martedì 29 marzo 2011

Libia/ Sarkozy e compagni fanno i furbi...

...non solo, anche egoisti.

Se osserviamo i giornali francesi scopriremo quanto è esasperatamente sciovinista quel Paese. Intanto l’Eliseo dovrà spiegarci perché non consente ai suoi ex connazionali di rientrare in patria. La Libia, come noto, è stata per un certo tempo colonia francese. Ovviamente ha le sue buone ragioni, ma come noi potrebbe collaborare a indagare sulle motivazioni di questo desiderio di ingresso. Oggi in Francia vivono ben 600.000 libici, (gran parte con doppia nazionalità) da far essere la nazione col più altro tasso di magrebini e libici tra i Paesi dell'U.E.
In questo momento centinaia di cittadini libici (profughi o clandestini) sono respinti senza troppi complimenti dalla "gendarmerie" di frontiera di Ventimiglia desiderosi di ricongiungersi con parenti e amici nella “patria” dei loro nonni.

Ci manca solo che la Francia si comporti come la Spagna a Ceuta e a Melilla (fucilarli). Sarkozy, per la sua bella faccia “elettorale” non solo se n'è fregato dell'ONU quando l'altro giorno ha attaccato precipitosamente la Libia, oggi, al carro dei lepeniani e della perfida Albione, mostra i muscoli per dimostrare ai suoi concittadini che lui l'oriundo - immigrato ungherese -, quello dell’ex impero coloniale del nord Africa, è il vero francese... Ma gli arabi non sono stupidi, ricordano il trattamento che Sarko sta loro riservando, difatti la dichiarazione del leader del Cnt libico(Consiglio Nazionale di Transizione), Mustafà Abdel Jalil, è quanto mai eloquente: “…rappresenterà il totale fallimento delle reali intenzioni del governo Francese”.

E noi italiani che facciamo? Mentre la Francia fa rispettare ciecamente il trattato di Shengen, noi ci trastulliamo sul come dove e quando sistemare questi disgraziati. Noi che abbiamo sofferto la migrazione ci facciamo troppi scrupoli con chi, approfittando degli egoismi nazionalistici scappa dal proprio Paese: nè in Eritrea, nè in Somalia, nè in Tunisia c'è guerra o pena di morte! E' vero bisogna scoprire la loro provenienza, concordare il riassorbimento con lo stato di provenienza di ciascuno di essi, o accoglierli come rifugiati ecc. Ci vuole tempo, ma nel intanto nessuno dei 27 ci da una mano. Questa è la federazione Europea? Staremo a vedere cosa decideranno i “quaranta ladroni” prima che noi ci sveglieremo esasperati e rigetteremo questa bulra che si chiama Unione Europea...!
Francesco Pugliarello

lunedì 28 marzo 2011

La "guerra" a Gheddafi è un'operazione francese

Pur propendendo per l’analisi di Piero La Porta, mi convince di più quella di Carlo Pelanda per i seguenti motivi:

1°) Perché dietro la regìa di tutta la disinformazione sul conflitto c’è al Jazeera, interessata a creare caos per coprire la Fratellanza musulmana, guidata da al Qaradawi (questo anziano signore una volata la settimana tiene i suoi sermoni in questo network internazionale contro l’Occidente e ugualmente contro Gheddafi, notoriamente schierato contro i Fratelli Musulmani);

2°) Perché il disegno francese ha una storia di lunga preparazione, più volte citata dalla nostra Oriana Fallaci e che si riferisce all’approvvigionamento energetico (il petrolio libico è il migliore che esiste sulla piazza). Riprendo pari pari quanto ebbi ad affermare su l’Occidentale in data 9 giugno 2008, “Sull’immigrazione il Governo è sulla strada giusta”:

”E’ pur vero che buona parte del sovrapprezzo del greggio dipende dai Paesi energivori come la Cina e l’India ed anche dalla prospettiva dell'esaurimento dell'energia estrattiva, tuttavia ci sfugge che la radice di questo bubbone affonda nelle politiche miopi e lassiste del trentennio trascorso. …il Governo certamente non avrà dimenticato che siamo caduti in un tranello, studiato a tavolino, dal cartello dei Paesi produttori di petrolio, che prende le mosse al tempo della costituzione dello Stato di Israele e si radica nella grande crisi energetica dell’inverno 1973. E' come se l'Occidente, incapace di perseguire degli interessi comuni, avesse abdicato al potere del cuore e della ragione con la controversa “questione islamica".

Il retroscena del ricatto subito da parte dei paesi produttori di petrolio, ce lo ricorda Bat Ye'or (Giselle Littman), nel suo “Eurabia” - come l'Europa è diventata anticristica, antioccidentale, antiamericana, antisemita - testo che ha ispirato la nostra Oriana Fallaci. Questa signora egiziana, di nazionalità inglese, ha utilizzato il termine Eurabia da un preciso progetto politico promosso dalla omonima rivista fondata a Parigi nel 1975 a seguito della guerra del Kippur. L'ideatore del “Piano Eurabia” è Lucien Bitterlin, noto militante “pro-arabe”, presidente dell'Associazione per la solidarietà franco-araba, esecutore e finanziatore del Comitato Europeo di Coordinamento delle Associazioni per l'amicizia con il Mondo Arabo, un’organizzazione forse ancora attiva presso l’attuale Unione Europea.
“Mentre infuriava l’aggressione araba impegnata ad estendere il nazionalsocialismo nasseriano sulla neo-democrazia israeliana, i rappresentanti dell'OPEC riuniti a Kuwait City, per punire l’Occidente per la sua politica filo-israeliana, che moralmente stava sostenendo lo Stato ebraico, decidono di utilizzare il petrolio come arma di pressione. Imposero l'embargo riducendo le forniture al lumicino quadruplicandone il prezzo fino a provocare una crisi energetica senza precedenti. In tal modo accelerarono il progetto integrazionista parigino: un ricatto inaudito in cui, per la prima volta, un paese vincitore soccombe alla coercizione dei vinti. Ad un mese da quell'intollerabile gesto, Georges Pompidou e Willy Brandt ritennero che fosse necessario ed utile promuovere una solida amicizia con quei Paesi, proponendo “petrolio in cambio di braccia da lavoro” (leggi immigrazione musulmana): una ghiotta occasione per estendere il califfato sul territorio europeo. A quest'incontro ne seguirono altri con i rappresentanti della Lega Araba a Copenhagen, a Bonn, a Parigi, a Damasco, a Rabat: tutte manovre tese a sancire la “svendita” dell'Europa al Cartello musulmano ed ampiamente documentate nella rivista Eurabia.

Secondo la Bat Ye'or: “Il fine era quello di creare una identità culturale mediterranea pan-euroaraba che permettesse la libera circolazione di persone e merci e determinasse in modo pesante le politiche migratorie nella Comunità Europea”. Sennonché il risultato della politica dell’UE degli ultimi decenni,
il cui progetto originario era “l’idea di garantire la pace in Europa, è stato invece rimpiazzato dall’altro progetto di ispirazione francese di unire l’Europa ed il mondo arabo in un unico blocco economico, politico, culturale e strategico contro Israele e gli USA” [atti del convegno 14 giugno 2007 presso la Biblioteca del Senato della Repubblica promosso da Marcello Pera]. Non a caso il cartello dei Paesi del Golfo stanno ammassando nei nostri forzieri bancari buona parte degli ingenti profitti petroliferi per poi apprestarsi ad acquistare pezzi di banche e di industrie al miglior prezzo, dopo aver strozzato la nostra economia”. Dunque l’America e la G.B. c’entrano relativamente… ma non possiamo affermare che Sarkozy sia il terzo incomodo avendo al momento anche degli interessi elettorali
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Francesco Pugliarello

Il down, un mondo ancora poco esplorato

Dov’è la sua diversità?

Accade in molte cliniche, specialmente d’oltralpe, che se vieni diagnosticato down tu non hai diritto a nascere. Se ti concedono di venire alla luce potrebbero impedirti di entrare nei parchi giochi, perché potrebbe farti del male salire sulla giostra: accade a Gardaland. Se frequenti la scuola, vieni affidato a un insegnate di sostegno che, per compiacere qualche collega zelante, ti isola dal resto della classe: accade in molti plessi scolastici del nostro territorio. Tu alunno down non hai diritto di partecipare a gite di istruzione con finalità didattiche, questo succede in una scuola media di Catanzaro. Se ti fanno nascere devi vivere in un villaggio fuori dei centri abitati per non disturbare i cittadini: questo accade in Russia. Mentre in qualche ambiente musulmano il down è “venerato e rispettato come un dono di Allah”, qualche volta usato anche come shahid, in Occidente è visto come un personaggio scomodo o addirittura soppresso perché improduttivo, come accade in certe popolazioni delle Ande peruviane (1). Tutto a causa di un pregiudizio riferito ai tratti somatici che, nell’ignoranza generale, a lungo ti ha considerato una sottospecie umana.

Come te, tu genitore, sei una persona scomoda, perché sei la pietra di paragone delle loro ‘certezze’: ti osservano e ti considerano uno da compatire, o addirittura da mettere da parte perché, “…chiusi nella sicurezza dell’essere normale, sono ciechi di fronte alla precarietà della vita, hanno paura di immergersi, la guardano in uno specchio che gli seleziona le immagini in modo da non esserne turbati”. È la denuncia che un giorno lanciò Giulia Basano nei confronti della società quando adottò un disabile (2) E’ una situazione imbarazzante che devi affrontare creandoti un nuovo orizzonte sociale, magari più ristretto, più concreto, comunque diverso dal comune sentire. Ennio Flaiano invocava il miracolo per riuscire ad amare la sua Luisa, malata di encefalite subito dopo la nascita; Emmanuel Mounier considerava la nascita della figlia Francesca, un dono inviato dal Cielo; qualche altro si rinchiude in se stesso fino a rovinarsi l’esistenza, o addirittura scappa via, abbandona il tetto coniugale.

E’ evidente che ignoriamo i passi da gigante che hanno fatto questi ragazzi negli ultimi decenni. Filosofi di fama internazionale che si atteggiano a eugenisti come l’animalista Peter Singer, spacciando la mansuetudine e la tolleranza di questi ragazzi con supposte incapacità e sofferenza a vivere suggeriscono di sopprimerli prima di nascere. Ignorano che Fabio ed altri compagni come lui lavorano, sono resistenti alla fatica, praticano sport e amano realmente. Ignorano o fingono di ignorare che alcuni di essi praticano anche attività agonistiche. La 39enne Daniela di Treviso fa l’aiuto istruttore di ballo latino-americano. Il 27enne Mauro di Cagliari è campione nazionale di pattinaggio. Axel di Prato, appena diciassettenne è campione italiano di nuoto nella sua categoria. Giovanni di Chieti canta in un perfetto inglese e si cimenta in balli di gruppo riscuotendo successi nei cabaret locali. Che dire della trentacinquenne umbra, Cristina Acquistapace, ordinata suora da Monsignor Maggiolini che ora affianca le missionarie in Kenia? “La sindrome di Down – spiega suor Cristina – per me non è stata né una benedizione né una maledizione, ma il modo per capire che sono portata per certe cose piuttosto che per altre, e sono pronta ad affrontare gli impegni che ho assunto”. E’ il grido di maturazione di questi ragazzi cresciuti all’ombra di internet, di televisione e di genitori responsabili: essi vogliono vivere come tutti, senza subire infingimenti.

Un’indagine del CENSIS dell’ottobre scorso dichiarava che nella quasi totalità degli italiani (il 94,3%) le persone disabili suscitano sentimenti positivi come la solidarietà e l’ammirazione per la loro tenacia e determinazione di rendersi utili. Mentre è legittimo che il 54,6 per cento prova paura per l’eventualità di potersi trovare un giorno a dover sperimentare la disabilità nella propria famiglia. Non trovo però plausibile che per il 23,3% del campione la disabilità intellettiva susciti “paura”, da far subire in queste persone discriminazione e solitudine. Non tutti sanno che se ben accettati, al loro fianco puoi far fronte ad ogni evenienza. Saranno loro a darti la forza di reagire alle avversità. È comunque un evento che ti afferra per i capelli e ti proietta in un mondo nuovo. In un mondo violento, i down sono la nuova risorsa: sono le nostre cartine di tornasole con cui puoi misurare lo spessore umano di chi ti avvicina. Nella stessa indagine si sottolinea la convinzione generalizzata (il 58% degli intervistati) che il down abbia ancora un’aspettativa di vita limitata, al massimo 40 anni, mentre in realtà oggi è cresciuta superando i 60 anni.

La verità è che nella nostra cultura essere sani, belli, tonici, senza grassi né cellulite sono segni di affermazione sociale, e non ci si rende conto che tutto questo può essere utile ad uno specchio, non a una società sempre più povera di verità e di calore umano: sentimenti troppe volte confusi con il culto del forte e dell’intelligente in cui il ‘diverso’, in certi contesti è condannato all’isolamento sociale. Siamo stati abituati a considerare i down persone non normali, in quanto partiamo dal presupposto che ciò che noi intendiamo essere normalità sia il metro di valutazione universale. Una convinzione che costringerebbe questi ragazzi ad essere e rimanere come sono percepiti nel nostro immaginario, aspettandoci che facciano cose da down. Poiché essi hanno aspetto, comportamenti e atteggiamenti diversi da chi vive un’esistenza ‘normale’, li incaselliamo e adottiamo nei loro confronti stupide convenzioni comportamentali che non li aiuta a crescere, ma soprattutto, non aiuta noi.

