Francesco Pugliarello da L’Occidentale.it
9 Giugno 2008
Prima o poi tutti i nodi vengono al pettine. Il conto della dimensione e dell’urgenza dei problemi che stanno per mettere in ginocchio l’intera economia del mondo occidentale si intrecciano con il vertiginoso aumento del prezzo del greggio e la massiccia immigrazione e ancora una volta, come il dopo 11 settembre 2001, la soluzione è affidata alla lungimiranza ed alla saggezza del governo Berlusconi.
E’ pur vero che buona parte del sovrapprezzo del greggio dipende dai Paesi energivori come la Cina e l’India ed anche dalla prospettiva dell’esaurimento dell’energia estrattiva, tuttavia ci sfugge che la radice di questo bubbone affonda nelle politiche miopi e lassiste del trentennio trascorso. Con la stretta imposta all’immigrazione illegale fino a renderla reato, il Governo certamente non avrà dimenticato che siamo caduti in un tranello, studiato a tavolino, dal cartello dei Paesi produttori di petrolio, che prende le mosse al tempo della costituzione dello Stato di Israele e si radica nella grande crisi energetica dell’inverno 1973. E’ come se l’Occidente, incapace di perseguire degli interessi comuni, avesse abdicato al potere del cuore e della ragione con la controversa “questione islamica”.
Il retroscena del ricatto subito da parte dei paesi produttori di petrolio, ce lo ricorda Bat Ye’or (Giselle Littman), nel suo “Eurabia” - come l’Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita - testo che ha ispirato la nostra Oriana Fallaci. Questa signora egiziana, di nazionalità inglese, ha utilizzato il termine Eurabia da un preciso progetto politico promosso dalla omonima rivista fondata a Parigi nel 1975 a seguito della guerra del Kippur. L’ideatore del “Piano Eurabia” è Lucien Bitterlin, noto militante “pro-arabe”, presidente dell’Associazione per la solidarietà franco-araba, esecutore e finanziatore del Comitato Europeo di Coordinamento delle Associazioni per l’amicizia con il Mondo Arabo, un’organizzazione forse ancora attiva presso l’attuale Unione Europea.
Mentre infuriava l’aggressione araba impegnata ad estendere il nazionalsocialismo nasseriano sulla neo-democrazia israeliana, i rappresentanti dell’OPEC riuniti a Kuwait City, per punire l’Occidente per la sua politica filo-israeliana, che moralmente stava sostenendo lo Stato ebraico, decidono di utilizzare il petrolio come arma di pressione. Imposero l’embargo riducendo le forniture al lumicino quadruplicandone il prezzo fino a provocare una crisi energetica senza precedenti. In tal modo accelerarono il progetto integrazionista parigino: un ricatto inaudito in cui, per la prima volta, un paese vincitore soccombe alla coercizione dei vinti. Ad un mese da quell’intollerabile gesto, Georges Pompidou e Willy Brandt ritennero che fosse necessario ed utile promuovere una solida amicizia con quei Paesi, proponendo “petrolio in cambio di braccia da lavoro” (leggi immigrazione musulmana): una
ghiotta occasione per estendere il califfato sul territorio europeo. A quest’incontro ne seguirono altri con i rappresentanti della Lega Araba a Copenhagen, a Bonn, a Parigi, a Damasco, a Rabat: tutte manovre tese a sancire la “svendita” dell’Europa al Cartello musulmano ed ampiamente documentate nella rivista Eurabia.
Secondo la Bat Ye’or: “Il fine era quello di creare una identità culturale mediterranea pan-euroaraba che permettesse la libera circolazione di persone e merci e determinasse in modo pesante le politiche migratorie nella Comunità Europea”. Sennonché il risultato della politica dell’UE degli ultimi decenni, il cui progetto originario era “l’idea di garantire la pace in Europa, è stato invece rimpiazzato dall’altro progetto di ispirazione francese di unire l’Europa ed il mondo arabo in un unico blocco economico, politico, culturale e strategico contro Israele e gli USA” [atti del convegno 14 giugno 2007 presso la Biblioteca del Senato della Repubblica promosso da Marcello Pera]. Non a caso il cartello dei Paesi del Golfo stanno ammassando nei nostri forzieri bancari buona parte degli ingenti profitti petroliferi per poi apprestarsi ad acquistare pezzi di banche e di industrie al miglior prezzo, dopo aver strozzato la nostra economia.
Le sanatorie, l’aumento delle quote d’ingresso, offrendo persino alloggi e asili nido gratis, buoni bebè e altri privilegi e agevolazioni riservati a stranieri che non vogliono integrarsi, discendono da questi trattati che l’Italia del compromesso cattocomunista supinamente ha adottato. L’ultimo atto intimidatorio ci è stato rivolto da Saif El Islam, figlio del leader libico Muammar Gheddafi, quando al momento della formazione del nuovo governo, ha tentato di impedire con minacce diplomatiche la nomina a ministro di Roberto Calderoni. Ma Berlusconi, senza farsi intimidire peraltro anche dalla Lega araba, ha tirato dritto per la sua strada. Con questa mossa finisce l’epoca della sovranità limitata del nostro Paese; finisce la tolleranza all’ingresso alle frontiere di sconosciuti e di questo passo, ci auguriamo, finirà anche la costruzione incontrollata di moschee che nel tempo si sono rivelate covi di fazioni politiche che si contendono il nostro suolo e il più delle volte diretti da sedicenti capi spirituali privi di controllo e da oscuri personaggi provenienti dalle madrasse del Pakistan e dello Yemen finanziate con i petrodollari dei regimi sauditi, ma che nulla hanno a che vedere con la cultura e la civiltà del mondo arabo le cui tracce sono ancora presenti in molte regioni europee.
