente vi è una prevalente e forte corrente di pensiero che fa capo ad eminenti accademici che riescono a scardinare queste teorie, e ne dimostrano l’infondatezza. Sono i cosiddetti creazionisti, ossia gli scienziati galileiani dello spessore del fisico Antonino Zichichi e del biologo Giuseppe Sermonti. Per mezzo di verifiche di laboratorio, questi scienziati dimostrano che le tesi degli evoluzionisti sono “pure supposizioni prive di fondamento scientifico”. Analizzando il codice genetico, essi ci confermano che in tutte le prove i geni mostrano delle variazioni all’interno della medesima specie, mai dei passaggi da una specie all’altra (5).
In “Perché credo in Colui che ha fatto il mondo”, Zichichi così definisce gli “pseudo-evoluzionisti” di matrice atea:
“Coloro che pretendono di fare assurgere al rango di verità scientifica una teoria priva di una pur elementare struttura matematica di stampo galileiano”. Gli fa eco Sermonti, ribadendo che “mettere in discussione una legge naturale millenaria, significa privilegiare un salto nel buio da creare un vuoto esistenziale di una portata storica inimmaginabile” (6).
Sappiamo che le religioni nascono nel tentativo di dare un senso all’esistenza e di salvarci da una condizione di disperazione al pensiero della malattia, della morte, tanto che la grandezza dell’uomo, elaborata dalla saggezza millenaria, sta proprio nel saper produrre arte, scienza, religione. E’ dal tempo di Aristotele che si pensa che l’animale non umano abbia “un’anima istintiva” perché manca di queste dimensioni spirituali e speculative. Per tal ragione, il rispetto e la stima che una bestia riscuote è un sentimento diverso da quello che può riscuotere il figlio d’uomo. L’animale non ha coscienza e non possiede spirito critico, cose che gli evoluzionisti, ‘giocando’ con la biotecnologia, vogliono mettere in discussione.
In questo dibattito, persino un conservatore quale Giovanni Paolo II ha avallato l’evoluzionismo, purché si lasciasse aperto il principio dell’instillazione divina dell’anima, e la scienza ufficiale ha accettato quest’interpretazione. Difatti per il credente, la proposta evoluzionista non contraddice il potere universalista di Dio. Ciononostante un manipolo di pseudo-scienziati insiste nel negare qualità umane nei cosiddetti “malformati”.
Nel recente documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, "Dignitas personae", si legge: “Ad ogni essere umano, dal concepimento alla morte naturale, va riconosciuta dignità di persona e diritto alla vita”. E’ un’affermazione innovativa e di grande portata etica, riconoscibile come vera e conforme alla legge morale naturale dalla stessa ragione, a partire da solide conoscenze scientifiche ed in linea con le Carte costituzionali di tutto il mondo. “Bisogna essere fermi e decisi nella difesa della vita perché il diritto alla vita è un diritto naturale che preesiste alla nascita dello Stato moderno” (7).
Questo concetto è stato più chiaramente riproposto da Benedetto XVI nell’ultima enciclica “Caritas in Veritate”, da tutti gli osservatori considerata come la “summa della dottrina sociale della Chiesa alla prova del terzo millennio”. L’intero testo è percorso da una forte critica all’autosufficienza della tecnica, ad un nuovo ateismo, non più ideologico, ma altrettanto pericoloso perché fondato sull’indifferenza e sull’onnipotenza degli strumenti.
E’ la dimostrazione che la Chiesa non è contro la scienza, ma contro la pretesa “prometeica” secondo la quale l’umanità ritiene di potersi “riedificare” avvalendosi dei prodigi della tecnologia. Nella lettera enciclica il Pontefice, inoltre, mette in guardia sui “fraintendimenti della carità” perché senza la “verità sull’uomo” è “sterile”, improduttiva e chiarisce che la carità comunemente intesa potrebbe essere scambiata per una “riserva di buoni sentimenti e scivolare nel sentimentalismo”: al disabile, al diverso il sentimentalismo finisce per danneggiarlo. Per tal ragione Benedetto XVI invoca una “responsabilità morale nuova” che oggi sfugge a molti: quella che fa capo alla verità, alla fiducia e all’amore per l’uomo senza distinzioni di razza, ceto, o abilità personali. Conclude affermando che “senza una nuova responsabilità morale l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori, tanto più in una società globalizzata” (8).