Se invece cominciassimo a pensare che poi non è tanto diverso dai cosiddetti normodotati, che ha problemi esistenziali come chiunque, e il grado di ritardo mentale non sempre dipende dal tipo di trisomia quanto dall’ambiente, dal clima familiare, dalle sue attività e dunque dalla qualità della sua vita, forse impareremo a conoscere meglio noi stessi. Egli è una persona che esige rispetto perché, per natura, rispetta chiunque, specie se in difficoltà come lui e, contrariamente agli stereotipi che gli abbiamo cucito addosso, è capace e cosciente. Cominciamo anche a sfatare il luogo comune secondo cui egli sia una persona felice perché mostra disinvoltura e allegria. Non sempre è così. Quando diventa adulto, si pone domande come chiunque; riflette sul suo futuro ma non sa progettarlo perché è per natura tributario di chi gli sta accanto e tale potrebbe restare con le sue ansie: non riesce a decifrarle e se è in grado, per non tubarci le camuffa. Egli saprà soltanto accettare o rifiutare quanto gli si propone, sta a noi capirlo, tenendo presente che in questa figura si condensa la fragilità e la resistenza dell’essere umano. Diventa pertanto nostro dovere sentire l’obbligo morale di ricambiare l’affetto che egli ci offre senza la pretesa di un tornaconto, perché ha bisogno di noi e non riuscirà mai a serbare rancore, nemmeno se riceverà delle contrarietà. In questo, forse solo in questo, è diverso da noi.


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(1) F. Pugliarello, “ Lo specchio nascosto dentro di noi” (testimonianze di viaggi) Centro Editoriale Toscano, Firenze 2009, pp. 33-36.

(2) G. Basano, “Nicola, un’adozione coraggiosa”, Rosemberg & Sellier, Torino 1999, p. 28

venerdì 4 marzo 2011

Difendiamo i bambini down

da http://www.ragionpolitica.it/cms/index.php/201103034049/attualita/in-difesa-dei-bambini-down.html di giovedi 03 marzo 2011


Mentre siamo sommersi da notizie di rivolte e di massacri provenienti dal versante Sud del Mediterraneo, al parlamento francese, in occasione della revisione della legge sulla bioetica, tra il silenzio e l'indifferenza dei media si sta consumando l'ennesimo tentativo di soppressione di feti innocenti, affetti da sindrome di Down. Di questo fatto ce ne informa il ginecologo Carlo Bellieni, secondo cui è stato bocciato un emendamento tendente a informare e sostenere la donna sul futuro del suo bambino diagnosticato con sindrome di Down. Proprio quando necessita di maggiore conforto, la donna viene abbandonata a sé stessa, anzi le viene suggerito l'aborto terapeutico giustificato da una fantomatica sofferenza del figlio.

La questione dei bambini in situazione di handicap da eliminare prima della nascita affonda le radici nella notte dei tempi. Nei confronti del Down è più evidente, giacché alcuni lievi tratti somatici, nell'ignoranza generale, per secoli hanno tradito un'origine equivoca. Se si vuole, l'idea della discriminazione dei meno dotati e dei «malformati» potremmo farla risalire alla temperie dell'antica Grecia, in cui il senso della vita si condensava nell'invito epicureo al «godi il presente senza curarti del domani». Buona parte della cultura di allora, come per certi versi quella attuale, era improntata alla ricerca della felicità nel godere dell'attimo fuggente. Aristotele, sulle orme del grande maestro (Platone), nel libro VII della Politica, giustificando i pregiudizi schiavistici e misogini, tipici della cultura precristiana, al riguardo suggeriva che l'organizzazione della società avrebbe dovuto rispettare la natura umana che impone la superiorità del più forte sul più debole, sì da predisporre «una legge che proibisca alle famiglie di allevare figli malformati».

Questa etica selettiva prosperò a lungo, radicandosi, a fasi alterne, nei cicli storici successivi. In seguito, come noto, sul presupposto dell'edificazione di una razza «pura» furono elaborate folli teorie, presunte superiorità genetiche e di selezione, generando la persecuzione dei meno dotati, dei meno produttivi, o comunque di chi avesse presentato un comportamento ritenuto deviante. La scoperta del Dna e la successiva manipolazione del genoma (è più facile individuare un embrione con difetto genetico come la trisomia 21), tra il silenzio e l'indifferenza generale, hanno fatto il resto, inducendo un'ansia esistenziale nelle famiglie di queste persone. Ricordiamo solo due personaggi di grande levatura morale e culturale come Arthur Miller e Albert Einstein, che vivranno nell'ossessione del senso di colpa per aver abbandonato in Istituti i propri figli disabili. Il film Figlia del silenzio, tratto dall'omonimo romanzo di Kim Edwards e riferito a un fatto accaduto in Inghilterra negli anni Sessanta, è la sintesi di quest'ansia.

Il primo tentativo di fermare questo scempio disumano si è avuto con la scoperta della causa della sindrome di Down da parte francese Jerome Lèjeune, che la individuò in un'anomalia del ventunesimo cromosoma. La figlia Clara ci riferisce che il padre definì «l'aborto praticato su bambini così socievoli, così allegri, così fanciulleschi, uno dei crimini più abominevoli», si batté come un leone perché finisse questa discriminazione e, prevedendo il facile riconoscimento in vitro, sperò che un giorno, come per la spina bifida, si potesse curare in utero. Purtroppo lo sfortunato luminare assisterà impotente allo snaturamento della sua scoperta. Difatti, negli anni Settanta, proprio in Francia una proposta di legge apre il dibattito sull'«eliminazione di neonati imperfetti». In quell'occasione l'illustre genetista, dopo essere stato applaudito dai grandi della Terra, candidato al premio Nobel, nominato esperto di genetica umana nell'Oms e successivamente primo presidente dell'Accademia Pontificia per la Vita, fu oscurato dai media di tutto il mondo e negletto da gran parte dei suoi stessi colleghi per essersi opposto tenacemente al progetto di legge sull'aborto.

Eppure il Down di oggi potrebbe rappresentare lo specchio della nostra coscienza. I nati dopo gli anni Sessanta possono ritenersi ragazzi fortunati, giacché per una sempre più larga parte dell'opinione pubblica rappresentano un valore. La ragione di quest'apprezzamento sta nel fatto che il livello di conoscenza sulle loro potenzialità è cresciuto in modo esponenziale proprio grazie a quelle associazioni di famiglie di disabili e di esperti alle quali i radical-chic francesi vogliono impedire l'accesso alle cliniche ginecologiche. I Down non sono come una certa cultura e certi accademici vorrebbero dipingerli, lasciando intuire che essi farebbero parte di una sottospecie umana «sofferente, priva di raziocinio e di autocoscienza, incapace di comunicare e di produrre». Dal punto di vista della qualità della vita, possiamo affermare che utilizzando le proprie capacità (o abilità) i Down sono in grado di raggiungere obiettivi paragonabili a quelli di tutte le altre persone.

pugliarello@ragionpolitica.it
fancesco2002.pf@libero.it

martedì 7 dicembre 2010

Chi è il down oggi?

Nessuna famiglia può appendere il cartello
“Qui non ci sono problemi"



In un tempo caratterizzato da profondi mutamenti culturali in cui tutti si confessano pubblicamente, mettendo a nudo il proprio passato, i sentimenti, le emozioni anch’io ho sentito il bisogno di rendere pubblica una testimonianza di vita vissuta con un figlio ‘speciale’. Lo faccio con il pudore di padre colpito nell’intimo da un evento che sconvolge nel veder nascere una creatura considerata ‘non normale’.

Descrivere cosa significa essere genitore di un ragazzo down non è facile perché spesso si scivola tra il pietismo e l’esaltazione che non aiutano a comprendere.

Chi ha di questi figli sa che si parla di persone meravigliose, tra loro eterogenee, che ragionano col cuore e al cuore, talvolta difficili da capire e da gestire, anche perché condizionati dall’impulsività genitoriale. Chi ha vissuto a lungo con loro ha alle spalle esperienze di vita che arricchiscono e di cui non potrà più farne a meno; sa che quando rivolgi loro uno sguardo, una parola o un sorriso te li restituiscono ingigantiti, sa che non conoscono la malizia e la cattiveria. Nondimeno chi ha avuto contatti con questi ragazzi, anche brevi, ne sente la mancanza perché è stato contagiato dall’Amore, quello vero, quello puro, quello che fa sentire l’impulso di testimoniare un sentimento che purtroppo sta divenendo sempre più raro.

Negli ultimi tempi si è scritto abbastanza sulle barriere associate al ritardo mentale, sul modo di affrontarle e abbatterle. Non ci si è però soffermati, se non marginalmente, su come un genitore, un parente, la società vivono questo cruccio relativamente al contesto emotivo del soggetto affetto da sindrome di Down e su come il soggetto medesimo vive questo disagio. La scarsa diffusione e talvolta poco accessibile letteratura in merito impongono un tipo di ragionamento che va per tentativi.

E’ sempre un insuccesso concepire un handicappato, una provocazione della natura che procura un sordo dolore periodicamente riaffiorante nella madre per un senso d’inefficienza, e nel padre per una ferita narcisista. Questi sentimenti li ritroviamo ben scolpiti e documentati in chi riesce a esprimerli, come certi personaggi più dotati colpiti da questo evento che hanno accolto figli disabili, anche con sofferenza, come il filosofo Emmanuel Mounier e lo scrittore Ennio Flaiano.

La venuta di un disabile ti sconvolge l’esistenza; con te padre e con te madre gli altri cambiano registro, ti riservano un comportamento diverso perché per loro sei un ‘diverso’, come tuo figlio, perché ritenuti persone scomode; perché sei la pietra di paragone delle sue certezze, ti osservano e ti considerano come uno da assistere, da compatire, da mettere da parte “perché,…chiuso nella sicurezza del tuo essere normale, sei cieco di fronte alla precarietà della vita, hai paura di immergerti, la guardi in uno specchio che ti seleziona le immagini in modo da non esserne turbato” – è la denuncia che un giorno lanciò Giulia Basano nei confronti della società quando adottò un disabile, “Nicola, un’adozione coraggiosa”-. E’ una situazione imbarazzante che devi affrontare creandoti un nuovo orizzonte sociale, magari più ristretto, più concreto, comunque diverso dal comune sentire. Flaiano invoca il miracolo per riuscire ad amare la sua Luisa, malata di encefalite subito dopo la nascita, Mounier, considera la nascita della figlia Francesca un dono inviato dal Cielo che traccia la via per il paradiso, qualche altro ancora si rinchiude in se stesso fino a logorarsi nella nevrosi: queste nascite sono sempre e comunque un evento che ti afferra per i capelli e ti proietta in un altro mondo.

Essere sani, belli, tonici, senza grassi né cellulite può essere utile ad uno specchio ma non a una società sempre più povera di verità e di calore umano: sentimenti, questi ultimi, troppe volte confusi con il culto del forte e dell’intelligente ed in cui il ‘diverso’, in certi contesti, è condannato all’isolamento sociale. Siamo stati abituati a considerare i down persone non normali, in quanto partiamo dal presupposto che ciò che noi intendiamo essere normalità sia il metro di valutazione universale. Una convinzione che costringe questi ragazzi ad essere e rimanere come sono percepiti nel nostro immaginario, aspettandoci che facciano cose da down. Poiché essi hanno aspetto, comportamenti e atteggiamenti diversi da chi vive un’esistenza ‘normale’, li incaselliamo e adottiamo nei loro confronti stupide convenzioni comportamentali che non li aiuta a crescere, ma soprattutto, non aiuta noi.

Cominciamo intanto a pensare che il down non è molto diverso dagli altri, che ha problemi esistenziali come chiunque e che il grado di ritardo mentale non sempre dipende dal tipo di trisomia quanto dall’ambiente, dal clima familiare, dalle sue attività e dunque dalla qualità della sua vita; cominciamo anche a sfatare il luogo comune secondo cui egli sia una persona felice perché mostra disinvoltura e allegria. Non sempre è così. Quando diventa adulto, si pone domande come qualunque persona consapevole; riflette sul suo futuro ma non sa progettarlo perché è per natura tributario di chi gli sta accanto e tale potrebbe restare, in balia di chi deciderà per lui con le sue ansie: non riesce a decifrarle o, per non tubarci, le camuffa. Egli saprà soltanto accettare o rifiutare quanto gli si propone, sta a noi capirlo, tenendo presente che in questa figura si condensa la fragilità e la resistenza dell’essere umano. Diventa pertanto nostro dovere sentire l’obbligo morale di ricambiare l’affetto che egli ci offre senza la pretesa di un tornaconto, perché ha bisogno di noi e non riuscirà mai a serbare rancore, nemmeno se riceverà delle contrarietà. In questo, forse solo in questo, è diverso da noi.

da "Lo specchio nascosto" (in rielaborazione radicale)

domenica 28 novembre 2010

Intuito e ragione, una riflessione sul disabile intellettivo

E’ noto che questi ragazzi sono guidati più dal cuore che dalla testa. Spesso si rivolgono a noi per essere confortati nelle loro decisioni dettate prevalentemente dall’istinto. Alcune volte ci sottopongono delle domande apparentemente assurde che per loro hanno un senso, ma che sfuggono al nostro raziocinio; altre, invece, si piccano su delle futilità da lasciare interdetti.