Bene infine ha fatto Berlusconi a rispondere alle critiche del Vaticano e dell’ONU convertendo il decreto sul reato di immigrazione clandestina in disegno di legge affidandolo al dibattito dei rappresentanti della sovranità popolare. E’ un monito che Bruxelles dovrebbe riconsiderare con grande attenzione.
from: http://www.loccidentale.it/articolo/sull%27immigrazione+il+governo+%C3%A8+sulla+strada+giusta.0052539
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martedì 10 giugno 2008
lunedì 5 novembre 2007
Il Leviatano necessario
di Raffaele Iannuzzi - 3 novembre 2007 (da: ragionpolitica.it)
Un cittadino romeno, intervistato, ha candidamente confessato che lui e i suoi connazionali vengono in Italia perché sanno che da noi non andranno mai in galera. Quando si dice che ciò che conta è la chiarezza delle idee. Idee chiare e distinte. E' il clima di assoluta impunità che sta corrodendo lentamente ma sistematicamente la percezione della sicurezza dei cittadini. E di percezione si vive o si muore. Soprattutto oggi. I romeni sono, da questo punto di vista, i più fini antropologi, hanno infatti colto il clima generale di debolezza e di insicurezza ed è per loro davvero dolce naufragar in questo mare, affogando l'Italia in un mare di delitti. Impuniti. Spesso impuniti. Il tragico caso della signora Giovanna Reggiani è l'esemplare e barbaro esito di una catena di indifferenze e di ipocrisie istituzionali.
Veltroni chiede oggi espulsioni quando, da cinque anni, ha tollerato, ad uso politico interno, le baraccopoli vicine ai centri abitati. Ha tollerato l'intollerabile e oggi richiama l'attenzione polemica di Rifondazione che, con fare delirante, dà del razzista a chi pone la questione sicurezza, questione di evidente natura popolare, riguardante soprattutto le periferie tanto amate dai comunisti quando votano i loro candidati. A suo tempo, Francesco Giro, il coordinatore regionale di Forza Italia del Lazio, aveva filmato dalle finestre della sua abitazione a Trastevere il teppismo e il vandalismo dominanti nella ex capitale più sicura d'Europa. Eravamo in agosto, quando l'Italia, crisi o non crisi, emigra là dove tutto tace, che sia la memoria di vite vissute e spese per qualcosa o semplicemente luoghi balneari, soprattutto low cost. Dunque silenzio o poca attenzione.
Oggi, con il cadavere di Giovanna Reggiani di fronte agli occhi, il governo muta linea o, meglio, compie il dovere d'ufficio che avrebbe dovuto compiere a tempo debito. E' ormai universalmente nota la disposizione europea che prevede l'espulsione anche dei cittadini comunitari qualora siano delinquenti o non abbiano mezzi di sussistenza dignitosi. Per il Corriere della Sera, la signora Reggiani è «la donna», cinico epiteto che mostra imbarazzo, il solito imbarazzo dei piccolo-borghesi che affollano le centrali dei poteri bancari. Per costoro, la sicurezza è questione popolare, populistico-demagogica, di partigianeria rozza e becera, roba da taverne, non da eleganti e angelicati sushi bar. Questa è l'Italia che si appresta a proclamare defunto il governo Prodi dopo averlo sostenuto a spada tratta. Questa è l'Italia che apostrofa come razzisti migliaia di operai e cittadini che desiderano soltanto vivere tranquillamente e poter passeggiare per le strade delle loro città senza doversi sempre guardare le spalle. Altrimenti, si finisce per comprare la pistola e si fa la scelta estrema di organizzare le ronde.
La destra deve, su questo punto, essere radicalmente alternativa alla sinistra a diventare partigiana della sicurezza, con un tasso di tolleranza zero adeguato alla reale situazione. Amato, in un'intervista pubblicata questa settimana sull'Espresso, paradossalmente e - dopo il tragico assassinio di Giovanna Reggiani, evidentemente non prevedibile - quasi grottescamente dedicata al «pacchetto sicurezza», afferma che la tolleranza zero è un linguaggio che non gli appartiene. Non ne dubito. D'altra parte, non gli è appartenuta neppure l'idea di un decente «pacchetto sicurezza»; se poi pensiamo che cita Tariq Ramadan in materia di laicità dello Stato, siamo pronti a metterci la mano sul fuoco che una certa cultura non gli appartenga. Ma è questo il punto nodale. La cultura, cioè la capacità di vedere la realtà per quel che è, approntando le misure concrete adeguate a risolvere i problemi dei cittadini. Ritornare alla realtà equivale a dichiarare, sine ira ac studio, che i romeni sono un problema per il nostro Paese e che delinquono più degli altri gruppi di immigrati, perfino più degli albanesi. Certo, delinquono di più perché sono di più, 556.000 per l'esattezza, ma non è allora forse il caso di dire che sono troppi, spesso irregolari e potenzialmente criminali? Lo dicono i fatti, non l'ideologia di questo o quello. Contra factum non valet argumentum. Per noi, ma non per i pragmatici riformisti anglosassoni che abbiamo al governo, i progressisti del nuovo Pd.