Ancora una volta la Chiesa, come sempre e quasi da sola, coprendo il mondo di opere di carità e di ospedali, come ha fatto nei secoli, ci richiama a prenderci cura dei sofferenti, dei derelitti. Ancora una volta, con la consueta sollecitudine, fa sentire la sua voce contro l’immane massacro delle vite più indifese e innocenti (un miliardo in 40 anni), contro le ideologie della morte, contro l’odio che umilia e dilania i cuori e il mondo.
Quanto riaffermato dalla tradizione cristiana, ci avvia alla conclusione che in merito alla dignità della persona è totalmente precluso ogni criterio di discriminazione, sia in base allo sviluppo biologico, sia allo sviluppo psichico, sia culturale, sia allo stato di salute.
Non è un caso che la Chiesa in questi anni ha accentuato il richiamo al rispetto della vita come bene indisponibile, per le tragedie storiche che nel Novecento hanno portato a una tremenda sua svalorizzazione.
Sappiamo che la vita nasce da un atto di amore fisico e dall’intervento di un Ente imperscrutabile che ogni civiltà ha elaborato secondo le proprie credenze. In tutte le culture, fin dalla preistoria, si pensa che nell’essere umano coesiste una duplice natura, quella spirituale (anima) e quella animale (corpo fisico). Pertanto, se alla scienza è affidata la competenza di studiare l’origine del corpo fisico, alla fede è demandato il compito di indagare sull’origine dell’anima: e nel disabile l’anima è visibilissima.
Per Karol Wojtyla, nell’”Evangelium Vitae”, “gli scienziati della cultura della morte respingono persone come i down perché hanno il senso del soprannaturale”. “Essi si rifiutano di capire che ciò che ci appare umanamente drammatico, può rappresentare il dono della sapienza dell’Onnipotente che ci permette di osservare con l’occhio del Divino l’essenza delle cose”.
Persino Friedrich Nietzsche, dissacratore del sentimento religioso, riconosce in Gesù Cristo Colui che ha preso le difese dei deboli, reietti e “disprezzati”.
Non essendo un filosofo, lascio le considerazioni finali a questo personaggio, peraltro amato anche dagli evoluzionisti.
Con l'intento di percorrere la strada non della negazione, ma dell’affermazione e dell’identità della vita umana, Nietzsche ha riflettuto a lungo sulle conseguenze del darwinismo ateo. La deduzione più triste alla quale approdò, fu la scoperta che l’uomo potesse perdere ciò a cui tende la sua auto-trascendenza. Infatti, attribuì al cristianesimo “il più grande acquisto”: quello di “aver insegnato ad amare l’uomo per amore di Dio”, come “il sentimento finora più nobile e alto raggiunto fra gli uomini”.
Lo studioso Welsey Smith si domanda quali gravi motivi spingono questi pensatori alla Peter Singer a caldeggiare l’infanticidio. La risposta la trova a pagina 213 di “Rathing Life and Death” del 1994 dove lo stesso Singer elenca le diverse attività che una persona con sindrome di Down, non sarà mai in grado di affrontare:
“Suonare una chitarra,
“sviluppare un apprezzamento della fantascienza”,
“imparare una lingua straniera”,
“commentare l’ultimo film di Woody Allen”,
“essere un atleta stimato, un giocatore di basketball o di tennis”.
Nulla di più ridicolo, di più falso, provocatorio e fuorviante.
Piuttosto che esaltare il mito della biotecnologia eutanasica, se questi filosofi-scienziati si cimentassero a studiare l’individuo nella sua peculiarità, sicuramente avrebbero più successo. Predisponendo loro le giuste opportunità, scoprirebbero quali mete queste persone possono raggiungere.
Per giudicare bisogna conoscere, avere l’umiltà di frequentare, approfondire le emozioni e le attese del soggetto che si sta esaminando.
Evidentemente Singer e i suoi seguaci ignorano i passi da gigante fatti negli ultimi decenni dalle cure riabilitative; ignorano che mio figlio Fabio ed altri suoi compagni ed amici che frequenta o ha frequentato, anch’essi down, non solo lavorano e producono, alcuni di essi praticano anche sport agonistico. La 38enne Daniela Melluso di Treviso fa l’aiuto istruttore di ballo latino-americano. Il 26enne di Cagliari, Mauro Muscas, è campione nazionale di pattinaggio; Axel Belig di Prato, appena quindicenne è campione italiano di nuoto nella sua categoria. Che dire della trentaquattrenne umbra, Cristina Acquistapace, ordinata suora da Monsignor Maggiolini, che ora affianca le missionarie in Kenia? “La sindrome di Down – spiega suor Cristina – per me non è stata né una benedizione né una maledizione, ma il modo per capire che sono portata per certe cose piuttosto che per altre, e sono pronta ad affrontare gli impegni che ho assunto”(9).