Una prevalente corrente di pensiero che fa capo al nobel delle neuroscienze, Eric Kandel, riportando indietro l’orologio della conoscenza empirica, sostiene che molte produzioni che hanno lasciato un segno tangibile sono state concepite più che dalla ragione, da meccanismi che passano dalle emozioni. Questo è evidente negli artisti, nei romantici, nei pittori che, secondo Kandel, stanno a testimoniare i limiti del raziocinio.

Lo studioso, con una lunga serie di esempi (che qui non riprendo), ci dimostra che la parte emotiva del cervello è molto più raffinata e completa di quella logico-razionale, poiché è stata “meravigliosamente rifinita” dall’evoluzione delle ultime centinaia di migliaia di anni: è quella che Gustav Jung chiamava “intelligenza emotiva” della nostra personalità e collocava nell’emisfero destro del cervello, complementare all’altro emisfero che presiede l’ambito dell’”intelligenza razionale”.

Come in ogni opinione anche questa ha il suo rovescio. È, secondo Kandel, il motivo per cui ci aggrappiamo all’illusione del razionale. Difatti, “quando l’istinto sbaglia, sbaglia di brutto, e questo sbaglio ci fa sentire traditi”. Solo allora invochiamo la ragione. In altre parole, se la parte emozionale è predominante, incontrollabile tanto da prevalere sulla parte logica che è debole, scarsamente volitiva, quest’ultima può facilmente capitolare sotto la pressione di una tempesta emotiva.

Prendendo per buono quanto sostenuto da questo studioso, dovremmo concludere che quando i nostri ragazzi si rivolgono a noi per essere confortati nelle loro azioni istintive, non è detto che siano in errore. D'altronde a supporto delle ricerche qualunque scienziato usa formule, che a loro volta furono precedute dall’intuito!

Poiché è il sentimento a guidare i nostri ragazzi, piuttosto che il pensiero astratto, è opportuno che le loro suggestioni vadano filtrate alla luce della ragione; purtroppo è difficile per noi “adulti”, che spesso le illusioni le abbiamo lasciate per strada da un pezzo, seguirli su questa strada per quanto sarebbe necessario, soprattutto con il giusto atteggiamento.

Per questi motivi penso che ogni genitore che segue con amore il processo evolutivo del proprio figlio, dovrebbe sforzarsi di capire che non sempre è bene frenarlo nelle proprie suggestioni che potrebbero avere delle motivazioni fondate, ma che a noi magari sfuggono. Dalla frequentazione di questi ragazzi ho imparato che liberare l’istinto e agevolare la spontaneità è la via migliore per seguire il proprio talento e quindi la via maestra per raggiungere la felicità. Allora, perché non imitarli? Perché forzare la loro natura? Perché spingerli ad imitare qualcun’altro?

Talvolta, senza che ce ne accorgiamo, certi slanci affettivi possono assumere anche il significato di una richiesta di dialogo, di verifica del proprio pensiero; perciò, non accettare una loro spontaneità, specie nel caso del figlio unico, può essere causa di disturbo nel loro equilibrio emotivo da indurre atteggiamenti maniacali.

Francesco Pugliarello from "Lo specchio nascosto..."

mercoledì 24 novembre 2010

Per Napoli e provincia Perché il Governo non ha preso in considerazione il THOR?

Cos'è T.H.O.R.? è più che un termovalorizzatore, una prodigiosa invenzione del CNR.

In una serie di contatti avuti a suo tempo dal sottoscritto con il dottor Paolo Plescia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), inventore di un prodigioso impianto di riciclaggio indifferenziato dell’immondizia, lo scienziato mi assicurava che il suo “dispositivo”, ancora in fase sperimentale a Messina, sarebbe stato immesso sul mercato entro l’anno, vale a dire nel 2008. E’ probabile che la notizia non piacesse ai papaveri degli inceneritori, o magari per la sua semplicità ed il basso costo/ricavo e neanche ai media perché dopo l’interesse mostrato nei primi mesi di quell’anno il THOR è precipitato sotto una coltre di un inspiegabile silenzio.

THOR è l’acronimo di “Total House Waste Recycling”, o riciclaggio completo dei rifiuti domestici, un vero e proprio divoratore di rifiuti urbani. Trattasi di una tecnologia radicalmente innovativa, ideata sviluppata e realizzata interamente in Italia dall’equipe del Plescia del CNR-ISMN (Istituto per lo Studio dei Materiali Nanostrutturati) in collaborazione con la Società privata ASSING di Roma. Secondo quanto dichiarato dal CNR le fasi di lavorazione a cui è sottoposto il rifiuto sono nell'ordine: frantumazione e vagliatura; separazioni magnetiche dei metalli ferrosi; separazioni dei metalli non ferrosi mediante correnti parassite; separazione degli inerti attraverso una divisione balistica; eventuale separazione e arricchimento di una frazione “compounds” fatta da gomme, PVC e altre plastiche pesanti; macinazione della frazione combustibile dei rifiuti in un mulino micronizzatore, per raggiungere dimensioni sub millimetriche e infine raffinazione del combustibile mediante ciclonatura. Un Esmio concreto delle sue possibilità? Leggiamolo in una nota del CNR datata gennaio 2008:
“Un'area urbana di 5000 abitanti produce circa 50 tonnellate al giorno di rifiuti solidi – informano i ricercatori - con queste, Thor permette di ricavare una media giornaliera di 30 tonnellate di combustibile, 3 tonnellate di vetro, 2 tonnellate tra metalli ferrosi e non ferrosi e 1 tonnellata di inerti, nei quali e' compresa anche la frazione ricca di cloro dei rifiuti, che viene separata per non inquinare il combustibile”. “Il resto dei rifiuti e' acqua, che viene espulsa sotto forma di vapore durante il processo di micronizzazione. Il prodotto che esce da Thor e' sterilizzato perche' le pressioni che si generano nel mulino, dalle 8000 alle 15000 atmosfere, determinano la completa distruzione delle flore batteriche, e, inoltre, non produce odori da fermentazione: resta inerte dal punto di vista biologico, ma combustibile".

Il risultato di tale trattamento è la produzione di un combustibile micro-triturato dal potere calorifico paragonabile a quello del carbone. Durante quest’ultima fase l'acqua contenuta nel rifiuto, evapora come evapora anche gran parte del cloro (responsabile della formazione di diossine durante la combustione) in forma di acido cloridrico il quale a sua volta riprecipita nelle forme saline NaCl o CaCl2 che vengono sottratte al combustibile mediante ciclo natura. Tale combustibile è prodotto in forma di polverino il quale, pressato e pellettizzato, può essere utilizzato nei forni industriali.
Oramai il problema dell’emergenza rifiuti in Campania è cronica. Si fa sempre più complessa e di difficile soluzione e di THOR non se n’è più parlato nemmeno in ipotesi. “Bisogna correre ai ripari, tamponare le centinaia di falle lasciate aperte dai precedenti commissari, prima che si acceleri l’imputridimento delle migliaia di tonnellate di spazzatura disseminate nelle strade di Napoli e provincia - affermava tempo fa Bertolaso – soggiungendo che bisognava far fronte anche alla criminalità”. Quest’ultima, vedendo in prospettiva esaurirsi una lauta fonte di guadagno, appiccava i roghi al nuovo corso politico con le conseguenti esalazioni di fumi venefici, rendendo ancor più irrespirabile l’aria campana, ma THOR mai più fatta menzione, nemmeno una riga.

Preoccupato dalla situazione ambientale in Campania, Silvio Berlusconi è tornato diverse volte a Napoli con Bertolaso e lo fa dopo ogni Consiglio dei Ministri. Quello che però sorprende è stata la sua mancanza di coraggio. Mentre da un lato mostra, giustamente, i muscoli con presidii militari, dall’altro non prende in considerazione, ancorché in via preliminare, l’adozione di questo impianto innovativo, tanto celebrato dallo stesso Consiglio delle Ricerche.
Secondo i calcoli degli esperti, poiché Napoli e provincia producono quotidianamente 7mila tonnellate d’immondizia e un THOR ne “macina” 8 all’ora” , basterebbero 36 THOR e una spesa di 72 milioni di euro per dire addio alla produzione di “mondezza” giornaliera. Mentre con 100 macinatori THOR in un solo anno potrebbero sparire 7 milioni di tonnellate di “ecoballe” accumulate nei decenni. A conti fatti, con una spesa di trentatré volte inferiore, THOR è anche in grado di ricavare cinque volte l’energia per chilo rispetto a un comune inceneritore, tale da alimentare numerosissimi riscaldamenti centralizzati evitando siti di stoccaggio, raccolte differenziate, discariche e quant’altro. A questo proposito, interpellato dal sottoscritto se avesse ricevuto qualche proposta dal Governo, Paolo Plescia sorprendentemente mi rispondeva: “Non ritengo di voler avere a che fare con la politica, di qualunque colore essa sia, sopratutto in Campania, ove già esiste un "piano rifiuti" che prevede la sola termovalorizzazione e la messa a dimora”. Dichiara inoltre (essendo giustamente titolare esclusivo del diritto derivante dalla sua invenzione, secondo la norma del ddls del 10 febbraio 2005 n.3) di aver “già affidato l’utilizzo della sua [creatura] in mano privata perché siano realizzati impianti per rifiuti speciali, da affidare sempre a società private”.
Dalle risposte dello scienziato, non ci è dato sapere se l’impianto sia stato ceduto e a chi. Nel mese di febbraio (14 febbraio 2008) un comunicato stampa firmato dall’a.d. di ASSING S.p.A., Renato de Silva, riferiva che qualora non si fosse trovata altra soluzione allo scempio Campano, “ASSING SPA si rende disponibile a portare il proprio know how quale possibile contributo alla soluzione della problematica emersa”.

Siamo curiosi di conoscere cosa è successo da allora ad oggi. Perché Plescia e De Silva si sono defilati nel non rendere pubblica la loro “creatura”? Che sia un fallimento, o che dietro le quinte si nasconda qualcos’altro? A meno che, come afferma Plescia, il loro mercato di riferimento siano i rifiuti speciali (dove le quantità da trattare sono minori e le tariffe di smaltimento sono maggiori di quelli urbani), fanno rientrare dall'investimento in minor tempo e con minori quantità di rifiuti! E magari il brevetto venduto a qualche ditta straniera? in tal caso sarebbe segno di cinismo. Se così fosse, lo si dica pubblicamente.

In attesa di conoscere la ragione di questo singolare black-out, non possiamo che augurarci che THOR, frutto dell’indiscusso genio italiano, sia quanto prima preso in considerazione dai grandi media e dalle istituzioni, almeno per verificare le sue tanto decantate prestazioni, nella speranza ch’esso sia in grado di risolvere il problema dei RSU del nostro Paese e riscattarlo dalla vergogna che hanno insozzato la sua immagine nel mondo. E’ un rischio che come Napoli, secondo l’Eurispes, molte città italiane non possono correre, vista la prossima saturazione delle discariche e delle enormi speculazioni sui rifiuti che, come una mucca da mungere, alimentano corruzione e clientelismo della peggior risma dovunque il problema si presenta.

Francesco Pugliarello – rielaborato da l'Occidentale.it 30.05.2008

mercoledì 7 luglio 2010

RIPRISTINARE IMMEDIATAMENTE L’INDENNITÀ DI ACCOMPAGNAMENTO AI DOWN

Signor Ministro on. Giulio Tremonti

RIPRISTINI IMMEDIATAMENTE L’INDENNITÀ DI ACCOMPAGNAMENTO AI DISABILI DOWN

Un popolo è civile quando ha un governo che rispetta e fa rispettare le minoranze.
Gli emendamenti restrittivi sui disabili veri, in via di approvazione in Commissione bilancio
non danno questo segnale. Il primo comma dell’articolo 10 della manovra di finanza pubblica in dirittura di arrivo, peraltro giustamente privata della discussione assembleare con la fiducia, restringe e addirittura abroga le decennali lotte condotte dalle associazioni di famiglie per vedere affermati i diritti dei ‘deboli’ del nostro Paese. Nessun Paese dell’Unione europea si sognerebbe di intaccare diritti che negli ultimi trent’anni hanno garantito, sia pure in modo insoddisfacente, un crescente livello di autonomia delle persone disabili. Finanche nella Gran Bretagna della Tatcher il welfare per i disabili è sempre stato salvaguardato, anche nei momenti di forte crisi economica. E’ il caso dell’indennità di accompagnamento che viene cancellata dalla miope e dilettantistica incompetenza del presidente di questa Commissione del Senato, riferita nella specie ai genitori e famiglie di persone affette da sindrome di Down.
Come madre di anni 70 con un figlio down di 32, ritengo questa proposta oltre che
vessatoria, offensiva perché non tiene conto delle difficoltà che un genitore deve affrontare economicamente e fisicamente nella cura dei bisogni e delle attività quotidiane, anche le più
ovvie ed elementari, di queste persone.
Signor Ministro la prego di cassare questo emendamento e d escogitare tutti i sistemi per inasprire il controllo sui falsi invalidi: uno scandalo che l’Italia non può più sopportare (sono più del doppio che in ciascuno dei Paesi dell’UE).
Nel caso contrario, io madre di Fabio mi farò promotrice di un caso eclatante:
consegneremo i nostri figli a casa Sua e del presidente della Commissione Azzollini. Ve li lasceremo a malincuore per un breve periodo affinché prendiate coscienza delle difficoltà obiettive della vita quotidiana di queste meravigliose e docili persone e dei relativi costi che noi famiglie sopportiamo.