Ma, a ben guardare, non dovrebbe forse essere questo il tanto sbandierato pragmatismo dei sedicenti «riformisti»? Un sano e costante ritorno alla realtà, senza troppi peli sulla lingua? Evidentemente no, anche perché l'ultima ideologia è non avere ideologie e, senza di esse, spesso neppure criteri di valutazione dello stato oggettivo delle cose. La neutralità non esiste, ma la partigianeria, così cara anche a Gramsci, padre putativo di tutti loro, dopo la creazione del pantheon veltroniano, può funzionare. Basterebbe avere qualche idea di società in testa. Chissà, forse Ferrara potrà spiegarci meglio la sintassi politica esoterica di questa nuova «follia» italiana, il Pd. Lungi dall'essere questa una sterile e inopportuna polemica politica, qui è in ballo ben altro, la sostanza del governo delle cose. Infatti, per ora, la classe dirigente della sinistra neo-dem è l'apoteosi dell'indifferenza o della reazione tardiva, a cadavere sbranato dalla violenza omicida.
Il loro problema è che sono anche «progressisti». I «progressisti», si sa, sono quelli che preferiscono che un romeno non venga incarcerato pur di salvaguardare il protocollo del «pacchetto sicurezza», dopodiché ammantano questo spirito cosiddetto garantista con razionalizzazioni giuridiche, del tipo: è lo Stato di diritto, bellezza. Amato fa sempre così. Ma non soltanto Amato. Temo che una certa subcultura cattolica, assai devota all'idolatria post-conciliare, abbia pensieri non molto dissimili. E temo anche che questa subcultura post-conciliare alligni anche tra qualche vetusta gloria dell'attuale centrodestra. E che siffatta presenza cattolica post-conciliare chiuda la bocca, con eccessi di zelo degni di miglior causa, a molti esponenti del centrodestra, rei di essere partigiani della sicurezza. Già, perché i partigiani della sicurezza sono troppo di destra. Il Leviatano va bene ma fino a un certo punto, dopo scatta la reazione pavloviana anti-fascista, anti-manganello e filo-aspersorio, quindi la devozione alla Caritas ed alla Comunità di Sant'Egidio, infine al vescovo di riferimento della propria diocesi, che ancora serve a qualcosa quando si va a votare.
Non mi illudo: se non passa la cultura weberiana, almeno weberiana, dello Stato detentore del monopolio legittimo della forza e dunque legittimato a prendere i criminali, a farli processare dai giudici, a sbatterli in galera, la destra sarà sempre culturalmente minoritaria. E non mi riferisco allo scavalcamento da sinistra da parte di Cofferati e Domenici, questa è politica da transatlantico. Anche qui è in ballo roba grossa, di sostanza. E', questo, un problema di cultura nel senso lato del termine, la cultura essendo anche una remora fin troppo appiccicaticcia quando si tratta di agire per il bene comune, tanto sbandierato anche in area non cattolica. Il bene comune oggi ha un nome specifico, essenziale, determinante: sicurezza. Con la sicurezza, la democrazia diventa un luogo di consapevolezza dei diritti e dei doveri, uno spazio comunitario vivibile, dunque non soggetto a devastanti e permanenti critiche. Tutte le critiche alle democrazie occidentali sono dettate dal deficit di sicurezza. Giuliani, a New York, l'ha compreso, come ha compreso che le democrazie, nella globalizzazione, abitano soprattutto nelle città. Grandi e piccole. Comunque nelle città. Genova è diventata una città simbolo della mancata sicurezza e dell'aggressione eversiva. Una città, un luogo antropologico, fisico, sociale e simbolico. Questa è la realtà postmoderna, che subisce aggressioni eversive-criminali e comunemente criminali. Ma sempre di violenza illegittima si tratta.
L'unico a detenere il monopolio legittimo della forza fisica è lo Stato. Il Leviatano. Il Leviatano necessario. Sarà anche sgradevole scriverlo, ma è la verità: in Svizzera, Blocher ha vinto perché ha capito che il problema numero uno è la sicurezza. E all'Italia conviene che vinca la destra, avendo una sinistra così minoritaria quando si auto-proclama riformista e rozzamente ideologica quando si fregia dell'aggettivo qualificativo passepartout «radicale». La realtà sta indicando però l'ennesima tragedia dell'indifferenza dei «progressisti» e dei «cittadini perbene», quelli di cui parlava Beppe Viola in un'altra Italia, ignara ancora del lassismo a prova di Stato di diritto.
Raffaele Iannuzzi
iannuzzi@ragionpolitica.it
Un cittadino romeno, intervistato, ha candidamente confessato che lui e i suoi connazionali vengono in Italia perché sanno che da noi non andranno mai in galera. Quando si dice che ciò che conta è la chiarezza delle idee. Idee chiare e distinte. E' il clima di assoluta impunità che sta corrodendo lentamente ma sistematicamente la percezione della sicurezza dei cittadini. E di percezione si vive o si muore. Soprattutto oggi. I romeni sono, da questo punto di vista, i più fini antropologi, hanno infatti colto il clima generale di debolezza e di insicurezza ed è per loro davvero dolce naufragar in questo mare, affogando l'Italia in un mare di delitti. Impuniti. Spesso impuniti. Il tragico caso della signora Giovanna Reggiani è l'esemplare e barbaro esito di una catena di indifferenze e di ipocrisie istituzionali.