Con buona pace di questi illustri fautori della pianificazione familiare, sono certo che quando la recente “Convenzione Internazionale sui Diritti delle Persone con Disabilità” - che riguarda la tutela del 10% della popolazione mondiale - verrà inserita nelle legislazioni dei governi nazionali, sarà per loro un brutto giorno come lo fu per il nazismo (10).
Teniamo presente che l’eugenetica contemporanea è molto più pericolosa di quella di un tempo, perché possiede mezzi molto più subdoli e sofisticati da stravolgere l’equilibrio genetico del genere umano. Ne abbiamo un riscontro in Cina, dove mancano all’appello milioni di bambine e in Nord-Corea dove si persegue l’estinzione di bambini disabili nel totale silenzio della comunità internazionale.
Vorrei concludere questo quadro inquietante, facendo mie due osservazioni caustiche del fisico Welsey Smith laddove ci mette in guardia sull’operato di alcuni scienziati:
“I medici olandesi hanno eliminato i malati che lo chiedevano, i disabili che lo chiedevano e, da ultimi, i nuovi nati che non lo hanno mai chiesto. …se si apre questa cultura non c’è più modo di fermarsi”.
E ancora:
“Dopo la seconda guerra mondiale i medici tedeschi furono impiccati per crimini contro l’umanità e per aver ucciso bambini disabili. Tuttavia sotto la leadership di Peter Singer, l’infanticidio è diventato rispettabile. …Se questo trend continuerà, dovremo scusarci per aver giustiziato quei medici”.
NOTE
1. Cfr. http://staminali.aduc.it/php_newsshow_0_1967.html .
2. Cfr. www.aduc.it, “Vivere e Morire di Eutanasia”.
3. “Corriere della Sera” del 17 febbraio 1997.
4. A. Brass, A. Gemelli, “L'origine dell'uomo e le falsificazioni di Haeckel”, Editrice Fiorentina, 1910 pag 99.
5. Antonino Zichichi, “Perché credo in Colui che ha fatto il mondo”, Il Saggiatore, Milano, 1999.
6. G. Sermonti, “Dimenticare Darwin”, Rusconi, 1999 e “Tra le quinte della scienza-Profeti e Professori”, Di Renzo, Roma, 2007.
Altre esaurienti risposte ce le fornisce il genetista Innocenzo Timossi in “Oltre il Big Bang e il Dna, Elledici, Rivoli, 2007).
7. Cfr. http://www.zenit.org/article-16613?l=italian, 12 dicembre 2008.
8. Benedetto XVI, Lett. enc. “Caritas in Veritate”, San Paolo, Roma, luglio 2009, pp. 71-77.
9. Cfr. http://www.unoinpiu.org/blog/?p=45.
10. A Nizza nel 2002 il Consiglio dell’U.E., varando la “Carta dei Diritti fondamentali”, all’articolo 3 comma 2, ha espressamente vietato le pratiche eugenetiche negative e inserito uno stretto controllo sull’avanzamento delle biotecnologie; quelle che erano praticate i quei Paesi che fin dagli anni venti, prevedevano nelle loro legislazioni pratiche eugenetiche, comprese le sterilizzazioni.
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lunedì 1 giugno 2009
E ADESSO COME LA METTIAMO "signora Maraini" ?
Non è mio costume trattare di gossip ma, visto che l’”affaire” Berlusconi/Veronica/Noemi ha preso la piega di un caso di alta politica (sperando che la magistratura faccia al più presto il suo corso) con la vergognosa campagna Repubblica-Espresso-Franceschini, non posso rinunciare a confermare la mia solidarietà al nostro premier che ancora una volta, in questo scorcio di campagna elettorale, viene preso di mira dalla stampa internazionale con pretese moralizzanti, presumibilmente pilotata dalle opposizioni presenti in certe Commissioni di Bruxelles. Non è la prima volta che una certa stampa estera mostra il suo volto becero e frivolo nei confronti dell’Italia. Oggi attaccando l’italiano più potente, nel 2006 Papa Benedetto XVI quando a Ratisbona si “scagliò” contro l’islam fondamentalista. Ho il sospetto che quotidiani come l’anglicano Times e il madrileno El Pais, epigoni del comunista Liberation, accomunati nel diffondere falso moralismo e relativismo (tutti al soldo arabo), siano sulla stessa lunghezza d’onda, diametralmente opposta alla cristianissima Italia. E’ un losco grumo di interessi, tesi a demonizzare l’avversario ritenuto un nemico da abbattere con la calunnia.