Confidando nella sua sensibilità e comprensione, la saluto cordialmente.

Maria Del Prete - Firenze

venerdì 7 maggio 2010

PERCHE’ GORDON BROWN HA PERSO LE ELEZIONI

L’analisi del saggista e storico britannico RICHARD NEWBURY all’indomani delle elezioni 2010 in Gran Bretagna


Cos’è successo al New Labour, che con Tony Blair nel 1997 aveva vinto con una maggioranza di 179 seggi, infliggendo ai Tory la loro peggior sconfitta dal 1832?

Come mai il New Labour è finito così? Perché i Conservatori, guidati da un privilegiato come David Cameron, e i Libdem, guidati da un altro privilegiato come Nick Clegg, hanno avuto risultati così buoni? Una risposta è che il Labour di Gordon Brown è parso abbandonare quella zona sfuggente chiamata centro per quella più confortevole dell’organizzazione tribale socialista e della guerra di classe. Questo ha certamente puntellato il voto dello zoccolo duro e consentirà al partito di vivere per nuove battaglie, ma significa anche che il Labour di Gordon Brown non sta pescando là dove potrebbe intercettare quei voti fluttuanti indispensabili a una strategia vincente. Nel 2005, all’inizio delle tre settimane di campagna elettorale, i sondaggi davano Blair sconfitto con 60 seggi. Invece vinse con 65. Cos’era successo? Con il suo istinto politico, aveva intuito dove fossero le zone erogene economiche del voto fluttuante e quanto fossero progredite socialmente. L’aveva capito anche perché lui, a differenza di Brown che era nato nella «tribù» laburista scozzese, aveva «scelto» di entrare nel partito e ne era diventato il leader scalandolo dall’esterno. Per lui era stata una scelta da consumatore, come lo è quella dell’elettore fluttuante, pronto a cambiare partito come a cambiare chiesa. Nelle società pluraliste, c’è un mercato degli adepti che va conquistato.

Lo zoccolo duro degli elettori sostiene il suo partito come fosse una squadra di calcio - che vinca o che perda. L’elettore fluttuante invece sceglie secondo il suo tornaconto personale e segue il successo. E’ impossibile vincere un’elezione senza attrarre questi elettori spesso volubili, e ai partiti tocca sedurli. Tuttavia, come il centro, anche loro sono in continuo movimento. Dove vadano, è la storia della Gran Bretagna post-bellica.

Furono i reduci della Seconda Guerra Mondiale a votare massicciamente per il Labour, portando la pianificazione centralizzata del tempo di guerra nella previdenza sociale e nell’economia. I conservatori, accettando la nuova distribuzione della ricchezza, ma promettendo di regolarla meglio, nel 1951 vinsero e governarono per 13 anni. Quello che nel 1964 li fece perdere fu il fatto che venivano visti come estranei al Paese, degli aristocratici ex allievi delle grandi scuole private. Così in effetti erano Eden, MacMillan e Home. Vinse la meritocrazia nella persona del laburista Harold Wilson.

Margaret Thatcher «rubò» al Labour «Syd», l’operaio specializzato, e lo sedusse con il miraggio della proprietà. Ispirati dalla sua mossa leninista contro il Partito conservatore del «noblesse oblige», nel 1983 Tony Blair, Gordon Brown, Peter Mandelson e Alistair Campbell progettarono il New Labour per riconquistare «Syd» che però nel 1992, come ben capì Blair, era diventato un po’ più ricco e si era trasformato nel «Mondeo Man»: artigiano autonomo, con villetta bifamiliare gravata da mutuo e Ford Mondeo. Anche lui era diventato un conservatore e Blair capì che, tassando i ricchi, tassava le sue aspirazioni. Così il socialismo si trasformò nella Terza Via e nel 1997, con una maggioranza travolgente di 170 voti - un’autentica sorpresa -, il New Labour scoprì che i Mondeo Man erano milioni.

Nel 2001 l’uomo qualunque era diventato una donna, la Worcester Woman: casa più grande nei sobborghi, auto 4x4, due bambini. Voleva più soldi per scuole e ospedali e meno tasse. «Rubando» ai Tory lo schema del partenariato pubblico-privato (Private Finance Initiative) - il privato costruisce scuole, ospedali e carceri e li affitta al governo - Blair riuscì di nuovo a comperare gli elettori fluttuanti.

In questa elezione 2010 l’elettore fluttuante è stato identificato in una nuova entità socio-economica: Motorway Man, l’uomo dell’autostrada. Lui/lei vive in una delle aree residenziali costruite negli ultimi cinque anni lungo le autostrade, perché è un tecnico o un junior manager che viaggia per ore, mangia e naviga in rete nei caffè delle aree di servizio e sogna di possedere una casa più grande - e magari mandare i figli a una scuola privata diventando senior manager. L’ultima volta ha votato per Blair, ma ora non pensa più che i conservatori, e soprattutto Dave Cameron, siano estranei rispetto alla sua realtà e alle sue aspirazioni, mentre è preoccupato che la sua casa ora valga meno del mutuo.

Così la stazione di servizio dell’autostrada è diventata il campo di battaglia di questa elezione: lì, a parte gli addetti alle pompe di benzina, ci sono ben pochi elettori dello zoccolo duro Labour. Il Motorway Man ha lo stesso Dna dell’elettore fluttuante che è stato la doppia elica nel corpo Labour come in quello Tory almeno dal 1945. Tony Blair l’avrebbe identificato e inglobato in un nuovo Centro: quello dove la battaglia si vince spingendo l’avversario alle ali estreme, perché essere visti come «moderati» fa vincere le elezioni ed essere visti come «estremisti» le fa perdere.

sabato 1 maggio 2010

Il comportamento di Fini è perdente e politicamente immorale

Dalla rilettura di questi giorni degli analisti di “Farefuturo” ne ricavo le segfuenti riflessioni. Credo che la questione Fini-Berlusconi, al di là degli ‘infiocchettamenti’ dei media, sia molto più semplice di quanto si pensi.
Fini, da fine dicitore qual’è, formato alla scuola almirantiana, da quando si è autocandidato alla Presidenza della Camera, non cerca che visibilità. Oggi, chi lo ha presentato ad Almirante si dice pentito di averlo fatto: mira alla conquista del potere personale inerpicandosi tra gli specchi. “Uno psicoanalista direbbe che voglia uccidere il padre, però Almirante ha tolto l’incomodo. Ora il padre è Berlusconi” (Giovanni Salvi).
Non dimentichiamo ch'egli viene da quella scuola. Una scuola le cui radici prendono linfa dalla violenta contestazione anticomunista, ma non antiautoritaria. Non dimentichiamo quando con la kippà sul capo cosparso di cenere allo 'yad vascem' ha annunciato al mondo che "il fascismo fu il male assoluto". Non dimentichiamo quando si presenta alle fosse ardeatine proferisce questa frase: “E' stato grazie agli uomini della Resistenza che la Patria non solo sopravvisse, ma si rigenerò''. Ad essere malizioso, in quell’occasione erano presenti i rappresentanti dell’AMPI, e Napolitano... E ancora non dimentichiamo quando appena l'atro giorno nel direttivo nazionale del PDL Berlusconi gli faceva notare di essersi sempre defilato alle riunioni di presidenza. Non possiamo dimenticare quando all'indomani della designazione a presidente del Parlamento criticava l'impostazione che Berlusconi aveva dato al Partito che lui stesso aveva contribuito a fondare. Non possiamo infine dimenticare l’aspra reazione per non essere stato consultato anzitempo allorché Silvio, dal famigerato "predellino" annunciava di voler completare il disegno di un partito liberale moderno contrapposto alla cultura post comunista e postmarxista ancora dominante nei gangli dello Stato, etichettando il premier come uomo della “deriva plebiscitaria”.
Non è questo un comportamento sussiegoso a tratti tratufesco che non si attaglia ad un alta carica dello Stato? Voglia di rimettersi in gioco? Voglia di revanche? Desiderio di potere per il potere o voglia di saccheggiare l’idea federalista mai sopita in Italia? Certo col se e col ma non si può fare il processo ad alcuno, tuttavia se questi sono i fatti, laddove, come si dice dalle nostre parti, “si lisca e si loda per poi tirargliele in tasca”, allora l’atteggiamento in questi due anni di legislatura di Gianfranco verso il suo amico Silvio viene chiaramente alla luce, e diviene ancor più chiaro allorché si consideri l’affermazione risentita del presidente dell’altro ramo del Parlamento: a queste condizioni “è meglio tornare alle urne!”.
In questa ottica non si può non biasimare chi, beneficiando una posizione di potere, oggi reclama il diritto al dissenso o addirittura come inizialmente paventato, una sua corrente partitica, verso chi lo aveva "sdoganato".
Le recentissime aperture di dialogo con Berlusconi che Fini ha espresso pubblicamente nella “Terza Camera”, apparirebbero credibili se non vi fosse stato da un quindicennio uno stillicidio di critiche al Governo e al premier in ogni sua esternazione, dalle quisquilie ai temi di vitale importanza, come i problemi bioetici, la reiterata decretazione d’urgenza e il reato di immigrazione clandestina.
Ingrato, fedifrago, giuda? Vogliamo accettare questo modo di far politica? Certo, due uomini forti di temperamento e di valore etico, prima o poi vengono in conflitto. Ma quando trattasi di conflitto tra un vertice dello Stato e il capo dell’esecutivo, appaiono incomprensibili e deleterie per il Paese, tanto più se appartengono allo stesso Partito.
In ogni caso criticare pubblicamente il progetto che lo stesso onorevole Gianfranco Fini aveva contribuito a elaborare non è certo un bello spettacolo all’estero: è da sconsiderati, e come tale proseguendo su questa strada la storia e gli elettori finiranno per condannarlo.
Un’ultima riflessione. Davvero un presidente della Camera deve astenersi dal far politica? A giudicare dal modo in cui finora è stato interpretato il ruolo, non si direbbe. Iotti, Ingrao, Gronchi, Scalfaro docent. Ci provi anche lui…!
Per quanto riguarda il suo massimo “pretoriano”, Italo Bocchino, la dice lunga sulla partita che ancora sarà da giocarsi all’interno del partito. I commentatori politici più vicini al Palazzo ci fanno sapere che probabilmente le sue dimissioni “irrevocabili” presentate a ridosso della riunione dell’assemblea dei deputati chiamata a pronunciarsi, gli sarebbero state suggerite per “nascondere le divisioni tra i finiani”.

Francesco Pugliarello

martedì 27 aprile 2010

In Europa il rimorso si tramuta in masochismo

di Daniel Pipes
National Review Online
27 aprile 2010

"Nulla è più occidentale dell'odio nutrito dall'Occidente". Così scrive il romanziere e saggista francese Pascal Bruckner nel suo libro La tirannia della penitenza [in Italia pubblicato nel 2007] N.d.T.), ben tradotto in inglese da Steven Rendall e di recente pubblicato dalla Princeton University Press come "The Tyranny of Guilt: An Essay on Western Masochism". "Tutto il pensiero moderno", egli aggiunge "può essere ridotto alle meccaniche denunce dell'Occidente, evidenziando l'ipocrisia, la violenza e l'abominio di quest'ultimo."

Bruckner esagera, ma non molto.
Egli dimostra come gli europei vedono se stessi come "i malati del pianeta" la cui pestilenza causa ogni genere di problema nel mondo non-occidentale (ciò che lui chiama il Sud). Quando l'uomo bianco mise piede in Asia, in Africa o in America fecero seguito morte, caos e distruzione. Gli europei si sentono nati con le stigmate: "l'uomo bianco ha seminato dolore e rovina ovunque sia andato". La sua pelle pallida è segno della sua imperfezione etica.
Queste dichiarazioni provocatorie avvalorano la brillante polemica di Bruckner, argomentando che il rimorso europeo per le colpe di imperialismo, fascismo e razzismo attanaglia il continente al punto di soffocare la sua creatività, annientare la fiducia in se stesso ed esaurire il suo ottimismo.
Bruckner stesso riconosce le pecche dell'Europa, ma la elogia altresì per la sua autocritica: "Non c'è dubbio che l'Europa ha partorito dei mostri, ma al contempo essa ha prodotto teorie grazie alle quali è possibile comprendere e distruggere questi mostri." Egli sostiene che il continente non può essere solamente una maledizione, perché le sue eccelse conquiste integrano le sue peggiori atrocità. Questo è quello che egli definisce "prova di magnificenza".