Veltroni chiede oggi espulsioni quando, da cinque anni, ha tollerato, ad uso politico interno, le baraccopoli vicine ai centri abitati. Ha tollerato l'intollerabile e oggi richiama l'attenzione polemica di Rifondazione che, con fare delirante, dà del razzista a chi pone la questione sicurezza, questione di evidente natura popolare, riguardante soprattutto le periferie tanto amate dai comunisti quando votano i loro candidati. A suo tempo, Francesco Giro, il coordinatore regionale di Forza Italia del Lazio, aveva filmato dalle finestre della sua abitazione a Trastevere il teppismo e il vandalismo dominanti nella ex capitale più sicura d'Europa. Eravamo in agosto, quando l'Italia, crisi o non crisi, emigra là dove tutto tace, che sia la memoria di vite vissute e spese per qualcosa o semplicemente luoghi balneari, soprattutto low cost. Dunque silenzio o poca attenzione.
Oggi, con il cadavere di Giovanna Reggiani di fronte agli occhi, il governo muta linea o, meglio, compie il dovere d'ufficio che avrebbe dovuto compiere a tempo debito. E' ormai universalmente nota la disposizione europea che prevede l'espulsione anche dei cittadini comunitari qualora siano delinquenti o non abbiano mezzi di sussistenza dignitosi. Per il Corriere della Sera, la signora Reggiani è «la donna», cinico epiteto che mostra imbarazzo, il solito imbarazzo dei piccolo-borghesi che affollano le centrali dei poteri bancari. Per costoro, la sicurezza è questione popolare, populistico-demagogica, di partigianeria rozza e becera, roba da taverne, non da eleganti e angelicati sushi bar. Questa è l'Italia che si appresta a proclamare defunto il governo Prodi dopo averlo sostenuto a spada tratta. Questa è l'Italia che apostrofa come razzisti migliaia di operai e cittadini che desiderano soltanto vivere tranquillamente e poter passeggiare per le strade delle loro città senza doversi sempre guardare le spalle. Altrimenti, si finisce per comprare la pistola e si fa la scelta estrema di organizzare le ronde.
La destra deve, su questo punto, essere radicalmente alternativa alla sinistra a diventare partigiana della sicurezza, con un tasso di tolleranza zero adeguato alla reale situazione. Amato, in un'intervista pubblicata questa settimana sull'Espresso, paradossalmente e - dopo il tragico assassinio di Giovanna Reggiani, evidentemente non prevedibile - quasi grottescamente dedicata al «pacchetto sicurezza», afferma che la tolleranza zero è un linguaggio che non gli appartiene. Non ne dubito. D'altra parte, non gli è appartenuta neppure l'idea di un decente «pacchetto sicurezza»; se poi pensiamo che cita Tariq Ramadan in materia di laicità dello Stato, siamo pronti a metterci la mano sul fuoco che una certa cultura non gli appartenga. Ma è questo il punto nodale. La cultura, cioè la capacità di vedere la realtà per quel che è, approntando le misure concrete adeguate a risolvere i problemi dei cittadini. Ritornare alla realtà equivale a dichiarare, sine ira ac studio, che i romeni sono un problema per il nostro Paese e che delinquono più degli altri gruppi di immigrati, perfino più degli albanesi. Certo, delinquono di più perché sono di più, 556.000 per l'esattezza, ma non è allora forse il caso di dire che sono troppi, spesso irregolari e potenzialmente criminali? Lo dicono i fatti, non l'ideologia di questo o quello. Contra factum non valet argumentum. Per noi, ma non per i pragmatici riformisti anglosassoni che abbiamo al governo, i progressisti del nuovo Pd.
Ma, a ben guardare, non dovrebbe forse essere questo il tanto sbandierato pragmatismo dei sedicenti «riformisti»? Un sano e costante ritorno alla realtà, senza troppi peli sulla lingua? Evidentemente no, anche perché l'ultima ideologia è non avere ideologie e, senza di esse, spesso neppure criteri di valutazione dello stato oggettivo delle cose. La neutralità non esiste, ma la partigianeria, così cara anche a Gramsci, padre putativo di tutti loro, dopo la creazione del pantheon veltroniano, può funzionare. Basterebbe avere qualche idea di società in testa. Chissà, forse Ferrara potrà spiegarci meglio la sintassi politica esoterica di questa nuova «follia» italiana, il Pd. Lungi dall'essere questa una sterile e inopportuna polemica politica, qui è in ballo ben altro, la sostanza del governo delle cose. Infatti, per ora, la classe dirigente della sinistra neo-dem è l'apoteosi dell'indifferenza o della reazione tardiva, a cadavere sbranato dalla violenza omicida.
Il loro problema è che sono anche «progressisti». I «progressisti», si sa, sono quelli che preferiscono che un romeno non venga incarcerato pur di salvaguardare il protocollo del «pacchetto sicurezza», dopodiché ammantano questo spirito cosiddetto garantista con razionalizzazioni giuridiche, del tipo: è lo Stato di diritto, bellezza. Amato fa sempre così. Ma non soltanto Amato. Temo che una certa subcultura cattolica, assai devota all'idolatria post-conciliare, abbia pensieri non molto dissimili. E temo anche che questa subcultura post-conciliare alligni anche tra qualche vetusta gloria dell'attuale centrodestra. E che siffatta presenza cattolica post-conciliare chiuda la bocca, con eccessi di zelo degni di miglior causa, a molti esponenti del centrodestra, rei di essere partigiani della sicurezza. Già, perché i partigiani della sicurezza sono troppo di destra. Il Leviatano va bene ma fino a un certo punto, dopo scatta la reazione pavloviana anti-fascista, anti-manganello e filo-aspersorio, quindi la devozione alla Caritas ed alla Comunità di Sant'Egidio, infine al vescovo di riferimento della propria diocesi, che ancora serve a qualcosa quando si va a votare.