La lettera di solidarietà a Veronica Lario pubblicata il 27 maggio sul Corriere delle Sera dalla nobildonna e scrittrice Dacia Maraini, mi offre il destro per provare la strumentalità di cui certi personaggi che, dall’alto della loro “cattedra”, usano vicende private altrui per rilanciare certe ideologie tarde a tramontare e che hanno a lungo inquinato la convivenza civile nel nostro Paese.
La lodevole solidarietà espressa dalla scrittrice a Veronica scade in una rabbiosa intolleranza verso il genere femminile che, almeno tra le giovani generazioni, è pressoché inesistente. La lettera traspira un inusitato veleno contro il maschio, reo di usare e abusare della donna. A suo dire, i quotidiani controllati dal marito puzzerebbero di una nuova forma di misoginia, fatta di una “falsa ammirazione per le bellezze femminili che nasconde aggressività e disprezzo”.
Sull’onda del livore marainiano, fuori dai denti, potremmo cominciare a domandarci perché le donne si sentono oggetto di conquista? Non sarà che siano proprio certe rampanti di “buona famiglia” le artefici di questo costume quando, mostrando spudoratamente la loro intimità, bramano visibilità per conquistarsi fette di mercato presso chi detiene il potere? Peccato che la lettera esordisce col compatire la “povera Veronica, donna sola e abbandonata”. Evidentemente la Maraini non conosceva certi antefatti, svelati il giorno dopo dalla Santanchè sul quotidiano Libero. In un impeto di amore per la verità o forse anch’essa attratta dal fascino di Berlusconi (?), cui poche donne fanno mistero, l’onorevole Daniela Santanchè afferma che Veronica da tempo si affianca a un 47enne, il signor Alberto Orlando, responsabile della sicurezza a Villa San Martino e “con lui condivide progetti, interessi e vacanze”. Fatto di cui lo stesso Berlusconi conferma e che, per ragioni di privacy, avrebbe preferito non fossero resi pubblici. Secondo la leader del Movimento per l’Italia, "Il Premier non ha sfasciato nessuna famiglia, ha tentato di tutto per tenerla in piedi.
Se non ricordo male la stessa Santanchè tempo fa, riferendosi a Berlusconi, non alludeva ad un certo maschilismo berlusconiano parlando di “concezione orizzontale della donna” e infiocchettando l’affermazione da un eloquente “Silvio, non te la do”? Strano mondo quello dei politici nostrani. Scagli la prima pietra chi è senza peccato…
Ma andiamo avanti, vediamo più compiutamente cosa riferisce l'onorevole, colpita sulla strada di Damasco.
Per il principio di riservatezza, Berlusconi, diversamente da tutti i capi di Governo, avrebbe rinunciato ad avere al suo fianco la sua donna; avrebbe accettato che l’Italia non avesse una first lady e mettendo da parte il suo orgoglio di uomo, avrebbe pensato principalmente ai figli, ai nipotini e alla importante carica che ricopre. Sempre secondo la Santanchè, il Berlusca con la moglie avrebbe fatto un patto: “Andiamo avanti, non sfasciamo tutto”. In buona sostanza ha fatto quello che pochi uomini avrebbero il coraggio di fare. “Cosa gli sarebbe costato divorziare e rifarsi una famiglia?” Non sarebbe il primo caso: Sarkozy docet.
Il buon senso comune insegna che il torto non è mai da una sola parte.
Nonostante al premier sia apparsa come una pugnalata alle spalle, ancora una volta ha dimostrato un fair-play ed una signorilità anche da Vespa quando, incalzato sulla domanda cosa pensa della sua signora, ha ribadito “sono cose private, non ne parlo in pubblico”. Secondo “La Stampa” la notizia l’avrebbe ricevuta al rientro a Villa San Martino, all'una di notte dalla televisione, mentre i telegiornali annunciavano la richiesta di divorzio avanzata da sua moglie Veronica. Dice niente tutto questo alla Maraini che va vaneggiando un maschilismo d’altri tempi? Non è certo una bella storia. Ma tant’è. Alla luce di questi fatti, per i quali l'unica smentita (peraltro da provare) proviene dal supposto amante, sarebbe interessante, conoscere il parere della signora Maraini.