Paradossalmente, è la stessa buona volontà dell'Europa ad ammettere le proprie colpe che induce all'odio di sé, perché le società che non si lanciano in una simile introspezione non si lacerino. La forza dell'Europa è pertanto la sua debolezza. Sebbene il continente abbia "più o meno sconfitto i suoi mostri" come la schiavitù, il colonialismo e il fascismo, esso preferisce soffermarsi sul peggio del suo operato. Ecco perché il volume s'intitola The Tyranny of Guilt. Il passato, con la sua violenza e gli atti di aggressione, è congelato nel tempo, un fardello che gli europei pensano di non scrollarsi mai di dosso.
Il Sud, per contrasto, è considerato perpetuamente innocente. Proprio mentre il colonialismo svanisce nel passato, gli europei si biasimano a ragione per le condizioni delle popolazioni un tempo colonizzate. Eterna innocenza significa trattare in modo infantile coloro che non sono occidentali; gli europei si illudono di essere gli unici adulti: il che è di per sé una forma di razzismo. Ciò offre un modo per prevenire le critiche.

Questo spiega il motivo per il quale gli europei si chiedono cosa essi "possono fare per il Sud del mondo piuttosto che chiedersi che cosa il Sud del mondo possa fare per se stesso". E spiega anche il perché dopo gli attentati terroristici di Madrid del 2004, un milione di spagnoli non hanno manifestato contro i perpetratori islamisti, ma contro il loro stesso premier. E peggio ancora, ciò spiega perché essi giudicano colpevoli i civili spagnoli "dilaniati da acciaio e fuoco".
Come dimostrato dall'attentato di Madrid e da innumerevoli altri atti di violenza, i musulmani tendono ad avere atteggiamenti maggiormente ostili nei confronti dell'Occidente e i palestinesi sono considerati i più ostili dei musulmani. Il fatto che i palestinesi contrastino gli ebrei, le vittime estreme della ferocia occidentale, li rende un veicolo perversamente ideale per respingere il senso di colpa occidentale. A rendere le cose peggiori, proprio mentre gli europei depongono le armi gli ebrei prendono la spada e la brandiscono apertamente.
L'Europa assolve se stessa dai crimini contro gli ebrei, celebrando i palestinesi come vittime, poco importa in che modo crudele essi agiscano; e dipingendo gli israeliani come nazisti dei nostri giorni, poco importa quanto sia necessaria una loro autodifesa. Pertanto, la questione palestinese "torna a legittimare in sordina l'odio nei confronti degli ebrei". Gli europei focalizzano la loro attenzione su Israele con tale foga che si potrebbe pensare che il destino del pianeta sarà stabilito "in un minuscolo tratto di terra fra Tel Aviv, Ramallah e Gaza".
E l'America? Proprio come "l'Europa si sbarazza del crimine della Shoah prendendosela con Israele [così] si sbarazza della colpa del colonialismo prendendosela con gli Stati Uniti". Scomunicare i figli americani permette all'Europa di pavoneggiarsi. Da parte sua, Bruckner respinge questa facile scappatoia ed egli stesso ammira la sicurezza di sé degli americani e l'orgoglio del Paese. "Mentre l'America si fa valere, l'Europa contesta se stessa". L'autore francese nota altresì che, nei momenti di bisogno, gli sventurati della terra si rivolgono immutabilmente agli Usa e non all'Ue. Per lui, gli States sono "l'ultima grande nazione dell'Occidente".
Bruckner spera che Europa e America cooperino ancora, perché quando lo fanno, esse "conseguono meravigliosi risultati". Ma il suo stesso riscontro mette in evidenza quanto sia improbabile questa prospettiva.

venerdì 26 marzo 2010

IL RITORNO DI PEPPONE E DON CAMILLO?

Chi non ricorda le infinite diatribe uscite dalla fervida penna del Guerrazzi tra Peppone e don Camillo che negli anni cinquanta si contendevano il potere sui propri concittadini di Brescello? Tali mi sembrano il sornione Bersani e il Presidente Berlusconi in questo scorcio di campagna elettorale, con una non piccola differenza: i “colpi bassi” che segnano un imbarbarimento della vita politica.

Leggendo i giornali o guardando la televisione sarà sicuramente rimasto sconcertato del malcostume diffuso che è echeggiato in tutta la sua evidenza; avrà preso atto della pochezza di ideali e di programmi da basso impero, contrapposti alla ricchezza di idee e di valori di un tempo; avrà pensato alla riesumazione della centralità del partito contro quella del singolo cittadino; alla sfrontatezza tutta emiliana contrapposta alla laboriosità lombarda: esempi che solo chi non vuol vedere non riesce a capire quale posta si sta giocando in questi giorni nel nostro Paese.

Se alla fine sono scesi in campo finanche la Cei ed il Vaticano in difesa dei valori antropologici, quella Chiesa che fino ad oggi era rimasta silente, qualche motivo dovrà pur esserci…

mercoledì 24 marzo 2010

COMPETIZIONE REGIONALE ANOMALA SENZA LA PRESENZA DI ALCUNE LISTE

Elezioni poco democratiche

di Francesco Pugliarello
Firenze


Una volta i radicali erano i difensori della democrazia,
ora sono fautori della cavillocrazia per impedire
al partito avversario di esprimersi. Parole di
un ex ministro di sinistra come Francesco Forte. Ma quel che più
sorprende è il segretario del maggior partito di opposizione
che corre al carro dei radicali vestendo anch'egli la casacca
del Robespierre della democrazia: quel Bersani che ai tempi
della recente crociata contro i crocifissi dichiarò che “…a
Strasburgo la sostanza doveva prevalere sulla forma”. In
questa vicenda delle liste, quale che sia la verità sull'esclusione
del Pdl in provincia di Roma, ciò che sconcerta è il
comportamento tartufesco dell'intera coalizione di sinistra
che vorrebbe camuffare la volontà di andare al potere senza
intralci come fece Mussolini nel 1925. Ci sarà sicuramente
qualcuno di buon senso che si sarà posto la seguente domanda:
può in democrazia una coalizione, che gode nel
vedere escluso da una competizione un avversario, essere
politicamente legittimata a governare, dopo che per pochi
minuti di ritardo ha inscenato una gazzarra nel tentativo di
impedire il rivale di presentare le liste in sede preelettorale?

DA E-polis – Il Firenze 15.03.2010 pag.6

venerdì 12 marzo 2010

LA SINSITRA COSIDDETTA MODERATA A CORRENTE ALTERNATA

“Una volta i radicali erano difensori della democrazia, ora sono fautori della cavillocrazia per impedire al partito avversario di esprimersi". Parole di un ex ministro di sinistra come Francesco Forte.

Quel che più sorprendente è il segretario del maggior partito di opposizione che corre al carro dei radicali vestendo anch’egli la casacca del Robespierre della democrazia: quel Bersani che ai tempi della recente crociata contro i crocefissi, dichiarò che “a Strasburgo la sostanza doveva prevalere sulla forma”! In questa vicenda delle liste elettorali, quale che sia la verità sull’esclusione del PDL in provincia di Roma, ciò che sconcerta è il comportamento tartufesco dell’intera coalizione di sinistra che vorrebbe camuffare la volontà di andare al potere senza intralci, come fece Mussolini nel 1925.

Ci sarà sicuramente qualcuno di buon senso che si sarà posta la seguente domanda: può in democrazia una coalizione, che gode nel veder escluso da una competizione elettorale l’avversario, essere politicamente legittimata a governare una provincia, dopo che per pochi minuti di ritardo ha inscenato una gazzarra nel tentativo di impedire al rivale di presentare le liste in sede preelettorale?

Francesco Pugliarello

martedì 2 febbraio 2010

Sulla criminalità la CEI sbaglia le percentuali

Ho la sensazione che presso la CEI vi sia un Presidente che ignora la matematica o che gli vengano forniti dei dati errati. Mi spiego.

Monsignor Mariano Crociata (presidente della Conferenza Episcopale Italiana) ha contestato il nostro Governo affermando che "le percentuali di criminalità di italiani e stranieri sono analoghe, se non identiche". Trovo la risposta di una inusitata incredibilità. E' stata data a commento di alcune frasi del Presidente del Consiglio il quale, in un intervento pubblico, dava per scontato una prossima consistente diminuzione dei delitti collegata al calo dell'IMMIGRAZIONE CLANDESTINA.

Spiace dirlo ma prima di confutare le affermazioni di un premier, il neo-responsabile CEI avrebbe dovuto documentarsi alla fonte. Nella speranza che Mons. Crociata non diffidi della serietà delle nostre Istituzioni, sarebbe bastato che si fosse documentato incrociando i dati forniti dalla Caritas con quelli del Dipartimento carcerario.

A conti fatti, se su 3 milioni di extracomunitari il 40% è in galera (cioè circa 20.000 su 50.000 della popolazione carceraria), gli italiani reclusi 30.000 a fronte di una popolazione di 54 milioni, significa che attualmente in galera vi sono 16 “stranieri” ogni italiano. Si deduce pertanto che il tasso di criminalità degli irregolari è circa 28 volte quello degli italiani (dati del Ministero degli Interni (2008).
Che ne pensa Monsignore?

Francesco Pugliarello

Eurabia. Come l’islamismo è riuscito a ricattare l’Occidente

Teniamo d’occhio la signora Dalia Mogahed (consigliere del presidente Obama per i rapporti con il mondo musulmano e autrice di "Who speaks for Islam?) [E’ l’invito di Daniel Pipes]

Credo e spero che in Europa si formi un movimento di opinione che possa costringere i governi europei, complici della politica di distruzione dell’Europa, ad un cambiamento. Solo in questo modo si può agire per salvaguardare il mondo così come lo conosciamo"... "Per quanto riguarda l’Italia è che gli italiani hanno una grande coscienza della libertà, hanno lottato per essa... Quando io vengo in Italia vedo dappertutto la parola libertà e non è un caso che anche il partito di Berlusconi ha nel suo nome la parola libertà…”. Sono stralci di un’intervista inquietante che la maggiore divulgatrice anti-islamista europea, Bat Ye’or, ha rilasciato su Tempi dal titolo, “Saremo tutti velati?” il 29 maggio 2009 e ripresa da pochi quotidiani della carta stampata.

Questa signora egiziana di nazionalità inglese, nota per aver coniato il termine Eurabia pubblicato nel 2007 e fatto proprio da Oriana Fallaci, ci rivela che ha utilizzato questo termine da un preciso progetto politico promosso da una rivista fondata a Parigi nel 1975, a seguito della guerra del Kippur scatenata dai Paesi del cartello arabo-musulmano contro Israele. “L'ideatore del «Piano Eurabia» è Lucien Bitterlin, presidente dell'Associazione per la solidarietà franco-araba, nonché esecutore e finanziatore del Comitato Europeo di Coordinamento delle Associazioni per l'amicizia con il Mondo Arabo, una organizzazione a latere della Ce, oggi Ue”.

Mentre infuriava la guerra del Kippur dell'aggressore arabo impegnato ad estendere il nazionalsocialismo nasseriano sulla neo-democrazia israeliana, i rappresentanti dell'Opec riuniti a Kwait City, per ritorsione verso le democrazie occidentali che moralmente stavano sostenendo lo stato ebraico, decidono di utilizzare il petrolio come arma di pressione, riducendo le forniture e quadruplicandone il prezzo, accelerando così il progetto parigino: un ricatto inaudito in cui, per la prima volta, un paese vincitore soccombe alla coercizione dei vinti. Ad un mese da quell'intollerabile gesto, Georges Pompidou e Willy Brandt ritennero che fosse necessario ed utile promuovere una solida amicizia con quei Paesi, proponendo «petrolio in cambio di braccia da lavoro» (leggi immigrazione): una ghiotta occasione per estendere il mai sopito desiderio del califfato sul territorio europeo (con tutte le conseguenze negative che ne sono scaturite, non ultime le informazioni riservate fornite a quei regimi totalitari). A quest'incontro ne seguirono altre decine con i rappresentanti della Lega Araba a Copenhagen, a Bonn, a Parigi, a Damasco, a Rabat, tutte manovre tese a sancire la «svendita» dell'Europa al Cartello musulmano ed ampiamente documentate nella rivista citata rivista di Betterlin, Eurabia. Secondo la Bat Ye'or: «L'obiettivo era quello di creare una identità mediterranea pan arabo-europea che permettesse la libera circolazione di persone e merci e determinasse in modo pesante la politica verso l'immigrazione nella Comunità Europea». Nell’ultimo libro della Bat Ye’or, commentato da Andrea Nardi (l’Occidentale.it, 12.12.2009) si evidenzia l’incapacità dell’Unione Europea di reagire al pericolo perchè «i governi, la stampa e la cultura sono oggi alleati con i paesi musulmani. L’UE è molto legata ai paesi arabi con accordi commerciali e le università hanno addirittura accettato libri approvati dall’Orgnaizzazione della Conferenza Islamica (OCI)”.