Non mi illudo: se non passa la cultura weberiana, almeno weberiana, dello Stato detentore del monopolio legittimo della forza e dunque legittimato a prendere i criminali, a farli processare dai giudici, a sbatterli in galera, la destra sarà sempre culturalmente minoritaria. E non mi riferisco allo scavalcamento da sinistra da parte di Cofferati e Domenici, questa è politica da transatlantico. Anche qui è in ballo roba grossa, di sostanza. E', questo, un problema di cultura nel senso lato del termine, la cultura essendo anche una remora fin troppo appiccicaticcia quando si tratta di agire per il bene comune, tanto sbandierato anche in area non cattolica. Il bene comune oggi ha un nome specifico, essenziale, determinante: sicurezza. Con la sicurezza, la democrazia diventa un luogo di consapevolezza dei diritti e dei doveri, uno spazio comunitario vivibile, dunque non soggetto a devastanti e permanenti critiche. Tutte le critiche alle democrazie occidentali sono dettate dal deficit di sicurezza. Giuliani, a New York, l'ha compreso, come ha compreso che le democrazie, nella globalizzazione, abitano soprattutto nelle città. Grandi e piccole. Comunque nelle città. Genova è diventata una città simbolo della mancata sicurezza e dell'aggressione eversiva. Una città, un luogo antropologico, fisico, sociale e simbolico. Questa è la realtà postmoderna, che subisce aggressioni eversive-criminali e comunemente criminali. Ma sempre di violenza illegittima si tratta.
L'unico a detenere il monopolio legittimo della forza fisica è lo Stato. Il Leviatano. Il Leviatano necessario. Sarà anche sgradevole scriverlo, ma è la verità: in Svizzera, Blocher ha vinto perché ha capito che il problema numero uno è la sicurezza. E all'Italia conviene che vinca la destra, avendo una sinistra così minoritaria quando si auto-proclama riformista e rozzamente ideologica quando si fregia dell'aggettivo qualificativo passepartout «radicale». La realtà sta indicando però l'ennesima tragedia dell'indifferenza dei «progressisti» e dei «cittadini perbene», quelli di cui parlava Beppe Viola in un'altra Italia, ignara ancora del lassismo a prova di Stato di diritto.
Raffaele Iannuzzi
iannuzzi@ragionpolitica.it
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sabato 3 novembre 2007
SIAMO AL FALLIMENTO DELLO STATO DI DIRITTO?
Franco Frattini, vicepresidente della Commissione di Bruxelles incaricato dell'immigrazione, ritiene che l'Italia resti la sola dei grandi paesi europei a non essersi conformata alla direttiva 30 del febbraio 2007 di respingere i cittadini "non aventi mezzi per soddisfare i loro bisogni".
Lo accusa in particolare di una tolleranza "eccessiva" nei confronti dei rumeni per avere abolito le misure adottate nel 2004 che sottoponevano la loro entrata sul territorio al conseguimento di un'occupazione.
Il governo Prodi "si è spiegato la gravità della situazione soltanto quando ne non ha più avuto il controllo",
Questo si legge su alcuni giornali francesi.
I rom sono emarginati ed usati nel loro Paese, ma se combinano qualche guaio vengono sottoposti a pesantissime pene restrittive. Qualcuno da noi si permette di condannare i nostri che li sfruttano col caporalato.
Prodi lo sapeva quando stava per aprire la frontiera alla Romania a cosa saremmo andati incontro. Poco è cambiato in quello Stato da quando per scappare dalla tirannia si tuffavano nel Danubio rischiando le mitragliate dei cecchini. Lo sapevano tutti. Lo sapevo anch’io.
Al tempo di Cheausescu (fine anni '70) soggiornai per circa un mese in quel paese. Sapendo da me ch’ero stato in quel di Craiova ed avevo rischiato la vita per una piacevole avventura, il capo dei vigili del fuoco di Timisoara mi confidò : “vedrai faremo quanto prima la rivoluzione contro il satrapo, chiameremo i disperati di quelle zone malfamate come la Transilvania e la regione di Craiova (infestate di rom) al momento giusto, per dare sostegno alla cittadinanza che non ce la fa più”.
Ricordate il ministro Ferrero quando appena il mese scorso in una riunione alla Camera del Lavoro di Milano incitava alla rivolta i rappresentanti degli immigrati contro i Consolati per la lentezza delle pratiche di ricongiungimento? Ebbene ora se ne lava le mani: in Consiglio dei Ministri, sul decreto sicurezza si astiene.
Tutti sanno che molti Comuni, almeno per certo qui a Firenze, fino ad ieri hanno elargito 30 euro a capo a quelli dei campi nomadi per tenerli buoni, imponendo ai loro figli di frequentare le nostre scuole e tanti altri benefici a carico delle nostre comunità, oggi che Veltroni deve far “carriera” Prodi cavalca l’ira della gente cacciandoli brutalmente.
Per decenni ci hanno abbuffato di pietismo verso i diseredati, i negletti del mondo (pensiamo ai viaggi in africa “der nutella”), solo oggi si accorgono che costoro sono irrecuperabili.
Un pietismo ed una ipocrisia stucchevoli che smascherano chiaramente le loro intenzioni elettoralistiche per la fame di potere.
L’unica cosa che posso augurarmi è che questi signori del pietismo d’accatto si tolgano dalle scatole al più presto, prima che combinino altri danni.
Francesco Pugliarello
da: www.lisistrata.com
Lo accusa in particolare di una tolleranza "eccessiva" nei confronti dei rumeni per avere abolito le misure adottate nel 2004 che sottoponevano la loro entrata sul territorio al conseguimento di un'occupazione.