Francesco Pugliarello
La lettera di solidarietà a Veronica Lario pubblicata il 27 maggio sul Corriere delle Sera dalla nobildonna e scrittrice Dacia Maraini, mi offre il destro per provare la strumentalità di cui certi personaggi che, dall’alto della loro “cattedra”, usano vicende private altrui per rilanciare certe ideologie tarde a tramontare e che hanno a lungo inquinato la convivenza civile nel nostro Paese.
La lodevole solidarietà espressa dalla scrittrice a Veronica scade in una rabbiosa intolleranza verso il genere femminile che, almeno tra le giovani generazioni, è pressoché inesistente. La lettera traspira un inusitato veleno contro il maschio, reo di usare e abusare della donna. A suo dire, i quotidiani controllati dal marito puzzerebbero di una nuova forma di misoginia, fatta di una “falsa ammirazione per le bellezze femminili che nasconde aggressività e disprezzo”.
Sull’onda del livore marainiano, fuori dai denti, potremmo cominciare a domandarci perché le donne si sentono oggetto di conquista? Non sarà che siano proprio certe rampanti di “buona famiglia” le artefici di questo costume quando, mostrando spudoratamente la loro intimità, bramano visibilità per conquistarsi fette di mercato presso chi detiene il potere? Peccato che la lettera esordisce col compatire la “povera Veronica, donna sola e abbandonata”. Evidentemente la Maraini non conosceva certi antefatti, svelati il giorno dopo dalla Santanchè sul quotidiano Libero. In un impeto di amore per la verità o forse anch’essa attratta dal fascino di Berlusconi (?), cui poche donne fanno mistero, l’onorevole Daniela Santanchè afferma che Veronica da tempo si affianca a un 47enne, il signor Alberto Orlando, responsabile della sicurezza a Villa San Martino e “con lui condivide progetti, interessi e vacanze”. Fatto di cui lo stesso Berlusconi conferma e che, per ragioni di privacy, avrebbe preferito non fossero resi pubblici. Secondo la leader del Movimento per l’Italia, "Il Premier non ha sfasciato nessuna famiglia, ha tentato di tutto per tenerla in piedi.
Se non ricordo male la stessa Santanchè tempo fa, riferendosi a Berlusconi, non alludeva ad un certo maschilismo berlusconiano parlando di “concezione orizzontale della donna” e infiocchettando l’affermazione da un eloquente “Silvio, non te la do”? Strano mondo quello dei politici nostrani. Scagli la prima pietra chi è senza peccato…
Ma andiamo avanti, vediamo più compiutamente cosa riferisce l'onorevole, colpita sulla strada di Damasco.
Per il principio di riservatezza, Berlusconi, diversamente da tutti i capi di Governo, avrebbe rinunciato ad avere al suo fianco la sua donna; avrebbe accettato che l’Italia non avesse una first lady e mettendo da parte il suo orgoglio di uomo, avrebbe pensato principalmente ai figli, ai nipotini e alla importante carica che ricopre. Sempre secondo la Santanchè, il Berlusca con la moglie avrebbe fatto un patto: “Andiamo avanti, non sfasciamo tutto”. In buona sostanza ha fatto quello che pochi uomini avrebbero il coraggio di fare. “Cosa gli sarebbe costato divorziare e rifarsi una famiglia?” Non sarebbe il primo caso: Sarkozy docet.
Il buon senso comune insegna che il torto non è mai da una sola parte.
Nonostante al premier sia apparsa come una pugnalata alle spalle, ancora una volta ha dimostrato un fair-play ed una signorilità anche da Vespa quando, incalzato sulla domanda cosa pensa della sua signora, ha ribadito “sono cose private, non ne parlo in pubblico”. Secondo “La Stampa” la notizia l’avrebbe ricevuta al rientro a Villa San Martino, all'una di notte dalla televisione, mentre i telegiornali annunciavano la richiesta di divorzio avanzata da sua moglie Veronica. Dice niente tutto questo alla Maraini che va vaneggiando un maschilismo d’altri tempi? Non è certo una bella storia. Ma tant’è. Alla luce di questi fatti, per i quali l'unica smentita (peraltro da provare) proviene dal supposto amante, sarebbe interessante, conoscere il parere della signora Maraini.
Francesco Pugliarello
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