Ma Dalia Mogahed la prima donna col velo salita repentinamente agli altari della Casa Bianca come consigliere del presidente Obama per i rapporti con il mondo musulmano e autrice di "Who speaks for Islam?" (un libro che sta per uscire anche in Italia), rifiuta il termine Eurabia. Ella sostiene che “l’idea di Eurabia non riflette l' evidenza empirica”. Si appella al bisogno di forza di lavoro giovane “le cui origini sono in paesi musulmani per spingere l'economia occidentale ed europea in particolare”, “Dovreste pensarci” prima di contrastare l’immigrazione(Repubblica 9.12.2009 p.55).

La Lega Araba è un’organizzazione di carattere politico nata nell’immediato dopoguerra per impedire la nascita di Israele; fu la prima ad utilizzare l'"oro nero" come arma di ricatto internazionale. Sorta l’indomani della seconda guerra, obbligò paesi come gli Stati Uniti a tener conto di questa minaccia nell'appoggio del 1947 al piano di partizione della Palestina. Qualche anno dopo nacque un "ufficio per il petrolio" che il 15 gennaio 1959 fu tramutato nel Dipartimento Affari Petroliferi, sempre alle dipendenze del Comitato Politico della Lega. La sua attività, potenziata dopo la nascita dell'OPEC (1960), evolse sino a comprendere regolari congressi che sfociarono nell'espressa intenzione di usare il petrolio a fini strategici nei rapporti con le potenze occidentali. Ricordiamo a tal proposito che il quinto congresso della Lega nel 1965, fu aperto con la considerazione che "il petrolio arabo oggi è, come è sempre stato, l'asse e l'oggetto di tutte le cospirazioni ordite dal colonialismo e dal sionismo. [...] L'arma che il petrolio arabo rappresenta, può essere puntata al cuore del colonialismo e del sionismo, nel caso fossero mai tentati di commettere qualsiasi nuovo atto di aggressione". Oggi la “Lega” rinnega addirittura i suoi recenti progetti per un suo riconoscimento condizionato e si attesta su una posizione pericolosamente consonante con quella del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.
Col tempo tra le numerose organizzazioni dei Paesi a maggioranza musulmana, l’Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI), fondata nel 1969, è divenuta la più influente a livello internazionale. Similmente alle NU, questo organismo sovranazionale, opponendosi recisamente all’ingerenza esterna nei loro affari interni, si prone la conservazione e la difesa dei luoghi santi dell’islam e la promozione delle relazioni economiche e commerciali dei Paesi membri. Di recente i 58 Paesi aderenti, comprendenti oltre un miliardo di persone, hanno tenuto l’ultimo incontro nella capitale senegalese per discutere sul futuro dell’OCI. In quell’occasione, da loro ritenuta storica, hanno ribadito la necessità dell’unità della “ Ummah ” islamica, per fare fronte alle sfide del XXI° secolo. Pur presentando nel suo seno vecchi e nuovi Paesi cosiddetti “canaglia”come l’Iran, lo Yemen, l’Afganistan, il Sudan, il Senegal e la Somalia, sulla carta condanna il terrorismo sotto tutte le sue forme e manifestazioni dichiarandolo “flagello mondiale” e ripete di non essere “legato ad alcuna religione, razza, colore o paese”.

Da questi brevi dati testuali e leggendo alcuni passi dell’incontro molto più diplomatici del quinto congresso, si capisce che il “sogno musulmano” (la reconquista), non è mai venuto meno. Nei fatti l’antica pratica della taqyya (dissimulazione) dopo le Tween Towers si è ancor più accentuata, divenendo molto più insidiosa di quanto si possa immaginare, anche a causa di un Occidente privo di anticorpi. Le sanatorie, l'allargamento delle quote di coloro che possono entrare in Italia, e persino gli aiuti economici e i buoni bebé agli immigrati e tanti altri benefici riservati ai musulmani come alloggi e scuole gratis per famiglie numerose, discendono da questi trattati che l'Italia delle sinistre ha prontamente adottato. Secondo gli osservatori presenti ai loro Convegni, trent'anni di dialogo euro-arabo, nei fatti non hanno prodotto che dissidi e paure nelle nostre comunità. In Europa la gente comincia percepire una situazione di disagio, ma questa strategia è complicata e tenuta, almeno per il momento, in un profilo molto basso. “In questo modo è molto difficile difendersi contro qualche cosa che non si vede”. La ragione risiede principalmente nell'ingresso indiscriminato di sconosciuti alle frontiere e nelle migliaia di moschee sparse sul nostro territorio, il più delle volte dirette da capi spirituali privi di controllo e da oscuri personaggi provenienti dalle madrasse del Pakistan e dello Yemen finanziate con i petrodollari dei regimi sauditi, ma che nulla hanno a che vedere con i principi dell'Islam, né con la civiltà del mondo arabo, le cui tracce sono ancora presenti in molte regioni europee. Oggi il vero razzismo è esattamente l’opposto, quello dell’integralismo islamico contro gli Occidentali.
F.P.

venerdì 29 gennaio 2010

Chi è contro Berlusconi e perché

Chi impedisce le riforme berlusconiane?

Tra le colonne dei quotidiani di queste ultime settimane trapela un inusitato cauto ottimismo per il nuovo clima che si sarebbe instaurato fra le opposte coalizioni, pd-pdl. Sembra che il tempo dell’aggressione subìta a Milano da Berlusconi sia ormai un ricordo da far pensare che la bufera sia definitivamente passata. Molti commentatori si sono cimentati nell’analizzare le ragioni di questo repentino cambiamento attribuendolo probabilmente a un fatto umanitario, altri ancora hanno voluto ricordare il tempo dell’acredine della stampa nazionale e internazionale. Ricordiamo quando, nell’estate del 2009 il premio nobel per la letteratura Josè Saramago sulle pagine del Paìs - ripreso immediatamente dalla rivista di Flores de Arcais (detto “il marchese sanculotto”), dipingeva il nostro premier come un “un saltimbanco organizzatore di orge”, o quando Barbara Spinelli su La Stampa arrivava a definire noi italiani “clintes e sudditi di un boss mafioso”: forse memore del presidente del gruppo della sinistra europea, Martin Schulz, definito “kapò” da Berlusconi.
Mai i media erano scesi così in basso come in quel tempo!

Non illudiamoci però che quest’idillio possa durare. Prima o poi ci sarà un ingrato peone giustizialista che non esiterà a pugnalare il detestato “nemico”, ancorché si apprestasse a varare un decreto volto a salvaguardare anche il suo “particulare”. Nelle cosiddette società dell’opulenza come la nostra, i peones sono gli utili idioti, funzionali all’intelligencija e da essa prodotti in quanto buoni a creare confusione nell’elettorato al fine di mantenere lo status quo.
Giova ricordare a tal proposito di quale cultura si abbevera il “nemico” del potere legittimo.

Massimo Borghesi in un articolo su Il Giornale del 10 gennaio u.s., mutuando il termine da Alfredo Oriani – “La lotta politica in Italia” e “La rivolta ideale”- definisce “Ideologia italica” quella che si richiama alle filosofie nicciana e stirneriana, perfettamente assimilate dalle élites della vecchia borghesia che, millantando una supposta “superiorità morale”, si riconoscono in una certa sinistra nostrana. Esse, tenendo in scacco il potere legittimo nei periodi di grandi svolte democratiche, si auto attribuiscono la funzione di tutela degli interessi popolari. Questa mentalità, progressista a parole, conservatrice nei fatti, secondo il Borghesi affonderebbe le sue radici nella “mancata riforma religiosa” che avrebbe fatto maturare nell’italiano piccolo borghese una predisposizione “ideologico-emotiva” destinata a fare proseliti tra gli intellettuali dei “salotti buoni”, sì da creare un grumo di interessi particolari che nel tempo si sono saldati nel ribellismo militante fascista e comunista. Sostanzialmente è quella che Gianni Baget Bozzo attribuiva come “cultura politica nell’Italia repubblicana” un illuminismo impregnato di catto-comunismo e che Craxi perse la vita nel tentativo di metterla in crisi. Lo storico di sinistra Silvio Lanaro in un pregevole lavoro pubblicato per Einaudi nel 1988 conferma questa analisi aggiungendo che “l’attitudine all’innovazione non sembra costituire il tratto dominante della mentalità imprenditoriale italiana” (L’Italia Nuova, pagina 7).

Pertanto, quando nel panorama politico si è presentato un grande riformatore come Silvio Berlusconi che proveniva dalla società civile, sarebbe scattata quella “conventio ad excludendum” che sicuramente durerà fino alla sua scomparsa dalla scena politica, come a suo tempo si augurava D’Alema. L’acrimonia verso “l’outsider senza storia”, che il sociologo delle religioni Pietro De Marco definisce ontologica, col passare del tempo si è andata sempre più acuendo chiamando a supporto un giustizialista come Di Pietro. Per convincersi di quanto esaminato, basta osservare l’ostilità che Barak Obama sta riscuotendo da parte dei cosiddetti “progressisti americani” per le riforme annunciate. Certo è che queste lobby operando senza alcun vincolo, sono irresponsabili giacché non devono dar conto all’elettorato: avendo il privilegio di esprimersi attraverso i media (asserviti alle élites padronali), possono permettersi di giocare impunemente al tiro al piccione contro chi non sia loro funzionale. Ciò che turba maggiormente è l’irresponsabile clima di tensione di cui tutti siamo vittime che si vorrebbe impunemente scaricare su chi mette la faccia nel tentativo di recuperare il senso “alto” della politica e modernizzare un vecchio Stato burocratico-napoleonico.
Ma l’elettore contemporaneo, più attento di certa classe politica, ha capito che trappole calunniose e caricaturali, volte a destabilizzare del potere legittimo impediscono il corretto funzionamento statuale e quindi l’evoluzione democratica. Lo capì fin dal secolo scorso il primo riformatore della storia moderna, Giovanni Giolitti quando, trattandosi di votare il primo intervento in Libia, tra minacce, agitazioni di piazza e campagne di stampa, bollava la sinistra di codardia e di incapacità, rilasciando ai posteri una frase quanto mai profetica: “La sinistra non sa governare e non fa governare!”.
Sic stantibus rebus non si può che sollecitare il premier di continuare a non lasciarsi irretire da quei lobbisti che tendono ad inquinare il processo democratico e proseguire speditamente sulla strada delle riforme istituzionali così come annunciato all’indomani dell’attentato subìto in piazza del Duomo.

Francesco Pugliarello

sabato 5 dicembre 2009

In Occidente si aggira un pericoloso fantasma:

è l'orgnaizzazione islamo-massonica antisionista che fa capo ai Fratelli Musulmani che vuole scardinare le nostre libertà conquistate in millenni di lotte. Una buona notizia: almeno l'Italia ha avuto il coraggio di opporsi al rapporto Goldstone votando contro (ieri all'ONU): segno che l'attuale Governo non si lascia facilmente infinocchiare dai dissimulatori islamici! Se in democrazia è lecito avere pareri differenti, non è consentito a chi critica, contrasta o peggio calpesta le leggi votate dai rappresentati della collettività autoctona. In un periodo storico eccezionale in cui si manifestano crisi di rigetto in ogni campo, PERCHè NON METTERE IN MORA I DIRITTI DI LIBERTà per chi rifiuta di integrarsi o fomenta terrore? Eppure già lo si fa con i nostri delinquenti... Gli islamisti ci stanno giocando e non ce ne accorgiamo. E' vero che i primi nemici sono in casa nostra, usando come leva per il proprio tornaconto il popolo, ma questi sono ben individuabili... e in democrazia possono essere allontanati dal potere, quelli sono "zecche cavalline": una volta addentata la polpa non la mollano, ne succhiano la linfa vitale come la mafia.
Di seguito un’agghiacciante testimonianza documentale riportata su L’Occidentale.it di Andrea Nardi.


“C’è un pericolo ben maggiore dell’estremismo islamico a minacciare le democrazie occidentali, e quel pericolo siamo noi. Noi democratici, noi garantisti, noi rispettosi della libertà e dei diritti umani, civili, e politici. La forza della democrazia è infatti anche il suo punto debole, e si chiama tolleranza: paradossalmente è utilizzando proprio questo valore occidentale che nel terzo millennio i nemici della democrazia continuano a guadagnare posizioni in Europa, e adesso anche gli Stati Uniti. Vi sono al mondo una serie di organizzazioni islamiste impegnate nel jihad, intrecciate con i gruppi terroristici armati, e propugnatrici della sostituzione della legge coranica in luogo del diritto costituzionale. Ora tutto ciò sarebbe contrastabile, se solo l’Occidente fosse, da un canto, compatto nel difendere quei valori illuministici e di democraticità messi a rischio dal jihad, e, dall’altro, non facesse della tolleranza e della libertà di espressione un uso masochistico, evitando che la difesa dei suoi valori fondamentali conduca alla resa incondizionata di fronte al nemico e quindi all’autodistruzione. I jihadisti questo lo hanno ben compreso; sono gli Occidentali – almeno una parte di essi – a non volerlo capire.