Il governo Prodi "si è spiegato la gravità della situazione soltanto quando ne non ha più avuto il controllo",
Questo si legge su alcuni giornali francesi.
I rom sono emarginati ed usati nel loro Paese, ma se combinano qualche guaio vengono sottoposti a pesantissime pene restrittive. Qualcuno da noi si permette di condannare i nostri che li sfruttano col caporalato.
Prodi lo sapeva quando stava per aprire la frontiera alla Romania a cosa saremmo andati incontro. Poco è cambiato in quello Stato da quando per scappare dalla tirannia si tuffavano nel Danubio rischiando le mitragliate dei cecchini. Lo sapevano tutti. Lo sapevo anch’io.
Al tempo di Cheausescu (fine anni '70) soggiornai per circa un mese in quel paese. Sapendo da me ch’ero stato in quel di Craiova ed avevo rischiato la vita per una piacevole avventura, il capo dei vigili del fuoco di Timisoara mi confidò : “vedrai faremo quanto prima la rivoluzione contro il satrapo, chiameremo i disperati di quelle zone malfamate come la Transilvania e la regione di Craiova (infestate di rom) al momento giusto, per dare sostegno alla cittadinanza che non ce la fa più”.
Ricordate il ministro Ferrero quando appena il mese scorso in una riunione alla Camera del Lavoro di Milano incitava alla rivolta i rappresentanti degli immigrati contro i Consolati per la lentezza delle pratiche di ricongiungimento? Ebbene ora se ne lava le mani: in Consiglio dei Ministri, sul decreto sicurezza si astiene.
Tutti sanno che molti Comuni, almeno per certo qui a Firenze, fino ad ieri hanno elargito 30 euro a capo a quelli dei campi nomadi per tenerli buoni, imponendo ai loro figli di frequentare le nostre scuole e tanti altri benefici a carico delle nostre comunità, oggi che Veltroni deve far “carriera” Prodi cavalca l’ira della gente cacciandoli brutalmente.
Per decenni ci hanno abbuffato di pietismo verso i diseredati, i negletti del mondo (pensiamo ai viaggi in africa “der nutella”), solo oggi si accorgono che costoro sono irrecuperabili.
Un pietismo ed una ipocrisia stucchevoli che smascherano chiaramente le loro intenzioni elettoralistiche per la fame di potere.
L’unica cosa che posso augurarmi è che questi signori del pietismo d’accatto si tolgano dalle scatole al più presto, prima che combinino altri danni.
Francesco Pugliarello
da: www.lisistrata.com
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domenica 15 aprile 2007
La battaglia di Lepanto e il nemico alle frontiere
Mentre sulle nostre televisioni si baloccano sul come e sul quando distribuire il famigerato “tesoretto”, indugiando voluttuosamente sulle starlette di vallettopoli, nel mondo dei media d’oltralpe e sui quotidiani nostrani più attenti al fenomeno terrorismo, rimbalzano notizie inquietanti di un magreb in rivolta lungo la fascia meridionale del mediterraneo per le violente incursioni perpetrate da jihadisti musulmani.
L’ emiro di al Qaeda nel Magreb, Abu Musab al Wadud, (nominato di recente da Al Zarkawi) ritornato in quelle zone agli inizi di questo mese si è già messo al “lavoro”, cercando di stringere alleanze con quei fanatici già presenti in Marocco ed in Algeria con l’intento di creare una articolazione di gruppi armati con forte radicamento locale in una vasta rete transnazionale per raggiungere l’ambizioso obiettivo di “lottare fino a quando i nostri piedi cammineranno sulla nostra Andalusia rubata e su Gerusalemme profanata”. E questo avverrà, secondo l’emiro, allorché “i combattenti (qaedisti) ritorneranno dall’Irak con le loro terribili competenze”. C’è da scommetterci che al Wadud manterrà la parola, visto che appena due mesi prima, ripiegando dalla Somalia, aveva minacciato di arrivare in Algeria con intenti minacciosi. Finora il Maghreb era rimasto piuttosto al riparo da questa tendenza globale ma, con l'adesione ufficiale del Gruppo salafista per la predicazione e il combattimento (Gspc) ad al Qaeda, la situazione è cambiata. Va precisato che, pur indebolita sul piano operativo, al Qaeda svolge la funzione di referente simbolico. Stranamente gli attentati di Algeri coincidono con la notizia che le nostre forze dell’ordine hanno sorpreso e catturato cellule sospette in terra di Sardegna mentre gruppi di qaedisti collusi con i fratelli musulmani si spingevano su quelle coste prossime allo stretto di Gibilterra.
E’ il caso, a questo proposito, ricordare che i musulmani iniziarono ad effettuare incursioni sul territorio spagnolo fin dai primi dell'VIII secolo d. C., partendo proprio da quelle basi nordafricane. Secondo le cronache del tempo, i primi ad organizzare spedizioni, mirate alla pura e semplice razzia, sarebbero state le truppe islamiche del berbero Tāriq ibn Ziyād che, usufruendo delle imbarcazioni concessegli dall'esarca bizantino Giuliano, governatore di quelle coste, sarebbe sbarcato nel 711 sotto l'altura che da allora porta il suo nome: il jabal Tāriq, (la montagna di Tarik), Gibilterra appunto. Certamente erano altri tempi, si parlava di razzie tribali e di conquiste facili dovute a defezioni per lotte intestine nell’ambito del regno dei visigoti che in breve tempo crolla, quasi senza opporre resistenza.
E noi italiani, siamo pronti a fronteggiare un’eventuale offensiva destabilizzatrice come quelle subite a Parigi nel 1995, a Madrid nel 2004 o a Londra nel 2005? Come gli struzzi, ci apprestiamo a trattare con costoro, snaturando o occultando le nostre gloriose tradizioni nella speranza di non urtare la suscettibilità di quei “signori” che proclamano apertamente la riconquista dell’Occidente con l’inganno e con le intimidazioni. Come abbiamo fatto con il crocifisso, rimosso da alcune scuole e dalle Case comunali della sinistra, così facciamo con la famosa tela che evoca la Battaglia di Lepanto: è stata rimossa per ordine dell’ineffabile presidente Bertinotti dalla sala di Montecitorio, dove vengono accolte le delegazioni straniere e riposta in un luogo ad essi inaccessibile. Ma di questi gesti scellerati pochi si sono ribellati. Il quadro rappresenta la sconfitta dell'Impero Ottomano ad opera delle forze navali della cosiddetta "Lega Santa", che in quell’occasione (7 ottobre 1571) ci salvò dall’invasione dell’impero ottomano. L’importanza di questo evento merita un cenno retrospettivo, che riprendiamo dalle cronache dell’epoca.
Il terrore musulmano, allora come oggi, regnava nel Mediterraneo: l'antico Mare nostrum. La sorte dei cristiani di Cipro era simile a quella che i novelli imam, con le loro prediche, nel chiuso delle madrasse (scuole craniche), vorrebbero riservarci a noi “infedeli”; quando cioè l'Islam si stava preparando ad una “revance” su tutta l’Europa. Sulla cattedra di Pietro sedeva un teologo domenicano, con il nome di Pio V, il quale, valutando la gravità del momento, comprese che solo una guerra preventiva avrebbe salvato l'Occidente. Con parole gravi e commosse esortò le potenze cristiane ad unirsi contro gli aggressori in difesa della cristianità. La gravità era dovuta al fatto che l'espansione dei turchi si andava sviluppando anche grazie alla complicità di alcuni Paesi cristiani, come la Francia che, in nome dei suoi interessi geopolitici, incoraggiava e finanziava i turchi per indebolire il suo tradizionale nemico: la casa imperiale d'Austria. Tuttavia grazie alle insistenze del pontefice, il 25 luglio del 1570, Venezia e la Spagna si strinsero attorno al Papa concludendo l'alleanza contro i turchi. Subito dopo vi aderirono il duca di Savoia, la Repubblica di Genova e quella di Lucca, il granduca di Toscana, i duchi di Mantova, Parma, Urbino, Ferrara e l'Ordine sovrano di Malta. Si trattava di una prefigurazione dell'unità italiana su basi cristiane, vale a dire la prima coalizione politica e militare italiana che la storia ricordi.
Quei clandestini fermati a Cagliari si giustificavano dicendo di essere fuggiti dal terrore algerino, ma ad una più accurata indagine dell’intelligence nostrana sono risultate delle cellule qaediste, probabilmente in cerca di possibili basi operative. Perché rischiare la clandestinità quando sul vecchio Continente vi sono giovani provvisti di passaporto comunitario liberi di circolare indisturbati e pronti a tutto? Sono i figli degli immigrati di seconda generazione, provvisti di una nuova identità, di rientro dalla penisola arabica istruiti alla dissimulazione sotto stretto controllo delle scuole craniche degli imam più estremisti. I servizi segreti francesi (Dcse) ci precisano che provengono dalle madrasse di Damaj, un sobborgo posto a Nordovest dello Yemen in una vallata prossima al confine con l’Arabia Saudita, frequentate da migliaia di aspiranti terroristi di tutto il mondo provenienti anche dall’Europa, principalmente dalla Francia e dalla Gran Bretagna dove vengono preparati dalle “più intransigenti reti jahdiste armate”. Al momento si contano sulle dita della mano, ma quanto prima, secondo queste informazioni, saranno centinaia, pronti a scorazzare in lungo e in largo sul nostro Continente. Se questo è il quadro dello spostamento progressivo del fronte del terrorismo internazionalista islamico dall’Asia all’Africa del Nord puntando a destabilizzare i legittimi governi delle ex colonie francesi, occorre che l’Unione Europea ne prenda atto apprestandosi a varare nuove politiche migratorie e aiuti concreti ai governi dei Paesi magrebini.
Francesco Pugliarello
L’ emiro di al Qaeda nel Magreb, Abu Musab al Wadud, (nominato di recente da Al Zarkawi) ritornato in quelle zone agli inizi di questo mese si è già messo al “lavoro”, cercando di stringere alleanze con quei fanatici già presenti in Marocco ed in Algeria con l’intento di creare una articolazione di gruppi armati con forte radicamento locale in una vasta rete transnazionale per raggiungere l’ambizioso obiettivo di “lottare fino a quando i nostri piedi cammineranno sulla nostra Andalusia rubata e su Gerusalemme profanata”. E questo avverrà, secondo l’emiro, allorché “i combattenti (qaedisti) ritorneranno dall’Irak con le loro terribili competenze”. C’è da scommetterci che al Wadud manterrà la parola, visto che appena due mesi prima, ripiegando dalla Somalia, aveva minacciato di arrivare in Algeria con intenti minacciosi. Finora il Maghreb era rimasto piuttosto al riparo da questa tendenza globale ma, con l'adesione ufficiale del Gruppo salafista per la predicazione e il combattimento (Gspc) ad al Qaeda, la situazione è cambiata. Va precisato che, pur indebolita sul piano operativo, al Qaeda svolge la funzione di referente simbolico. Stranamente gli attentati di Algeri coincidono con la notizia che le nostre forze dell’ordine hanno sorpreso e catturato cellule sospette in terra di Sardegna mentre gruppi di qaedisti collusi con i fratelli musulmani si spingevano su quelle coste prossime allo stretto di Gibilterra.