Ecco il tipico modus operandi delle organizzazioni islamiste: esse lavorano palesando una maschera pubblica rispettabile, dedita alla salvaguardia di sedicenti principi religiosi, occupata a proteggere e confortare le proprie comunità musulmane. In realtà queste associazioni sono complesse strutture reticolari impegnate nel jihad e spesso colluse con i fronti internazionali del terrorismo. Il loro compito è raccogliere finanziamenti, mantenere contatti fra i gruppi transnazionali, diffondere controinformazione mediatica e propaganda, predicare una cultura antioccidentale, e soprattutto raccogliere adepti per questo neo-islamismo radicale sviluppatosi negli ultimi venti-trent’anni. Non appena un politico, un giornale, un movimento culturale o popolare attacca queste organizzazioni criminali dal perbenismo liberal è immediatamente accusato di razzismo contro tutti i musulmani, di caccia alle streghe, di intolleranza antidemocratica, di “fascismo”. Ed è molto triste ammetterlo, ma le Sinistre ci cascano sempre.

L’ultimo caso si sta verificando negli USA. È appena stato pubblicato un libro-dossier intitolato Muslim Mafia. Inside the Secret Underworld That’s Conspiring to Islamize America, di P. David Gaubatz e Paul Sperry. I due autori con l’aiuto del figlio di Gaubatz, Chris, hanno condotto un’inchiesta precisissima su una delle più note organizzazioni islamiste americane, il CAIR, Council on American-Islamic Relations, sorto nel 1994. Tale associazione è da anni nel mirino degli osservatori per le sue attività e ideologie fortemente antioccidentali, tanto da essere nata perfino una contro-organizzazione, l’Anti-CAIR, mirante a contestarla denunciandone l’attività illecita. Adesso però questo documento di Gaubatz e Sperry porta quelle che sarebbero le prove delle strategie cospirazioniste del CAIR.
Per scoprire quanto denunciato, Chris ha lavorato sotto copertura per sei mesi nella sede del CAIR a Washington, acquisendo 12.000 pagine di documentazione e 300 ore di video. Ne emerge un quadro grave. Innanzi tutto i finanziamenti non sarebbero per niente donazioni popolari di musulmani americani ma sovvenzioni estere provenienti principalmente da sceicchi e istituti di credito sauditi: poi, le attività del CAIR più che la difesa dei diritti umani riguarderebbero occupazioni politiche e commerciali in favore delle imprese saudite e degli Emirati Arabi per favorirne in tutti modi la penetrazione negli USA; non mancherebbero, infine, legami con gruppi terroristici e jihadisti.

Già da anni, figure del calibro di Daniel Pipes accusano il CAIR di fare apologia di al-Qaida, di adulare bin Laden, d’essere legato alla Fratellanza Musulmana, di giustificare il terrorismo, oltre a voler negare la Shoa, censurare la libertà d’espressione, e soprattutto di voler islamizzare gli Stati Uniti portandovi la sharia. Il CAIR, secondo gli autori del libro, è «un’organizzazione segreta che domina la maggior parte dei gruppi islamici e delle moschee in America, mentre sfrutta, manipola, e persino vittimizza gli americani islamici rispettosi della legge». Secondo Steven Emerson, Executive Director del The Investigative Project on Terrorism, «molto di ciò che era già conosciuto è stato confermato da questo documento “insider” di Gaubatz e Sperry. Nel 1993 all’hotel Marriott di Philadelfia ci fu una riunione segreta fra membri dei Fratelli Musulmani e di Hamas per sviluppare nuovi modi di finanziamento ai gruppi terroristici e creare appoggi negli Usa tramite una falsa propaganda islamica che nascondesse i suoi veri obiettivi.

Meno di un anno dopo nasceva il CAIR. Per quattordici anni esso ha subdolamente giustificato attentati e attacchi terroristici, diffuso campagne diffamatorie contro Israele e contro gli stessi Stati Uniti, predicato ai musulmani d’America di non avere rapporti con le autorità statunitensi e di mentire all’FBI, esortandoli a recepire la sharia e a combattere per il jihad».
Dopo aver tollerato a lungo le sue attività, oggi anche l’FBI, riferice Emerson, ha ufficialmente ammesso che «il CAIR è solo la facciata di Hamas e di vari gruppi terroristici, con precise finalità di cospirazione». Sempre secondo Emerson, poche settimane fa quattro parlamentari americani hanno allora per il tentativo del CAIR – definito «una copertura di Hamas» – d’inserire propri infiltrati nelle commissioni del Congresso, e indirizzandogli molte altre accuse di cui si parla anche nel libro di Gaubatz e Sperry. Tuttavia, il CAIR, con la sua veste pubblica moderata e rispettabile, avrebbe tratto molti in inganno: i suoi rappresentanti sono di continuo invitati in trasmissioni televisive e conferenze pubbliche dove esprimono le proprie posizioni mantenendo un profilo apparentemente onesto e ragionevole.

Purtroppo, però, anche la pubblicazione di questo libro non sembra essere in grado d’indurre i difensori del CAIR a rivedere le proprie posizioni, nonostante l’ampia documentazione proposta dai due autori. Così i media hanno subito accusato questi parlamentari di voler intraprendere una persecuzione contro tutti i musulmani, la CNN seguita a intervistare i rappresentanti del CAIR senza smentire le loro asserzioni, e vari politici difendono la linea del CAIR sostenendo che chi lo attacca è foriero di posizioni razziste e antimusulmane. Non c’è in effetti molto da stupirsi in un’America dove il presidente Obama ha nominato consulente alla Casa Bianca, per il Council on Faith-Based and Neighborhood Partnerships, Dalia Mogahed, una musulmana di origine egiziana che non lontana da posizioni fondamentaliste e antioccidentali. E, come denuncia Emerson, un anno fa Hillary Clinton ha addirittura ordinato che i vertici del CAIR fossero inclusi nelle commissioni di studio del Dipartimento di Stato sul Medio Oriente: alcuni rappresentanti del CAIR, in questo modo, sono stati inviati in missioni ufficiali sebbene avessero pubblicamente fatto vaneggianti dichiarazioni antisioniste in cui, per esempio, si attribuiva il genocidio del Darfur alle cospirazioni israeliane.

Sempre grazie a tale cecità, perfino il «Department of Homeland Security, benché informato dell’attività del CAIR di facciata a gruppi terroristici,» racconta Emerson «ha continuato a tenere rapporti professionali con loro, e recentemente ha designato come consulente al DHS uno dei suoi membri intenzionato a far declassificare Hezbollah dai gruppi terroristici». Secondo Emerson, un certo atteggiamento verso queste organizzazioni troppo tollerante, “democratico” e politicamente corretto, in cui nel dibattito pubblico si simpatizzi con chi accusi per esempio Israele dell’11/9 senza smentirlo, non fa che avvantaggiare le mire segrete di questa gente. Questo purtroppo succede anche in Italia, laddove si seguita a invitare nei media e dare risonanza ai rappresentanti di certe organizzazioni estremiste islamiste senza un sufficiente contraddittorio che ne possa smascherare le reali attività e ideologie. Daniel Pipes afferma che «la sharia si può vincere solo stando tutti uniti e senza compromessi: i distinguo sono pericolosi perché sdoganano proprio gli attentatori della democrazia, come se si dicesse che il Klu Klux Klan non è criminale perché non tutti i suoi membri hanno ucciso qualcuno. Stiamo assistendo al tragico errore mondiale di dare pass di rispettabilità alle organizzazioni estremiste islamiche: è in questo modo che si commettono crimini morali come il Rapporto Goldstone all’Onu»”.
Andrea B. Nardi
http://www.loccidentale.it/articolo/w.0081997

martedì 10 novembre 2009

IL “BASSO”: DOVE NAPOLI MUORE

Se in Italia ci sarà pandemia, il focolare sarà a Napoli

di Francesco Pugliarello
pubblicato su: www.ragionpolitica.it
il 12.11.2009)


Lo stillicidio dei decessi per influenza da virus A/H1N1 (febbre suina) che si registra in Campania, precisamente a Napoli, non è più tollerabile. L'essere un porto di mare sicuramente non assolve la città, dal momento che i dati epidemiologici rilevati negli ultimi due secoli ci confermano che la prima ad essere colpita col più alto tasso di infezioni è stata proprio quest'antica capitale del nostro Mezzogiorno. Non sempre ci si è soffermati sulle cause che condannano questa magnifica città e il suo hinterland a soccombere per l'altissima densità di abitanti dei bassi, assiepati nei vicoli malfamati.

Sui bassi di Napoli si è molto scritto, spesso facendo la fortuna di tanti personaggi. I vicoli, gli angiporti, i fondachi sono stati visti come simboli di un mondo fantastico e pittoresco, che ci è stato presentato poco nella sua realtà storica e socio-economia, tanto che la sua vera fisionomia resta sconosciuta ai più. A questa retorica non si è sottratto neppure il teatro di Eduardo quando, in «Napoli milionaria», ci presentava - a mo' di documentario - gli abitanti dei bassi come i classici di una cultura tutta partenopea che, nonostante «l'abbandono di Dio e degli uomini», riuscivano a sopravvivere sorretti da una filosofia del tutto originale. Dei bassi cominciò a parlare Boccaccio, quando nel 1325 fu condotto dal padre in questi luoghi, all'età di dodici anni, restandone favorevolmente colpito, per poi descriverli nel suo Decamerone: «Guardo quelle che siedono presso la porta delle loro case in via Capuana; di ciò gli occhi porgendo grazioso diletto». Più di recente E.A. Mario, nella canzonetta «O vascio», tessendo l'elogio di quel tipo di abitazione, declamava: «Se ospita una bella ragazza, esso è migliore di una reggia».

E' noto che «'o vascio» è un'abitazione composta da una o due stanzette a pian terreno, ricavata da antichissimi locali destinati a depositi, che in successione si aprono nei numerosi vicoli della Napoli del centro storico e in alcuni paesini della periferia. In poco più di una dozzina di metri quadri ci vive una famiglia di almeno 8 persone. La funzione di questo locale è praticamente quella di mero dormitorio, dato che la maggiore attività, fatta di piccoli espedienti, è vissuta lungo i vicoli. Tutto ciò conferisce ai bassi un carattere di intimità, tale da suscitare nel visitatore la sensazione di trovarsi non in una strada, ma in una calda, accogliente grossa abitazione. In senso lato, il nome di «basso» può essere attribuito sia a quei gruppi di edifici a piano matto che si costruivano nel medioevo come magazzini per il commercio delle merci provenienti dal mare, sia riferito a un processo di differenziazione sociale e ambientale delle zone destinate al basso ceto. Vale a dire un fondaco che, a spregio della modernità, ancora sopravvive in città di mare come Dublino e Anversa. Ma a differenza di questi ultimi, nei bassi di Napoli vi è racchiusa una parte della storia di una Capitale. Terra ambita da poeti, scrittori e curiosi d'ogni sorta per la dolcezza del suo clima, la natura voluttuosa, il folclore multiforme dato dalle diversissime e antichissime origini antropologiche del suo entroterra che poco hanno a che vedere con la «grande» storia, Napoli, da città impegnata quale era destinata ad essere, negli ultimi decenni è divenuta un luogo irreale. In verità, questa Napoli leggendaria non è mai esistita se non nella fantasia dei suoi «ignari» detrattori. Oggi questa facciata sta sgretolandosi sotto il peso di enormi contraddizioni e, come tutte le megalopoli, Napoli mostra le sue disfunzioni più visibili, dovute ad un'inammissibile incuria amministrativa, al sottosviluppo, alla malavita e alla diffusa sottocultura, da cui una insanabile frattura sociale tra il popolino e una élite di grande spessore culturale ma eccessivamente dottrinale, che stoicamente, e diciamo pure, eroicamente, ancora vi risiede: fattori che hanno impedito il consolidarsi di una vera democrazia, come in tutto il nostro Mezzogiorno.

Tornando ai «ricoveri», parte di essi sopravvivono fin dal secolo XV, legati al fenomeno del primo grosso inurbamento europeo. Mentre i governi di molte città dell'epoca procedevano alla trasformazione edilizia adattandola ai mutati tempi, gli Aragonesi, per evitare lo spopolamento della campagne circostanti, si limitavano a emettere una serie di «prammatiche» (ordinanze) contro lo sviluppo edilizio. Gli immigrati, composti per lo più da contadini, piccoli artigiani e trafficanti di diversa natura, non trovando alloggi, perché quelli restanti venivano occupati dalle famiglie nobili del Regno e dai funzionari e militari spagnoli, finirono per adattarsi in vani unicellulari destinati inizialmente a depositi. Da allora, i cosiddetti «bassi» si moltiplicarono a vista d'occhio, senza che nessun governo successivo se ne curasse, tanto che verso la metà del XVIII secolo, invece di diminuire a causa del perdurante divieto urbanistico, la popolazione superò il mezzo milione, portando Napoli al primo posto tra le città d'Europa per densità demografica. Nonostante i Borboni procedessero ad ampliare le mura cittadine, si dovette attendere il colera del 1884 per riconoscere che questi agglomerati prossimi al porto costituivano un terreno fertile per malattie a carattere epidemico.

In tale occasione il censimento denunciò 22.785 locali di quel tipo, occupati da 105.257 abitanti. L'intera Italia trasalì, richiamando l'attenzione dell'Europa. «Bisogna sventrare Napoli», fu allora la frase alla moda. Sembrava che il governo centrale non desiderasse altro che far sparire da Napoli le abitazioni malsane. Difatti qualche anno dopo si diede inizio ai lavori di «risanamento» limitandosi ad elevare una specie di paravento dinanzi alla Napoli dei vicoli. Furono abbattute anche vecchie case patrizie, ma il sudiciume dei bassi rimase. Ne Il ventre di Napoli la lungimirante Matilde Serao, su Il Mattino, lanciò una furibonda invettiva al primo ministro di allora, Agostino De Pretis: «Sventrare Napoli? Credete che basterà? Voi vi lusingate che basteranno tre, quattro strade, attraverso i quartieri popolari, per salvarli. Voi non potrete lasciare in piedi le case lesionate dall'umidità, dove al pianterreno vi è il fango e all'ultimo piano si brucia nell'estate e si gela nell'inverno; dove le strade sono ricettacoli d'immondizie, nei cui pozzi, da cui si attinge acqua così penosamente, vanno a cadere tutti i rifiuti umani e tutti gli animali morti... il cui sistema di latrine, quando ci sono, resiste a qualunque disinfezione. Bisogna ricostruire Napoli quasi daccapo».

Il recente crollo del palazzo in un vicolo dei quartieri spagnoli e una chiesa di Forcella che cade a pezzi sono l'emblema di questo degrado. C´è un vecchietto, in questo quartiere che ha dato i natali a Nino Taranto e a Bud Spencer, che raccoglie e conserva i bulloni che cadono dalle impalcature di un'antica Chiesa: «Faccio la collezione, così quando moriremo tutti troveranno il mio tesoro e sapranno che è stata colpa dell'indifferenza». I bombardamenti dell'ultima guerra, che distrussero oltre centomila appartamenti in tutta Napoli, non evitarono che si ricostruissero nuovi bassi. Oggi questi terranei fatiscenti sono molto più puliti e meno squallidi di come apparvero a Renato Fucini nel 1877, descritti in "Napoli a occhio nudo". Anzi, appaiono illeggiadriti da tendaggi e vivacizzati da televisori, poster ed elettrodomestici, magari raccattati a quattro soldi alla Duchesca. Nati come ricoveri temporanei, questi locali sono divenuti dimore stabili per delinquenti ed emarginati.

Vero è che negli anni Sessanta sono stati creati altri rioni popolari in alcune zone periferiche, ma è anche vero che gli appartamenti finiscono per essere assegnati a famiglie di nuova formazione che, abbandonando ancora le campagne, si trasferiscono in città. Ma l'appartamento per tutte non c'è, ed alcune vanno ad occupare i nuovi depositi e li trasformano in nuovi bassi. Talvolta alcuni inquilini di questi tuguri riescono a farsi assegnare un alloggio popolare, come è avvenuto con la legge 167 a Scampia, a Pianura, a Ponticelli o a Caivano. Essendo però questi alquanto distanti dal centro, adattando a sé le leggi vigenti, danno in affitto l'alloggio buono e rimangono compiaciuti nelle loro «tane»: lì, se non altro, possono continuare i loro commerci abusivi provenienti dal porto, al riparo da occhi «indiscreti», ...quando non vengono affittati ad alto prezzo a extracomunitari, magari irregolari.
6i è pertanto ricreato l'antico circolo vizioso difficilissimo da stroncare.

Dal momento che investe una cultura secolare, la tragica realtà dei bassi esula da un semplice problema esistenziale locale, per divenire un fatto di politica nazionale connesso ai fenomeni della malavita, dell'emarginazione e della endemica disoccupazione. Purtroppo il censimento più recente risale ad un'indagine della Doxa di mezzo secolo addietro (1965). Si contavano 45.000 bassi, con un numero di abitanti che superava le 300.000 anime (come dire: uno ogni otto napoletani). All'esterno di ciascuna di queste case, censite nel lontano 1931 con intenzioni «risanatorie» che la guerra vanificò, c'è una targa di marmo con una scritta significativa: «Terraneo non destinabile ad abitazione». E' una frase beffarda e provocatoria che sta a testimoniare una volontà fatta solo di belle intenzioni.

Tra le tante conclusioni che si possono trarre, la prima che viene in mente è che malgrado l'impegno civile di sempre più numerosi cittadini, il «basso» resta comunque il vergognoso emblema di un secolare disinteresse politico-amministrativo verso una città che, ciononostante, assieme ad altre, fu e per alcuni versi è ancora considerata la culla di una cultura umanistica di prim'ordine.

martedì 6 ottobre 2009

C'è una donna tra i ministri dell'Iran ma vuole separare uomini e donne

La squadra di Ahmadinejad

di Francesco Pugliarello
da Marzieh Vahid Dastjerdi

A distanza di due mesi da quel fatidico 12 giugno, giorno della sua contestatissima elezione, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha presentato al Parlamento i ministri del suo nuovo governo. I deputati della Majlis hanno completato l’esame della lista: hanno avuto a disposizione tre giorni, per discutere e decidere. E alla fine hanno negato la nomina solo a tre dei ventuno ministri proposti: il candidato al ministero dell’Energia e due delle tre donne proposte dal Ahmadinejad, che ha ora tre mesi di tempo per proporre i nuovi candidati ai dicasteri rimasti vacanti.
Nel frattempo il nuovo esecutivo potrà comunque insediarsi e cominciare il suo lavoro. È un governo di “fedelissimi”, quello messo a punto dal presidente iraniano, anche se non pochi candidati hanno rischiato di vedersi rifiutare il gradimento. Ahmadinejad, che ha ripetutamente difeso le scelte fatte, ha infatti dovuto affrontare le critiche sia dei conservatori che dell’ala riformista del paese. Nel mirino la candidatura di sedici dei ventuno ministri, accusati di “mancanza di esperienza” e “scarsa competenza” per i dicasteri assegnati. Tra i ventuno nomi avanzati da Ahmadinejad, quattordici non hanno precedenti esperienze di governo. Il presidente ha difeso le scelte fatte, definendole “le più pulite”, e ha respinto le accuse, secondo cui avrebbe optato per ministri “obbedienti” e fedeli alla sua linea. «Siamo impegnati a promuovere la giustizia – ha sottolineato – preservare la dignità nazionale, raggiungere il progresso e fronteggiare i prepotenti». Alcuni candidati costituiscono una vera e propria sfida al campo più conservatore dello schieramento politico, che ha immediatamente reagito con ostilità mobilitando la stampa e definendo “più debole” il nuovo esecutivo.
Tra i confermati del vecchio governo - oltre a Manucher Mottaki agli Esteri - vi sono i titolari di Industria ed Economia, Ali Akbar Mehrabian e Shamseddin Hosseini, entrambi molto criticati in occasione della loro nomina iniziale e per i quali la fiducia venne ottenuta solo di misura. Ai Servizi segreti è andato un fedele collaboratore del presidente, Heydar Moslehi, che tuttavia non è un mujtahed - ovvero un religioso in grado di interpretare la sharia, requisito che i titolari del dicastero devono rispettare per legge. Inoltre, all’importante dicastero del Petrolio – che ha un ruolo chiave in un Iran in cui il petrolio è la principale entrata economica – è andato, nonostante le durissime critiche, Massud Mir Kazemi, ministro del Commercio uscente che non ha alcuna esperienza nel settore dell’energia ma ha in compenso stretti legami con i Guardiani della Rivoluzione.
Ha avuto buon esito per il presidente anche la scelta del titolare degli Interni, Mostafa Mohammad Nadjar, addirittura pasdaran: un passo in avanti, temono i conservatori, sulla strada di una progressiva militarizzazione delle alte sfere del potere. «È un governo debole. Alcuni dei ministri proposti non hanno nessuna esperienza per quel ministero», ha accusato il parlamentare Ali Motahari. Un altro conservatore ha criticato la nomina dell'ex ministro della Difesa Najjar agli Interni. «È nell'interesse del paese nominare un militare al ministero più politico? Contribuirebbe a sanare le divisioni presenti nella società?», ha chiesto il parlamentare Ahmad Tavakoli. Unanime è stato, invece, l’accordo sulla nomina di Ahmad Vahidi, ricercato per strage dall'Interpol e designato dal presidente Ahmadinejad al ministero della Difesa.
Il parlamento ha espresso "pieno sostegno". Sono queste le parole con le quali la Majlis ha voluto sottolineare la fiducia che ripone in Vahidi, ex capo del reparto d'élite dei Guardiani della Rivoluzione "Al Quds", sul quale pende un mandato di cattura internazionale della magistratura argentina per l'attentato terroristico contro un centro di assistenza ebraico (Amia). Era il 18 luglio 1994, quando una Renault Trafic imbottita d'esplosivo saltò in aria davanti all'Associazione di mutua assistenza israelo-argentina di Buenos Aires, provocando 85 morti e 300 feriti. Per anni le indagini sono andate avanti a rilento, portando in Iran e Libano, finché nel 2006 il giudice federale Juan José Galeano venne rimosso dall'incarico. Riaperto lo scorso 28 maggio, il caso è stato affidato al procuratore Alberto Nisman, che ha immediatamente richiamato l'attenzione internazionale sulla nomina di Vahidi, definendolo «un personaggio chiave nell'organizzazione» della strage» e ricordando come sia stato «dimostrato che Vahidi approvò la decisione di attaccare l'Amia durante un incontro svoltosi in Iran il 14 agosto 1993».
Secondo i giudici argentini fu l'Iran a pianificare l'attacco, realizzato dall'Hezbollah libanese. Il mandato d'arresto è stato deciso dall'assemblea generale dell'Interpol nel novembre 2007 a Marrakesh. «La conferma della nomina - aveva detto Nisman - sarebbe molto grave poiché Vahidi è pesantemente coinvolto nell'attacco e l'Interpol ha dato la massima priorità alla sua ricerca. Quello di Teheran è un regime che non solo evita di consegnare i sospetti alla giustizia, ma li protegge e li designa ad incarichi pubblici, anche se finora mai in una funzione così rilevante». Teheran ha subito negato l'esistenza del mandato di cattura. «La nostra polizia ne sarebbe stata al corrente - ha dichiarato un portavoce di Ahmadinejad -. È l'ennesima menzogna, una cospirazione sionista».
In Vahidi, quindi, è riposta piena fiducia. L'agenzia Dpa riferisce che durante il discorso che il neo-ministro della Difesa ha pronunciato di fronte alla Maijlis per ottenere la fiducia, si è levato tra i banchi dei deputati lo slogan "Morte a Israele". Vahidi ha sottolineato che in qualità di ministro della Difesa dovrà affrontare numerose sfide, prima fra tutte quella contro Israele, e che a questo proposito l'Iran incrementerà il suo arsenale militare.
Ahmadinejad aveva presentato al Parlamento anche la candidatura di tre ministri donne: Fatemeh Ajorlou, alla quale sarebbe andato il portafoglio degli Affari Sociali, Marzieh Vahid Dastjerdi, alla Sanità e Sussan Keshavarz, candidata al ministero dell’Istruzione. Delle tre, solo la Dastjerdi ha ottenuto la sua nomina a ministro della Salute. È la prima volta nella Repubblica Islamica. La pioniera - prima e ultima donna ministro iraniana - Farrokhroo Parsa, nominata sotto lo Scià, fu fucilata dopo la rivoluzione del 1979 per aver «diffuso il vizio sulla terra e combattuto contro Dio». Le neo-ministra, neanche a dirlo, è ultraconservatrice: laureata in medicina con specializzazione in Oncologia e Ginecologia, non ha mai fatto mistero della sua preferenza nei confronti di un sistema sanitario separato, medici donne per pazienti donne, uomini per gli uomini. Alla tv, Ahmadinejad ha sottolineato la novità della presenza femminile nel governo affermando che «con le decime elezioni presidenziali siamo entrati in una nuova era, le condizioni sono completamente cambiate».
Un modo per dire: mi accusate di essere ultraconservatore e io vi sorprendo proponendo tre donne ministro. Ma ciò non basterà. Non saranno certamente queste candidature, né la nomina di una donna al governo a garantire i diritti umani e la condizione femminile in Iran. Il fumo negli occhi non può accecare la comunità internazionale. Sono troppo numerose e toppo crude le immagini che negli ultimi mesi il Paese iraniano ci ha consegnato. Basti pensare al recente e insanguinato dopo elezioni. Ai ridicoli processi-farsa. Al volto pulito della francese Clotilde Reiss, condannata per spionaggio solo per aver partecipato alle proteste post-elettorali, costretta a “confessare” per evitare il peggio. Al corpo trucidato della giovanissima Neda Soltani, uccisa nelle via di Teheran e diventata simbolo e volto delle proteste anti-regime. Ai tanti morti in carcere a causa di torture e stupri. Non sarà certamente una donna al governo a far dimenticare tutto questo.
From: LOccidentale.it
giovedì 1 ottobre 2009