E’ il caso, a questo proposito, ricordare che i musulmani iniziarono ad effettuare incursioni sul territorio spagnolo fin dai primi dell'VIII secolo d. C., partendo proprio da quelle basi nordafricane. Secondo le cronache del tempo, i primi ad organizzare spedizioni, mirate alla pura e semplice razzia, sarebbero state le truppe islamiche del berbero Tāriq ibn Ziyād che, usufruendo delle imbarcazioni concessegli dall'esarca bizantino Giuliano, governatore di quelle coste, sarebbe sbarcato nel 711 sotto l'altura che da allora porta il suo nome: il jabal Tāriq, (la montagna di Tarik), Gibilterra appunto. Certamente erano altri tempi, si parlava di razzie tribali e di conquiste facili dovute a defezioni per lotte intestine nell’ambito del regno dei visigoti che in breve tempo crolla, quasi senza opporre resistenza.
E noi italiani, siamo pronti a fronteggiare un’eventuale offensiva destabilizzatrice come quelle subite a Parigi nel 1995, a Madrid nel 2004 o a Londra nel 2005? Come gli struzzi, ci apprestiamo a trattare con costoro, snaturando o occultando le nostre gloriose tradizioni nella speranza di non urtare la suscettibilità di quei “signori” che proclamano apertamente la riconquista dell’Occidente con l’inganno e con le intimidazioni. Come abbiamo fatto con il crocifisso, rimosso da alcune scuole e dalle Case comunali della sinistra, così facciamo con la famosa tela che evoca la Battaglia di Lepanto: è stata rimossa per ordine dell’ineffabile presidente Bertinotti dalla sala di Montecitorio, dove vengono accolte le delegazioni straniere e riposta in un luogo ad essi inaccessibile. Ma di questi gesti scellerati pochi si sono ribellati. Il quadro rappresenta la sconfitta dell'Impero Ottomano ad opera delle forze navali della cosiddetta "Lega Santa", che in quell’occasione (7 ottobre 1571) ci salvò dall’invasione dell’impero ottomano. L’importanza di questo evento merita un cenno retrospettivo, che riprendiamo dalle cronache dell’epoca.
Il terrore musulmano, allora come oggi, regnava nel Mediterraneo: l'antico Mare nostrum. La sorte dei cristiani di Cipro era simile a quella che i novelli imam, con le loro prediche, nel chiuso delle madrasse (scuole craniche), vorrebbero riservarci a noi “infedeli”; quando cioè l'Islam si stava preparando ad una “revance” su tutta l’Europa. Sulla cattedra di Pietro sedeva un teologo domenicano, con il nome di Pio V, il quale, valutando la gravità del momento, comprese che solo una guerra preventiva avrebbe salvato l'Occidente. Con parole gravi e commosse esortò le potenze cristiane ad unirsi contro gli aggressori in difesa della cristianità. La gravità era dovuta al fatto che l'espansione dei turchi si andava sviluppando anche grazie alla complicità di alcuni Paesi cristiani, come la Francia che, in nome dei suoi interessi geopolitici, incoraggiava e finanziava i turchi per indebolire il suo tradizionale nemico: la casa imperiale d'Austria. Tuttavia grazie alle insistenze del pontefice, il 25 luglio del 1570, Venezia e la Spagna si strinsero attorno al Papa concludendo l'alleanza contro i turchi. Subito dopo vi aderirono il duca di Savoia, la Repubblica di Genova e quella di Lucca, il granduca di Toscana, i duchi di Mantova, Parma, Urbino, Ferrara e l'Ordine sovrano di Malta. Si trattava di una prefigurazione dell'unità italiana su basi cristiane, vale a dire la prima coalizione politica e militare italiana che la storia ricordi.
Quei clandestini fermati a Cagliari si giustificavano dicendo di essere fuggiti dal terrore algerino, ma ad una più accurata indagine dell’intelligence nostrana sono risultate delle cellule qaediste, probabilmente in cerca di possibili basi operative. Perché rischiare la clandestinità quando sul vecchio Continente vi sono giovani provvisti di passaporto comunitario liberi di circolare indisturbati e pronti a tutto? Sono i figli degli immigrati di seconda generazione, provvisti di una nuova identità, di rientro dalla penisola arabica istruiti alla dissimulazione sotto stretto controllo delle scuole craniche degli imam più estremisti. I servizi segreti francesi (Dcse) ci precisano che provengono dalle madrasse di Damaj, un sobborgo posto a Nordovest dello Yemen in una vallata prossima al confine con l’Arabia Saudita, frequentate da migliaia di aspiranti terroristi di tutto il mondo provenienti anche dall’Europa, principalmente dalla Francia e dalla Gran Bretagna dove vengono preparati dalle “più intransigenti reti jahdiste armate”. Al momento si contano sulle dita della mano, ma quanto prima, secondo queste informazioni, saranno centinaia, pronti a scorazzare in lungo e in largo sul nostro Continente. Se questo è il quadro dello spostamento progressivo del fronte del terrorismo internazionalista islamico dall’Asia all’Africa del Nord puntando a destabilizzare i legittimi governi delle ex colonie francesi, occorre che l’Unione Europea ne prenda atto apprestandosi a varare nuove politiche migratorie e aiuti concreti ai governi dei Paesi magrebini.
Francesco Pugliarello
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